Varie, 1 dicembre 2003
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Monti Eugenio
• Dobbiaco (Belluno) 28 gennaio 1928, Belluno 1 dicembre 2003 (suicidio). Campione di bob. Ai Giochi di Cortina ’56 è argento nel bob a 2 e a 4. Ai Mondiali con Alverà conquista il titolo nel ’57 (argento nel 4). All’Olimpiade di Squaw Valley ’60 gli americani non allestiscono la pista, i Giochi vengono sostituiti da un Mondiale a Cortina: Monti primeggia nelle due specialità con Alverà più Nordio e Siorpaes nel 4. Doppio bis nei Mondiali del ’61 e un oro iridato nel 2 del ’63. Ai Giochi di Innsbruck ’64 è 2 volte di bronzo e nel ’66 rivince l’oro iridato. All’Olimpiade di Grenoble ’ 68 disputa le ultime gare: primo nel 2 con Luciano De Paolis e a 4 con Zandonella, Armano e De Paolis • «Fu Gianni Brera a coniare per quel cortinese piccolo, ma indomito il soprannome ”Rosso Volante”. Prima, nello sci: rossi, infatti, erano i suoi capelli. Come rosso il colore dei suoi bob e del casco. Qualcuno aggiunse che rosse erano pure le emozioni che regalava ai tifosi italiani perché ne infiammava l’immaginazione. [...] Vinse undici titoli mondiali (più tre argenti e tre bronzi) e sei medaglie olimpiche (due argenti a Cortina nel 1956, due bronzi ad Innsbruck nel 1964 e due ori quattro anni dopo). La doppietta d’oro arrivò infatti quando lui ormai aveva quarant’anni, ai Giochi di Grenoble del 1968. La pista era in condizioni disastrose, il tempo una schifezza. Alle 4 del mattino del terzo giorno, Monti trovò finalmente le condizioni ideali per la discesa. Prima di infilarsi il casco, col suo fare semplice e spavaldo allo stesso tempo, tipico dei gentiluomini che ormai lo sport non conosce più, disse al frenatore, l’aviere Luciano De Paolis: ”Se tocchi il freno prima del traguardo, ti ammazzo”. Sapeva che quella era la sua ultima occasione per conquistare l’unico trofeo che gli mancava. Non fu una discesa. Fu un tuffo mozzafiato a tempo di record. Conquistò l’oro del bob a due e la beffa fu che ad assistere all’impresa ci fosse soltanto un giornalista, della folta truppa italiana al seguito degli azzurri: Sandro Ciotti, suo amico fin da quando Monti aveva sette anni. Monti si ripeté poi nel bob a quattro. Ma il premio più bello della sua formidabile carriera, quello più amato dal Rosso Volante, è stato un altro: il ”De Coubertin”, il prestigioso riconoscimento al campione che si è distinto per il gesto più altruista e nobile. Nel 1964, ai mondiali, cedette un pattino ai suoi avversari britannici, Tony Nash e Robin Dixon. Grazie a questo gesto di anacronistica cavalleria, gli inglesi vinsero il titolo battendo gli italiani. Nash e Dixon divennero baronetti, mentre l’Enciclopedia Britannica onorò Monti inserendolo nelle sue pagine. Eugenio era arrivato al bob per necessità, più che per caso. La necessità cioè di provare ”l’ebbrezza della velocità a tutti i costi”. Lo confessò tanti anni dopo, commentando per telefono la vittoria del bob a due di Guenther Huber e Antonio Tartaglia ai Giochi di Nagano del 1998, giusto trent’anni dopo il suo trionfo. Trent’anni, per i colori azzurri, di sconfitte e illusioni: era ormai un rito, prima di ogni Olimpiade invernale, sentire il suo parere, fare i paragoni tra i suoi carrozzini coi pattini e gli attuali bob derivati dalle esperienze aeronautiche, allora ci voleva ”coraggio e spinta”, oggi il bob è un sofisticato siluro in fibra di vetro, carbonio e acciaio, ”non ha più nulla a che vedere con i bob dei miei tempi...”, scuoteva la testa Eugenio, ”una volta c’era il coraggio dei pionieri, adesso bisogna avere più quattrini degli altri, e i migliori laboratori di ricerca”. Un brutto incidente con gli sci gli aveva troncato la carriera di nuovo Zeno Colò alla vigilia delle Olimpiadi invernali di Oslo del 1952, spezzandogli entrambe le gambe e i legamenti di un ginocchio. Colpa della sua spericolatezza: a Cortina d’Ampezzo dicevano che era un pazzo e uno scavezzacollo (oltre che un tombeur de femmes...). Cocciuto come un mulo, decise di continuare col bob: di lì a quattro anni i Giochi sarebbero toccati a Cortina, a due passi da casa sua. Ottenne il posto di titolare a suon di risultati. Perse l’oro per un soffio, e non se lo perdonò mai. Ai Mondiali mieteva succesi; ai Giochi collezionava delusioni. Ma ebbe il merito di non arrendersi mai. Quando vinse i due ori di Grenoble, i primi a felicitarsi con Monti furono gli inglesi. Tanta gloria nello sport, tante amarezze nella vita. Amori tormentati, un matrimonio con l’americana Linda andato a rotoli, la morte del figlio Alex per probabile overdose, la figlia Amanda che vive prevalentemente negli Usa, le vicende giudiziarie perché Monti era assai spregiudicato nel condurre a modo suo certe iniziative (fece saltare un pezzo del monte Faloria con la dinamite per agevolare la costruzione della nuova funivia della cui società è ancora presidente onorario, e per questo nel 1991 si beccò 20 giorni di arresto e una multa salata, il reato fu prescritto in appello, ma non l’ammenda). Negli ultimi tempi si era come isolato dal mondo. Si sentiva tradito» (Leonardo Coen, ”la Repubblica” 1/12/2003). «Il perfetto epiteto di ”Rosso Volante” . Rossi infatti erano i suoi capelli e il volo voleva dire ebbrezza, levità, audacia, tutte le doti che lo spinsero ventunenne a vincere due titoli assoluti in discesa e slalom gigante e l’inverno dopo due discese mondiali, ambedue memorabili. Una, nella sua Cortina, lungo il celebre Canalone di Tofana, scendendo con un pettorale altissimo, quando la pista era ormai ”impossibile”. E l’altra a Chamonix, in Francia, sul ghiaccio della tremenda pista Verde, una svolta nella storia dello sci azzurro: Eugenio fu più ”volante” addirittura di Zeno Colò di 2’’50 e del campione olimpico Henri Oreiller di ben 5’’. Fu facile scrivere che ”l’Italia delle nevi aveva trovato il successore di Colò”. Aveva, ma il destino gli fu avverso. Mesi dopo, in una discesa di allenamento a Sestriere, scendendo troppo vicino nella scia di Roberto Lacedelli e Silvio Alverà che sollevavano nuvolette di neve farinosa, cadde banalmente e non poté rialzarsi perché i legamenti di un ginocchio si erano lacerati: fine dello sci. Perché la scienza medica non aveva ancora inventato i legamenti sintetici. L’infortunio gli guastò il sapore di vivere, lo ricordo pieno di mestizia nei suoi occhi celesti e chiari, come avesse smarrito il culto della vita. Poi, in autunno, mi disse di aver sognato di volare su un bob, di scendere su una pista che non aveva mai fine, aveva deciso di provare, perché ”lontano dallo sport non poteva stare”. Il dominio della velocità era nel suo cuore e nel sangue. Ci provò con una volontà famelica, nel 1955 lo rividi sorridere, un anno dopo guadagnò due medaglie d’argento ai Giochi olimpici, nella sua Cortina. Ma non esultò. Disperatamente sincero, mi confidò che il bob migliore, il più fortunato uscito dalle mani e dai calcoli del suo compaesano Podar, i preposti del Coni lo avevano affidato a Dalla Costa-Conti perché erano piloti dell’Aeronautica militare i quali meritatamente vinsero poi l’oro. Fu un ”torto” mai dimenticato. Anche perché una mattina Eugenio riuscì a fare una discesa con il bob degli avversari-amici impiegando addirittura 1’’ in meno del miglior tempo con il suo. In seguito però il vento gli è stato amico, il fascino del dominio del rischio e della velocità gli furono alleati consentendogli di porre in un anfratto del cuore e su una parete di casa sua due medaglie d’oro olimpiche e nove di campione del mondo. Un bottino che ha facilmente convinto gli esperti del mondo intero a definirlo ”il più grande bobista di sempre”. Purtroppo, con la consacrazione della gloria sportiva, il candore della sua anima e del suo sguardo venne turbato da vicende familiari che hanno via via appesantito la sua freschezza di libertà» (Rolly Marchi, ”La Gazzetta dello Sport” 1/12/2003).