8 dicembre 2003
Tags : Li Zhensheng
LI ZHENSHENG Nato a Dalian (Cina) il 22 settembre 1940. Fotografo. «Gli scatti di Li Zhensheng non risparmiano nulla
LI ZHENSHENG Nato a Dalian (Cina) il 22 settembre 1940. Fotografo. «Gli scatti di Li Zhensheng non risparmiano nulla. Ci sono i cartelli appesi al collo di funzionari irrisi e scherniti, pochi ideogrammi a indicarne il ”controrivoluzionario”. Ci sono squadre di guardie rosse impegnate in exploit atletico-propagandistici a maggior gloria di Mao Zedong. Folle davanti a processi sommari, assalti entusiasti a edifici pubblici e chiese ortodosse. E statue di Buddha divelte, brutali tonsure pubbliche di ”revisionisti”, un soldato-modello con la divisa invernale tempestata di spille del Grande Timoniere. Ancora: scontri tra fazioni rivali e sessioni di studio. Ci sono i plotoni d’esecuzione, i corpi crivellati nel fango della comune. Nulla è risparmiato dal bianco e nero di Li, perché durante la Rivoluzione culturale (1966-76) nulla fu risparmiato alla Cina, che Mao voleva rigenerare attraverso una sorta di caos salvifico. Li, 26 anni non ancora compiuti, era fotografo presso il Quotidiano di Heilongjiang quando il 16 maggio 1966 ebbe inizio uno dei periodi più drammatici della Cina moderna; gli misero una fascia rossa al braccio e gli ordinarono di testimoniare l’ondata di cambiamento che non poteva naturalmente risparmiare la sua provincia, l’Heilongjiang appunto, nell’estremo Nord- Est. ”Ci credevo, all’inizio ci credevo davvero”, ora racconta Li al Corriere, perché ”non volevo che la Cina diventasse revisionista come l’Urss né brutale e oscurantista come i Paesi imperialisti. Eravamo entusiasti, idealisti. I dubbi, le perplessità sono venute dopo” Li fece migliaia di foto. Non smise neppure quando, vittima di un meccanismo inesorabile, incappò anche lui nelle asprezze dell’autocritica e della rieducazione: era la fine del 1969 e, spedito in campagna, in una scuola per quadri del partito, riuscì a nascondere due macchine fotografiche e a continuare a scattare. La morte di Mao nel 1976 chiuse l’epoca del grande disordine, ebbero inizio le rese dei conti. Ai fotografi vennero ritirati negativi e stampe. Li nascose 30 mila fotografie sotto le assi del pavimento di casa. Dopo anni di selezione, una scelta di quelle foto è stata raccolta in un libro che ora esce in Italia, con un titolo - Colore rosso Soldato di notizie - che riprende la qualifica attribuita a Li dai dirigenti comunisti. Si tratta di scatti già considerati unici per la completezza con cui coprono il fenomeno, da una prospettiva locale capace tuttavia di sintetizzarne la portata generale. Tanti protagonisti e comprimari delle immagini di Li sono stati rintracciati dal fotografo. Qualcuno subito: una di loro, ex leader delle guardie rosse, è stata fotografata da Li nel 1980 - tragico contrappasso - nel momento della sua condanna a morte, con i soldati che le slogano la mandibola per impedirle di lamentarsi. Altri molto più tardi: ”Quando ho rivisto trent’anni dopo il soldato- modello, mi ha detto: il problema non fu seguire Mao, ma considerare le sue parole un verbo divino. Fu questo l’errore. Non si possono fare scherzi alla Storia - è la morale che Li trae dalle sue foto - altrimenti la Storia ce la farà pagare. Noi, con la Rivoluzione culturale, provammo a scherzare. E ne scontammo le conseguenze”» (Marco Del Corona, ”Corriere della Sera” 6/12/2003).