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 2003  dicembre 04 Giovedì calendario

Il suo sogno è quello di atterrare col paracadute sul tetto dell’Africa, il monte Kilimanjaro, e non è detto che fra poco non possa realizzarlo

Il suo sogno è quello di atterrare col paracadute sul tetto dell’Africa, il monte Kilimanjaro, e non è detto che fra poco non possa realizzarlo. Perché a Barbara Brighetti, 36 anni, paracadutista cremonese cresciuta in Africa, riescono facili le imprese che agli altri sembrano impossibili. Specialista del free style, la disciplina che prevede l’esecuzione di figure e volteggi durante la caduta libera, Barbara ha compiuto il suo lancio record nel 1993: prima donna al mondo, si buttò da una quota di oltre 10.900 metri senza respiratore a ossigeno, precipitando in caduta libera, con il paracadute chiuso, per più di 10mila metri. L’impresa venne compiuta sui cieli di Montichiari, nei pressi di Brescia, vicino alla base militare di Ghedi, dopo un anno di duro allenamento fisico e psicologico. «In quel periodo, ho curato molto la respirazione» dice Barbara, che ormai ha sulle spalle oltre 5.000 lanci. «Solo quando sono riuscita a restare in apnea sotto sforzo per quattro minuti e mezzo, i miei preparatori hanno deciso che ero pronta per l’impresa». Sapevano, infatti, che durante il lancio l’atleta avrebbe dovuto trattenere il respiro per 40 secondi circa, dai 10.900 metri fino ai 6.000. Viaggiando a una velocità massima di 450 chilometri orari. «Senza l’apporto della tecnologia non ce l’avrei fatta» precisa Barbara. «Gli ingegneri tessili hanno progettato una tuta termoisolante apposta per me, che mi ha protetto da una temperatura esterna di meno 60 gradi, intrappolando il sudore e impedendogli di ghiacciare sulla pelle». Indispensabile anche il casco speciale dotato di due dispositivi acustici: uno per segnalarle la quota a cui poteva cominciare a respirare, l’altro quella a cui poteva aprire il paracadute. «Prima di imprese come questa bisogna studiare molto» spiega l’atleta. «Negli ultimi anni ho approfondito la meteorologia, per affrontare i fenomeni pericolosi in volo, e l’aerodinamica, che insegna come sfruttare le qualità del paracadute. Ma anche l’orografia è importante: prima di fare un lancio, bisogna conoscere perfettamente il territorio dove si atterrerà per evitare brutte sorprese». Allenamento, tecnologia, preparazione. Ma non serve anche un pizzico di spericolatezza? «Quella l’ho nel Dna: me l’hanno trasmessa i miei genitori, anche loro amanti dell’avventura. Mi ricordo quando avevo un anno: vivevo già in Africa, dove i miei si sono trasferiti subito dopo il matrimonio, e dove tuttora gestiscono due villaggi vacanza. Mio padre mi portava in mare, al largo, poi lui scendeva a fare le sue immersioni, mentre io l’aspettavo nuotando senza salvagente insieme a mio fratello. Mamma e papà mi hanno sempre fatto vivere a contatto diretto con la natura, con l’aria e con l’acqua, i miei elementi preferiti. E mi hanno anche insegnato a convivere con la paura: «Un pizzico serve» mi ripetono spesso. « una grande assicurazione sulla vita. Il giorno in cui non la sentirai più, Barbara, non lanciarti». Diletta Grella