Macchina del Tempo, dicembre 2002 (n.12), 2 dicembre 2003
Quando compriamo le patate parliamo quechua, la lingua degli Inca: «patata» viene da papa, parola con cui i popoli degli altipiani aridi e freddi delle Ande indicavano il tubero ricchissimo di amido, indispensabile alla loro sopravvivenza
Quando compriamo le patate parliamo quechua, la lingua degli Inca: «patata» viene da papa, parola con cui i popoli degli altipiani aridi e freddi delle Ande indicavano il tubero ricchissimo di amido, indispensabile alla loro sopravvivenza. I conquistadores, alla ricerca dei tesori di El Dorado, trovarono questa strana radice e ne incrociarono il nome con il caraibico batata, la patata dolce. Intorno al 1530 i due tuberi arrivano in Spagna, ma sono roba per re e regine: Enrico VIII, quello delle otto mogli, si convince delle proprietà afrodisiache della patata dolce, ne fa scorta e la porta in Inghilterra. Invece la patata comune somiglia troppo alla pianta velenosa belladonna, è un cibo del diavolo e passano secoli perché dagli orti botanici si trasferisca nei campi dell’Europa. Poi in Irlanda diventa l’alimento base della popolazione tanto che: «la salsa dell’uomo povero è una patata piccola accanto a una grande». Questa dipendenza diventa disastrosa nel 1845-51, quando il fungo Phytophthora distrugge i raccolti e affama milioni di irlandesi, costretti a emigrare negli Stati Uniti. In Italia la patata era coltivata nelle zone montuose, come l’entroterra ligure: negli anni Cinquanta, con la fine dell’economia rurale, scompaiono varietà locali come la Quarantina bianca genovese o la Prugnona. «Si perde l’idea di patrimonio della comunità, né pubblico né privato» spiega Massimo Angelini, direttore del Consorzio per la tutela della Quarantina. E mentre si tenta un’archeologia dei metodi di coltivazione, altri enti cercano di conservare il Dna dei tuberi.