Corrado Poggi Macchina del Tempo, dicembre 2002 (n.12), 4 dicembre 2003
«Ten minutes maximum». La segretaria di Riccardo Giacconi, lo scienziato italiano neovincitore del premio Nobel per la fisica, è tassativa: il professore è impegnatissimo coi suoi studi e non è abituato a tanto interesse da parte dei media
«Ten minutes maximum». La segretaria di Riccardo Giacconi, lo scienziato italiano neovincitore del premio Nobel per la fisica, è tassativa: il professore è impegnatissimo coi suoi studi e non è abituato a tanto interesse da parte dei media. Eppure questo genovese di 71 anni, emigrato negli Stati Uniti nel ’56 e da molti anni cittadino americano a tutti gli effetti, colpisce fin dalle prime battute per disponibilità e schiettezza. Dal suo studio all’Associated University di Washington di cui è direttore, ci rapisce per un breve viaggio tra i segreti del cosmo, mischiando talora simpaticamente l’italiano all’inglese e dimenticandosi fin da subito dei limiti rigorosi imposti dall’orologio. Professor Giacconi, lei ha dato un contributo fondamentale allo studio dei corpi celesti grazie all’intuizione sulle radiazioni a raggi X nello spazio. Ci racconta come è giunto alla sua scoperta? Sono arrivato in America in un periodo in cui c’era grande entusiasmo per le ricerche spaziali dopo il lancio dello Sputnik (nel 1957), e su consiglio del professore Bruno Rossi, che all’epoca era al Mit di Boston, avevo iniziato a dedicarmi allo studio dei raggi cosmici. Dopo aver trascorso un periodo prima a Princeton e poi all’Università dell’Indiana, ero stato assunto come ricercatore alla American Science and Engineering, una piccola società privata di Cambridge, in Massachusetts, che organizzava ricerche spaziali finanziate in larga parte dallo stato. Fu qui che, a un esame dello stato delle conoscenze sul cosmo, io e il mio gruppo di ricercatori abbiamo avuto l’intuizione che ci dovessero essere altre forme di radiazioni oltre a quelle della luce visibile. La nostra idea era che nel cosmo fosse possibile captare radiazioni a raggi X ma che queste non potevano essere viste con i rilevatori del tempo. Quando nel ’58 fu costituita la Nasa, le ricerche ricevettero una decisa spinta anche a livello di finanziamenti e nel ’62 fummo in grado di lanciare il razzo Aerobee su cui era montato un telescopio dotato di contatori Geiger in grado di determinare l’energia delle radiazioni. Fu così che scoprimmo la prima stella che emetteva raggi X. Poi il grande passo in avanti lo realizzammo nel 1970 con il lancio del satellite Uhuru, che ci permise di ricavare una prima mappa delle sorgenti di radiazioni X nello spazio. Subito dopo gli studi, lei è partito per gli Stati Uniti e non è più ritornato in Italia. Una scelta obbligata? Di sicuro gli Stati Uniti offrivano allora possibilità che non si potevano trovare in nessun altro paese al mondo. Io, in realtà, fui spinto dal mio maestro all’Università di Milano, Beppe Occhialini, ad andare a Ovest, come diceva lui, perché solo là avrei avuto modo di condurre le ricerche che mi interessavano. Fu lui a indirizzarmi all’Università dell’Indiana dove ebbi modo di lavorare con Bob Thomson, l’esperto di raggi cosmici. Poi ebbi un’altra borsa di studio all’Università di Princeton, prima di passare alla American Science and Engineering. Ecco, proprio qui, per quanto avessi allora solo 28-29 anni, fui messo a capo di un gruppo di ricerca di una trentina di ricercatori con le risorse necessarie per portare avanti gli studi. Credo che in Italia questo sarebbe stato difficile perché le possibilità di inserimento e crescita all’interno delle università erano alquanto più limitate. In Italia ha fatto discutere il suo paragone dello scienziato che è come un pittore: se non trova il muro giusto su cui dipingere non può avere successo e lei il suo muro è dovuto andare a cercarselo negli Usa... vero che ho usato quell’immagine, ma non l’ho fatto con alcun intento polemico. Sono fuori dal sistema universitario italiano da troppi anni e non mi permetto di pontificare. Mi riferivo alla mia esperienza personale e al fatto che io le mie opportunità le ho trovate in America. Del livello di preparazione dei fisici italiani posso del resto dire solo cose positive. Nei miei anni come direttore dell’istituto per il telescopio spaziale di Baltimore e come professore della John Hopkins University ho avuto modo di accogliere decine di studenti italiani e ho sempre riscontrato un ottimo livello di conoscenze. Quello che invece mi sembra continui a mancare in Italia è una certa organizzazione. Come ho detto prima, io a 28 anni ero a capo di trenta ricercatori che poi crebbero a 500 nel giro di pochi anni. In Italia una situazione del genere non la vedo ancora. Professore, in America gli scienziati devono spesso anche svolgere la funzione di manager. una situazione che vi limita o che al contrario finisce con il rendere più efficiente il lavoro di ricerca? Dipende dal tipo di ricerca che si vuole fare, ma oramai tutti i grandi progetti richiedono enormi cifre di denaro e un vasto impiego di risorse umane. Per la realizzazione, in Cile, di quello che sarà il più grande telescopio del mondo, verranno spesi circa 600 milioni di dollari e dunque certamente lo scienziato deve essere anche un manager, se vuole riuscire a gestire in maniera efficiente un progetto del genere. Come vede lo stato della ricerca in Europa? Rimane ancora un gap incolmabile rispetto agli Stati Uniti? L’Europa nel suo complesso ha fatto molti passi in avanti. Il gap era enorme nel passato ma ora la situazione è nettamente cambiata. Le faccio l’esempio dell’Eso (European Southern Observatory) che opera con telescopi molto avanzati. In questo caso il livello della ricerca in Europa è chiaramente alla pari rispetto agli Stati Uniti, se non addirittura leggermente più avanti. vero che il meglio del proprio contributo innovativo un ricercatore lo dà fino ai 35 anni e poi tende a ripetersi? Mi pare proprio di sì, anche se ovviamente non è una regola assoluta. In fisica, come in altre discipline, le scoperte più originali vengono con la gioventù, mentre poi subentrano altri fattori di condizionamento. In generale chi non è messo nella condizione di esprimersi in maniera originale da giovane, non è poi detto che trovi modo di farlo più avanti. Per questo motivo chi non ha un muro su cui dipingere subito fa bene ad andare a cercarselo altrove? Sicuramente bisogna trovare le condizioni ideali per esprimersi, ovunque queste siano. Prima erano in America, ora forse sono anche in Europa. Ai ricercatori giovani consiglio di viaggiare, fare esperienze, essere curiosi. Corrado Poggi