8 dicembre 2003
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Jimenez JosMaria
• JIMENEZ José Maria. Nato a El Barraco (Spagna) il 6 febbraio 1972, morto a Madrid (Spagna) il 7 dicembre 2003. Ciclista. Professionista dal 1992 aveva corso sempre nella Banesto. Complessivamente aveva vinto 28 gare, tra cui spiccano nove tappe tappe della Vuelta. Al Tour era stato 8° della classifica finale nel ’97, mentre alla Vuelta era anche salito sul podio: terzo nel ’ 98, dietro a Olano ed Escartin. Nel 1997 era stato campione nazionale di Spagna. «Grimpeur eccellente (21 le vittorie in salita), era entrato nel cuore dei tifosi spagnoli proprio per la sua generosità e la disposizione all´attacco. Gli avevano appioppato il nomignolo di ”El Chaba”, ”lo zotico”; aveva centrato 28 successi da professionista, la sua migliore stagione era stata il 1998, quando si aggiudicò quattro tappe alla Vuelta di Spagna (6 quelle conquistate in tutto) e concluse al terzo posto nella classifica finale. In Spagna, dopo i primi exploit, lo consideravano il successore del grande Indurain, anche se aveva caratteristiche fisiche e tecniche all´antitesi rispetto al popolare ”Miguelon”. Ma la sua carriera fu frenata dalla bella vita (famose le sue notti brave) e da una serie di infortuni e contrattempi che probabilmente hanno finito per aprire la porta della crisi psicologica. Caratterialmente allegro e affabile, era piombato in una cupa depressione. La morte è avvenuta per infarto: un arresto cardiaco improvviso [...] un evento tanto oscuro quanto difficilmente spiegabile in un uomo giovane che, come tutti i ciclisti professionisti, per tante stagioni si era sottoposto al complesso ”suivi medical” della federazione ciclistica internazionale (Uci). Una serie di esami per accertare la salute dell´atleta (compresi frequenti e approfonditi test proprio sul cuore) in vista dell´idoneità alle gare» (Eugenio Capodacqua, ”la Repubblica” 8/12/2003). «Il miglior scalatore spagnolo dai tempi di Fuentes e Ocaña. Aveva vinto poco, in rapporto al suo enorme talento. Nel suo palmarés figuravano ”appena” ventotto corse, ventuno delle quali ottenute in salita, dove, a detta dei suoi fan, non era inferiore a nessuno, nemmeno a Pantani. Naturalmente gli piaceva vincere, e adesso sarebbe facile spiegare la sua morte (avvenuta in un ospedale psichiatrico dove cercava di disintossicarsi da alcool e cocaina) come l’unico traguardo possibile di un atleta incapace di accettare la propria decadenza. In realtà Jiménez (comunemente conosciuto come ”el Chaba”) era ancora relativamente giovane e disponeva di un fisico talmente armonico da potersi permettere allenamenti quasi amatoriali e un’alimentazione da lottatore di sumo. Dopo la sosta invernale, i suoi compagni recuperavano la forma solo in seguito a durissime sessioni in palestra e a massacranti sfacchinate sui pedali. A lui, invece, bastava una settimana di sgambate su e giù per le colline di Ávila per presentarsi alla Vuelta in condizioni dignitose. Era proprio la Vuelta l’unico appuntamento irrinunciabile della sua stagione. Non riuscì a vincerla, né ci provò mai sul serio. O forse sì, ma non avrebbe mai rinunciato a una notte di juerga, di festa, tra una tappa vinta e una da non perdere. Il suo precedente direttore sportivo, José Miguel Echavarri, gli predispose persino dei test nella galleria del vento per migliorare le sue prestazioni a cronometro, ma lui, che per il suo stile di vita pigro, anarchico e sregolato assomigliava al più grande ciclista mai raccontato (il leggendario Girardoux di Stefano Benni), non volle nemmeno provarci. Antepose la gloria puntuale (ma mai effimera) di una vittoria di tappa o la maglia oro del gran premio della montagna all’idea di trasformare il suo talento in una tabella da ragioniere. Delle altre corse gli fregava poco, Tour compreso. Solo una volta, nel 2000, vi si presentò più o meno in tiro, ma le uniche due volte che tentò di scappare (sul Mont Ventoux e a Courchevel) venne bruciato dall’orgoglio - più che dalla potenza - di Marco Pantani. E siccome è già la seconda volta che il nome di Pantani fa capolino in questo articolo, tanto vale dire subito che le vicende umane di questi due uomini presentano somiglianze costanti e sinistre. Due scalatori, innanzitutto: uno più piccolo, incazzato e combattivo, l’altro longilineo, allegro e sostanzialmente rinunciatario. Entrambi hanno però incarnato la passione più autentica e carnale per uno sport naturalmente eroico e imprevedibile, dove gli Indurain riempiono gli albi d’oro ma non i cuori della gente. Gente che infatti aveva sviluppato una vera e propria idolatria nei confronti di Jiménez, il quale contava notoriamente su un pubblico di tifosi assai più passionale (e numeroso) rispetto al cannibale navarro. Poi, la droga. Droga da farmacia per il Pirata, droga da ricchi per il ”Chaba”. Ma anche droga da tifo, per entrambi, che vivevano (ebbene sì, tocca usare l’imperfetto) le gare in religiosa comunione con il pubblico. Un pubblico che per il ”Chaba” era più stimolante della coca e per il ”Pirata” più anabolizzante dei corticosteroidi. Un pubblico nei confronti del quale tutti e due soffrivano una sindrome da dipendenza e assuefazione, intimamente persuasi di non poterne fare a meno. E ancora: la depressione e le terapie psichiatriche. Nel febbraio del 2002, quando decise di lasciare il ciclismo per curarsi, Jiménez confessò pubblicamente di aver pensato seriamente al suicidio; nondimeno, nella conferenza stampa in cui annunciava il suo addio (e addio è stato: per davvero), riuscì a parlare della sua depressione con ammirevole serenità, come se di infortunio muscolare - e non dell’anima - si trattasse. Da allora - è stato detto - Jiménez è guarito e ricaduto decine di volte, che è come dire che non è guarito mai per davvero. Ma se c’era un momento che lo faceva soffrire era quando la Vuelta cominciava senza di lui. Era lì che cominciava a bere e gonfiarsi come un pallone» (Andrea De Benedetti, ”il manifesto” 9/12/2003).