Varie, 8 dicembre 2003
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Scarpitta Salvatore
• New York (Stati Uniti) 23 marzo 1919, New York (Stati Uniti) 11 aprile 2007. Artista • «Uno dei protagonisti della scena artistica della seconda metà del Novecento. [...] In Italia ha vissuto più di vent´anni e si è sempre sentito italiano. figlio di uno scultore d´origine siciliana che si trasferì prima a New York e poi in California. Racconta Scarpitta che ”il padre tornò in Italia perché si era innamorato di Mussolini. Prese una bella batosta, la batosta che è toccata a tutti gli italiani che hanno il coraggio di credere in qualcosa, anche sbagliando”. Salvatore si trasferì in Italia, a Roma, nel 1936 ”perché stufo delle scuole americane. Mi iscrissi all´Accademia di Belle arti di Roma. Ma non sapevo neppure la lingua. Amavo l´Italia perché capivo che era l´unico paese dove si trova davvero di tutto”. Ricorda che ”nel giro di pochi anni la situazione del Paese diventò terribile. La gente vestiva di stracci, i figli erano in guerra, le donne sopravvivevano con le tessere annonarie. Anche per questo entrai nella Resistenza”. Finita la guerra nel 1948 esordì nel mondo dell´arte, alla Quadriennale. Chi partecipava? ”Era un´edizione particolare. C´erano gli artisti di Roma: Mario Mafai, Giorgio De Chirico, Renato Guttuso, Roberto Melli, Angelo Della Torre, Aldo Natili...Grandi uomini della libertà di pensiero. Ero fortunato a vivere in Italia. Mi hanno insegnato cose che non avrei mai imparato negli Stati Uniti”. Cominciò a lavorare su bande e strisce di stoffa. Turcato diceva: ”Scarpita fa le mumie”. Come furono accolte le sue opere? ”Con interesse. Allora si guardavano e si cercavano cose nuove. C´erano già personaggi come Plinio De Martiis, Felice Chilanti, attenti e pronti a cogliere le novità”. Eppure nel 1959 tornò negli Stati Uniti. Perché? ”Ho visto avanzare la decadenza. Gli artisti cresciuti in nome della libertà stavano guardando alla ricchezza. Questo cambio non mi piaceva, non mi interessava discutere di soldi per acquistare l´ultimo modello dell´Alfa Romeo. Incontrai Leo Castelli, mercante di New York, uomo molto colto. Mi invitò per una mostra. Alla fine, anche per questioni personali, tornai definitivamente negli Stati Uniti”. E negli Stati Uniti, nel 1964, espose la sua prima auto da corsa. Un sogno americano? ”Il desiderio era italiano. Ho visto le prime auto da corsa con mio padre, alla Mille Miglia del 1927, poi a quella del 1931, nel 932...Le corse mi fecero capire molte cose sugli italiani. Vidi la nascita dello specialista, del lavoratore italiano specializzato che era rispettato da tutti, anche dei ricchi. Per loro ho sempre avuto grande ammirazione. E quando sono tornato negli Stati Uniti ho seguito questa strada. Da una parte è stato un ritorno alla giovinezza, dall´altra un mezzo per introdurmi in una nazione. Mi ha aperto le finestre su una parte dell´America che non mi ha mai lasciato”. Quando espose l´auto nella galleria di Leo Castelli quali furono le reazioni? ”La critica americana era abbastanza confusa. Ricordo che una giornalista del New York Post era convinta che l´auto da corsa fosse una mia invenzione. Non aveva mai visto un´auto da corsa. Era normale. Le corse non erano frequentate dagli intellettuali. Socialmente erano considerate di basso livello. Non era come in Italia dove tutti, nobili o intellettuali, partecipavano alla Mille Miglia”. Le sue auto costruite con materiali di scarto lentamente hanno preso vita, sono diventate vere. ”Ho detto: facciamole funzionare e dal 1986 ho cominciato a correre. Sono sceso in pista. Ho capito che lo dovevo fare. Le corse erano un modo vero per vedere la vita autentica. stata un´emozione ma è stato un destino. Con la mia scuderia sono riuscito anche a vincere qualche corsa”. Perché dopo le auto sono arrivate le slitte? ”Quando uno perde le ruote trascina il mezzo. Ecco la slitta. Per me, in realtà, è un altro mezzo di fuga. un veicolo dove è stato eliminato ciò che non è necessario. Ma è la corsa che è fissata nella mia mente, è lo strumento e la ragione per portare l´arte nel mondo dell´arte. il rischio: nessuno è mai riuscito a rendere le auto perfettamente sicure. E gli artisti hanno sempre rischiato. Van Dyck o Caravaggio erano spadaccini, rischiavano, ed erano capaci di non mollare. Non in senso fascista. Ma nella vita non bisogna mai mollare. quello che ho fatto”» (Paolo Vagheggi, ”la Repubblica” 8/12/2003). «Ci sono, da sempre, due polarità nel lavoro di Salvatore Scarpitta: una che sta avvinta alla vita, e che trascina con sé, magmaticamente e senza prudenza, tutto quello che gli esce dalle sue sapienti, vogliose, curiose mani di ”faber’; l´altra, che ripensa il luogo ove quel suo lavoro è nato: la pittura. [...] Nato a New York nel ´19 da padre italiano, è uno dei nostri maggiori artisti della seconda metà del secolo appena trascorso: lo dice il modo, imperioso, in cui il suo lavoro, fra Europa e Stati Uniti, fra Roma e New York, si è posto con naturalezza al crocevia d´esperienze cruciali, italiane ed internazionali, degli anni Cinquanta e Sessanta. Burri e Rauschenberg, Fontana e Manzoni, la pop art e Pascali: Scarpitta ha preso da ciascuno e ha dato a ciascuno, in una partita nella quale non è sempre facile distinguere le priorità, che d´altronde contano solo fino a un certo punto, altrettanto forti restando le ragioni dell´individualità di quei percorsi. Prendiamo per esempio il rapporto, da sempre dibattuto, con Fontana: quando - era il 26 aprile del 1958 - Scarpitta, nella terza personale che aveva alla galleria La Tartaruga di Plinio de´ Martiis, presentò le sue ”bende”, Fontana doveva ancora rendere pubblici i ”tagli”, che avrebbe pubblicato di lì a poco. Apparentemente affini alle ”bende”, saranno: ma nei ”tagli” sarà la luce, il silenzio, l´assenza, a contare. L´opposto in Scarpitta: per il quale l´atto di strappare la tela (talvolta proprio quella rubata al fasciatoio di un bimbo) era dar testimonianza della scaturigine dell´arte dall´esistenza: con un prelevamento brusco e impuro, operato senza ostentazioni e senza retorica, ma pur lasciando in vista il transito dell´opera nell´emozione, nel palpito della vita. Le ”bende” erano quadri (anzi: ”oggetti che chiamavo quadri”, ha detto poi) costruiti con tele strappate e messe in tensione sul telaio. Erano bianche, allora (altre ne erano venute appena prima, ancora coperte di colori: di blu, rossi, neri), o appena bagnate di un colore liquido, fatto di imprecisati pigmenti - tè, forse; od orzo, e caffè: era importante, per lui, non rinunciare ad un trattamento pittorico della superficie, ma dargli volto usando comunque materie lontane dalla tradizione. Così, le ”bende” sono ovviamente devastanti rispetto al secolare asse paradigmatico della pittura (e perciò tanto piacquero al genio altrettanto deviante di Turcato, che finse di scandalizzarsene: ”Scarpita fa le mumie! Mumifica!”, riferì Emilio Villa che gridasse, in veneziano, ad un tavolo della trattoria Menghi). Eppure sono anche l´opposto: ricche d´una immagine da dir quasi classica, nel nitore casto che toccano, nella nudità cui ambiscono, nell´eredità colta che si scelgono (da Balla al Burri dei Gobbi); nel rifiuto d´una ironia soltanto corrosiva (quanto lontana rimane da quei bianchi fasciami d´energia la dissacrazione dadaista, così come il profumo di casualità dell´´objet trouvé´). Andò con le sue ”bende” in America, dove le espose Leo Castelli; e presto quegli strani quadri divennero più grandi, più aspri, sempre più contaminati da presenze oggettuali: fasce, cinghie, ganci, legni, chiodi, si sovrapposero ai telai, commentando ed infine eludendo la superficie, in un crescendo di tensioni dinamiche che finiranno per spezzare i confini canonici del quadro, invadendo lo spazio della vita. dalla metà degli anni Sessanta che si apre così il tempo nuovo di un´arte che Scarpitta vuole, al di là di ogni preoccupazione formale, espressione di un rapporto diretto con la vita, e con la memoria. ”Ho capito che ci doveva essere nell´opera una maggiore innocenza ed allora scelsi il giocattolo della mia infanzia, che era stato la macchina da corsa”. Nasce allora nello studio di New York Rajo Jack, un facsimile perfetto d´una macchina vista e ammirata da ragazzo in California, sulle piste sabbiose di Legion Ascot, ove gareggiavano, e talvolta morivano, piloti dai nomi mitici: Wild Bill Cummings, Al Gordon, Ernie Triplett... Ma non è, neanche adesso, il mito della velocità che seduce Scarpitta: bensì la vicenda di uomini che hanno saputo scrivere un pezzo di storia del nostro secolo: un pilota come un guerriero pellerossa, un partigiano, un combattente - sotto ogni bandiera - per la pace. Rajo Jack è la prima d´una lunga serie di macchine che Scarpitta ha costruito, prima di fare le slitte o gli sci, e prima di costruirne una vera (e gareggiare!; e vincere!)» (Fabrizio D’Amico, ”la Repubblica” 16/2/2004). «Sua madre era bellissima. Scivolava fra le braccia di Valentino nel tango del Gaucho. Era una russa di origine polacca. Suo padre era un siciliano di Palermo, scultore, immigrato a New York. Quel ballo, anche se cinematografico, non gli piacque. Andò sul set a riprendersi la moglie e a mostrare i pugni a Rodolfo. Finì che la carriera hollywoodiana della signora Scarpitta si interruppe. Mentre il padre e Valentino diventarono amici, subito dopo che Scarpitta senior capì che l’attore era anche un buon boxeur. […] Le sue città italiane, ci tiene a sottolineare, sono, più che Palermo, Roma e Torino. Roma per l’Accademia di Belle Arti, per le sue prime Gallerie, la Chiaruzzi e la Tartaruga, gli amici Turcato e Dorazio. Torino per i suoi amici, Pistoi, Simonis, galleristi e collezionisti, per Pajetta e le storie di Resistenza. E soprattutto per le macchine. La sua grande, infantile e creativa passione. Già, perché fin dagli anni Trenta, il ragazzino, a Los Angeles, vive sul circuito di Legio Ascot Speedway, dove si fa amico di meccanici e piloti che segue anche alle corse su pista in terra battuta. Saranno quelle auto, ricostruite, rifantasticate, a diventare le sue sculture in movimento, oggetti da piedistallo e di strada. Dice Scarpitta: ”Ho sempre amato Torino per la sua dedizione all’automobile, qualcosa che dà nobiltà e lustro, ho conosciuto piloti che facevano la Millemiglia, amavo le corse su strada, ma non c’era in questo nulla di futurista, a me oggettivamente piace l’auto che corre: non forma ma verbo”. così che nel tempo ha costruito una piccola scuderia che ha vinto molte gare e nello stesso tempo eseguito molte ”sculture” a quattro ruote. difficile definire Scarpetta come artista, guardando i suoi ”quadri bendati” o le sue slitte. Amico di Burri e Fontana da noi, di Rosenberg, Rotkho, de Kooning in America, Scarpitta si è mosso alla ricerca di materiali ”diversi” da esplorare e anche su quella ”spoliazione” del quadro che finiva con il mettere in evidenza la sua superficie di tela, garza, benda. ”Spaghetti, sempre spaghetti - dice - viene il momento che vuoi altro”. Per lui altro era Indianapolis e le macchine che volavano in pezzi, il cercare l’estremo, l’andare veloci perché è vita, l’amicizia di grandi intenditori di corse come Franchetti e la passione automobilistica di Burri e Consagra. Era l’intrecciazre la popolarità dello sport con l’arte: ”connubio - dice - che gli artisti italiani faticavano, in genere, sofisticati come sono, a praticare […] Mi ha sempre affascinato l’uomo che costruisce il proprio mezzo di locomozione, l’uomo Robinson-Crusoe. L’uomo che recupera i materiali che ha intorno a sé e che magari gli sembrano rifiuti ostili e invece sono dolci e gentili. Ho ammirato molto, anni fa, un esploratore danese che, per salvarsi, si era costruito una slitta di ghiaccio. Ha superato il mio sguardo artistico e antropologico. Il senso della vita che va verso l’arte”. Ma se Torino è luogo di artisti che ammira, da Mario a Marisa Merz a Carol Rama, è Roma con Mafai e Turcato, Melli che ricorda come il luogo di una seconda giovinezza, dopo quella americana: con Marinetti che gli dava qualche soldo per seguire le sue letture, prima di prender la via della Resistenza sul Gran Sasso, Sulmona e poi il Nord d’Italia, l’avventura di suo padre con la statua equestre di Mussolini. ”Mio padre - racconta - in America si era infatuato di Mussolini. E andò che gli commissionarono una statua equestre, cavallo e Duce. Così, venuti a Roma, era il ”36, gli diedero un grande capannone dove lui passò tre-quattro anni a tirare su il monumento. Io ero incazzato ma mio padre voleva lavorare, amava il suo lavoro. Poi, a statua ultimata, arrivò un bel bombardamento e tutto andò distrutto, meno la testa del cavallo, che da un po’ di anni è in California in casa di mia sorella Carmen”. Roma è le prime mostre, l’amicizia con Leo Castelli, che lo riporta in America nel 1959, e gli sarà gallerista e amico fedele, curioso sollecitatore di un lavoro che mescola primitivo e moderno, gioco e impegno, che indaga le costrizioni in cui l’uomo si sottopone e sottopone gli altri ai rischi delle più avanzate tecnologie. Perché nelle opere di Salvatore Scarpitta, oltre alla vitalità repressa delle sue bende e fermagli, oltre alla giocosità delle sue auto d’epoca, c’è la tragedia del Titanic o i disastri delle centrali nucleari di Three Mile Island. Energia e fantasia, quella che dice manca in America e a Hollywood e che non concede alla pop, che partendo dalla pubblicità in pubblicità sono tornati. Quando era in America non gli mancavano gli amici italiani: ”Veniva a trovarmi Lucio Fontana, uomo generoso: una volta che non avevo da pagare l’affitto mi comprò un quadro. Era uno scultore forte, mi piaceva quel suo venire da terre nuove, le terre del Sud America. Quel taglio poteva diventargli una gabbia. Ma se lo è stata, è stata senza pareti. Gli artisti che passavano di qua, venivano a trovarmi. Anche giovani, come Boetti, mi portò qui la sua fantasia”. […]» (Nico Orengo, ”La Stampa” 10/3/2005).