Marxiano Melotti Macchina del Tempo, dicembre 2002 (n.12), 4 dicembre 2003
Una ragazza ingenua e innamorata. Un amante sciocco e ambizioso. Un padre cinico e crudele. Non è la solita storia di amore e morte, ma la trama, semplice e avvincente, di Ifigenia in Aulide, un mito antichissimo che per secoli ha affascinato artisti di ogni tipo e che, nel 1774, è stato messo in musica dal grande Christoph Willibald Gluck
Una ragazza ingenua e innamorata. Un amante sciocco e ambizioso. Un padre cinico e crudele. Non è la solita storia di amore e morte, ma la trama, semplice e avvincente, di Ifigenia in Aulide, un mito antichissimo che per secoli ha affascinato artisti di ogni tipo e che, nel 1774, è stato messo in musica dal grande Christoph Willibald Gluck. Ifigenia inaugura la stagione lirica del Teatro alla Scala (temporaneamente trasferitosi nel Teatro degli Arcimboldi): un’occasione straordinaria per conoscere un’opera bellissima e tuffarsi nel mare fascinoso della mitologia greca. Ifigenia non era una ragazza come le altre, ma la figlia del più potente sovrano greco, Agamennone, capo di un esercito immenso che si preparava ad attaccare la città di Troia. Per il padre era la grande occasione: gli eserciti di tutta la Grecia al suo comando, pronti a tentare la più grande impresa mai tentata. Attraversare il mare Egeo con migliaia di navi e, con la scusa di un rapimento da vendicare, impossessarsi di una città ricca. Ma la flotta, riunita nel porto di Aulide, non riesce a salpare. Non c’è vento. Agamennone è disperato e, da buon greco, chiede aiuto al suo indovino. La risposta è chiara: Artemide, dea della caccia, è irata col re che le ha ucciso una cerbiatta sacra; Agamennone deve placare la dea sacrificando la figlia. E qui comincia l’opera. Che fare? Agamennone cede: non può rischiare di perdere il comando. Ma ha paura delle reazioni della moglie (non ha tutti i torti, è la terribile Clitennestra che, un giorno, al suo ritorno dalla guerra, lo assassinerà senza alcuna pietà) e quindi attira la figlia al campo col miraggio di un matrimonio: Ifigenia diventerà la sposa del più grande degli eroi, Achille. La ragazza è ancora una bambina e, all’idea del matrimonio, impazzisce di gioia e si innamora subito del promesso sposo. Da parte sua Achille non fa una bella figura: la ragazza gli piace, ma collabora al tranello. Qui la storia si complica: Agamennone vorrebbe fermare il sacrificio, ma Ifigenia, convinta di doversi sposare, insiste e da qui è meglio non raccontare più nulla per non togliere il piacere dello spettacolo. Ma che cosa significava per i Greci questo mito? possibile che esaltassero le gesta di un uomo come Agamennone, capace di uccidere la figlia? La realtà è un po’ più complessa. l’isolamento delle vergini Ad Aulide restano tracce di un santuario di Artemide, nel quale si svolgevano riti che sono stati messi in relazione con altri due importanti centri di culto: i santuari di Artemide a Brauron e a Munichion. In tutti e tre i casi si tratta di aree speciali, lontane dai centri abitati e prospicienti il mare. Luoghi ideali per celebrare dei ”riti di separazione”. Le giovani, in età pre-matrimoniale, dovevano trascorrere un periodo di isolamento in queste località. Il temporaneo distacco dalla famiglia e dalla città le preparava a quello definitivo, che sarebbe presto giunto col matrimonio. Il padre che uccide la figlia, in quest’ottica rituale, ha pertanto un valore simbolico: rappresenta l’allontanamento della figlia dalla casa paterna. Tanto più che lo stesso matrimonio veniva celebrato con rituali non dissimili da quelli funerari: la ragazza veniva allontanata dalla sua casa proprio come se fosse un cadavere. Molto spesso nel mito morte e matrimonio si confondono e la ragazza che si prepara alla cerimonia viene rappresentata come ”sposa di Ade”, il dio dei morti. D’altra parte lo stesso periodo di isolamento costituiva una sorte di morte temporanea e per questo, nell’immaginario, veniva spesso rappresentato come un’uccisione. Ma, tranquilli, era solo una morte simbolica. Non a caso, secondo il mito (e qui sveliamo un’altra parte della storia), quando il sacerdote abbassa il coltello sacrificale su Ifigenia, la ragazza scompare e, misteriosamente, si materializza una cerbiatta (l’animale ucciso dal padre) o, in altre versioni, un’orsa. Anche questa immagine ha un valore rituale: la ragazza che trascorre il suo periodo lontano dalla città, spesso in boschi, assume infatti i tratti simbolici di un animale. In molti casi si praticavano anche forme di travestimento: le ragazze riunite a Brauron venivano chiamate le «orsette di Artemide». E, proprio a Brauron, Ifigenia era oggetto di un culto speciale: secondo la tradizione venne infatti sepolta lì e gli uomini, a cui fosse morta la moglie durante il parto, dedicavano sulla sua tomba delle preziosissime vesti. ifigenia era una dea? Ecco che l’immagine di Ifigenia comincia a svelarsi. Non solo era una sorta di dea che proteggeva le ragazze prossime al matrimonio, ma incarnava anche le giovani mogli morte di parto. Per questo motivo si pensa che la figura di Ifigenia nasconda un’antica dea della natura e della sessualità, non diversa da Artemide. In alcune città greche è addirittura attestato un culto di Artemide-Ifigenia. E infatti, come Artemide, anche Ifigenia aveva un ”lato oscuro della forza”: sappiamo che veniva venerata come Ecate, inquietante dea della notte e della magia. Un mito racconta addirittura che, dopo la sua morte, Ifigenia si trasformò in una vecchia che cuoceva il cuore dei morti. Ma, come in tutti i miti, c’è un lieto fine. Secondo alcuni, il sogno d’amore dell’ingenua bambina venne finalmente esaudito. Al termine di una lunga vita come sacerdotessa di Artemide, Ifigenia venne accolta nell’Isola dei Beati, il Paradiso greco, dove, eternamente giovane, si sarebbe finalmente unita col suo cinico amante, morto prematuramente sui campi di Troia. la morte come salvezza La vicenda di Ifigenia apre un inquietante spiraglio sui costumi e le credenze del mondo antico. Nei miti i sacrifici umani sono piuttosto ricorrenti. Nella maggior parte dei casi, come per Ifigenia, si tratta di morti metaforiche che, in realtà, celano dei riti di passaggio alla classe adulta. Si pensi all’infanzia di Achille, immerso dalla madre in calderoni d’acqua bollente o, addirittura, passato nel fuoco. Il genitore non vuole uccidere il bambino, ma accrescerne magicamente la forza e teatralizzare un processo di morte e rinascita. Oppure, come nel caso biblico del giovane Isacco, che Dio chiede in sacrificio al padre Abramo, si tratta di una prova di fede: come il re ubbidisce alla richiesta divina, così il suddito deve ubbidire al suo re. A volte il sacrificio umano sembra avvenire davvero: un individuo deve sacrificare, più o meno volontariamente, la propria vita per il bene della comunità. Il risultato sarà tanto più efficace quanto più importante sarà l’individuo prescelto. È chiaro che la morte di un re acquista un significato particolare. Lungi dal costituire un’idea pericolosamente eversiva (è giusto uccidere il sovrano quando la comunità attraversa una crisi), è in realtà uno dei cardini dell’ideologia politica antica: il re è l’unico vero salvatore del popolo; chi vuole impossessarsi del suo potere deve essere anche pronto a sacrificare la vita in caso di necessità. L’efficacia del sacrificio del re poggia su due princìpi: la forza magica dell’offerta e l’energia magica del sovrano. Il sacrificio è infatti un patto costrittivo: gli dei ricevono un dono dagli uomini e sono costretti a ricambiare. Non solo, devono restituire una quantità di energia vitale equivalente a quella ricevuta. È chiaro che, in quest’ottica, il sacrificio umano garantisce la massima energia vitale possibile. Per far fronte a una pestilenza o a una carestia particolarmente grave, il sacrificio umano si presenta quindi una buona soluzione. A Santorini e in Perù, ad esempio, sono state ritrovate tracce di sacrifici umani compiuti probabilmente nel tentativo di salvare la popolazione da un’eruzione vulcanica. Nella storia di Roma si ricorda un episodio forse solo parzialmente mitico: la morte volontaria di Publio Decio Mure che, prima di farsi uccidere dai nemici, promise agli dei infernali la propria vita in cambio della vittoria del proprio esercito. D’altra parte il re, come essere più vicino agli dei, è dotato di una speciale energia magica, dalla quale, secondo molti popoli, dipenderebbe anche il corretto susseguirsi delle stagioni. È su questo principio che poggia il sacrificio stagionale del sovrano, un rituale relativamente diffuso presso i popoli dell’antichità e segnalato in numerose culture tribali del mondo moderno. Ogni anno, dopo i freddi e sterili mesi invernali, bisogna propiziare il ritorno della primavera. Agli occhi della comunità i poteri del re appaiono ormai indeboliti: bisogna rinnovarli, rinnovando il sovrano. Il re deve morire o, per lo meno, affrontare un duello simbolico o una prova pericolosa che ne riconfermi la forza. Marxiano Melotti