Roberto Antonini Macchina del Tempo, gennaio - febbraio 2003 (n.1), 24 novembre 2003
Ci sono persone che riescono a realizzare i propri sogni. Una di queste è l’architetto Giancarlo Zema
Ci sono persone che riescono a realizzare i propri sogni. Una di queste è l’architetto Giancarlo Zema. Romano, a soli 29 anni ha messo a frutto la sua grande passione per il mare trovando un modo diverso di viverlo: rispettoso della natura e lontano dall’esibizionismo dei motoscafi rumorosi e potenti. Il risultato è stato il Trilobis 65, un’imbarcazione di nuovissima concezione che è difficile paragonare a qualsiasi altra macchina per il mare. Spiega Zema: «Si chiama Trilobis perché la forma ricorda quella del trilobite, un affascinante organismo marino estinto 250 milioni di anni fa (erano artropodi: avevano il corpo diviso in tre lobi e la sezione toracica formata da anelli). Il 65, invece, è la misura dell’imbarcazione in piedi, come si usa in marineria». Il progetto di Zema è stato accolto con entusiasmo dalla Underwater Vehicles, un’azienda canadese di Vancouver specializzata in mezzi sommergibili e veicoli marini per usi particolari. «Hanno visto altri miei lavori, pubblicati su alcune riviste internazionali, e mi hanno proposto di realizzare il Trilobis. Dovrebbe entrare in produzione per la fine del 2003». La barca che nascerà sarà lunga 20 metri e larga 10, dotata di un bulbo per l’osservazione subacquea collocato a 3 metri sotto il livello del mare. Il Trilobis non è uno yacht per corse sfrenate sull’acqua: la sua velocità massima è di 7 nodi, circa 13 km all’ora. Una precisa scelta progettuale. ADDIO, STATUS SYMBOL «Quando ho ideato Trilobis» racconta Zema «avevo in mente l’armonia con l’ambiente marino e la necessità di sfuggire alla concezione della barca come status symbol, ovvero come ostentazione di lusso e potenza». L’armonia inizia dal design. La forma dell’imbarcazione è generata da due ellissi: una in pianta e una in sezione. La struttura è costituita da gusci in fibra di vetro ad alta resistenza, nei cui stampi sono previsti gli incastri per il montaggio finale e per l’alloggiamento degli arredi. «L’utilizzo ideale di Trilobis è nei parchi marini» continua l’architetto «per ammirare la natura senza sporcare l’aria e l’acqua con le emissioni di motori inutilmente potenti». Ma è dall’alto del Trilobis, dalla cima della sua cupola, che si iniziano a scoprire le soluzioni tecniche avanzate che fanno di quest’imbarcazione un concentrato di tecnologia: la sua versione progettuale prevede l’impiego del motore a idrogeno, tanto per fare un esempio. L’energia elettrica è fornita da pannelli fotovoltaici collocati sul tetto dell’imbarcazione. Quello che salta agli occhi è l’ampia vetrata che copre parte dell’ellissi. Sotto ci sono due ponti: uno è quello della saletta comune, l’area giorno, l’altro, il superiore, è quello di comando. La vetrata consiste in un pannello polarizzato a due strati che, reagendo elettricamente alla quantità di luce che riceve, diventa più scuro o più chiaro. Il comando di schermatura della vetrata può essere anche manuale, in modo che chi è a bordo possa decidere quanta luce ricevere. Alle spalle della vetrata i pannelli solari fotovoltaici forniscono l’energia elettrica agli apparati di bordo. Sul ponte di comando il pilota è a tre metri e mezzo sul livello del mare. Questo tipo di barca, come è intuibile, non è stato pensato per traversate oceaniche o situazioni estreme, ma Trilobis ha tutte le attrezzature necessarie per la navigazione sotto costa, come ad esempio l’eco-scandaglio. UNA CASA GALLEGGIANTE Sotto la vetrata c’è un’ampia zona comune, con salottini e tavoli fissati al pavimento, come in tutte le barche. Qui siamo a 1,4 metri sul livello del mare. La pianta ellittica torna in tutti i livelli del Trilobis, e anche gli arredi riprendono armonicamente le linee morbide della barca. Nella parte posteriore, al riparo di una tettoia costituita dal guscio superiore, c’è una delle poche soluzioni navali consuete: un ponte all’aperto realizzato in legno di teak e attrezzato con salottini tondeggianti. Qui l’ellissi della barca è interrotta da un’apertura che ricorda l’incastro concavo di un puzzle. Questa forma risponde a una delle prestazioni del Trilobis: la sua possibilità di ormeggiare agganciandosi a un pontile galleggiante, realizzato in legno di teak e ancorato al fondo (vedi disegno a pag. 76). La soluzione riduce al minimo l’impatto ambientale (nessuna colata di cemento) e permette di usare la barca come una sorta di casa galleggiante. Dal pontile, inoltre, ogni Trilobis potrà ricevere i rifornimenti necessari. Quando la barca è in mare, invece, il vano d’attracco è occupato da un pontile in acciaio e teak che, spinto da un motore elettrico, fuoriesce e diventa un trampolino per tuffarsi. C’è POSTO PER SEI PERSONE Sotto le due code del Trilobis ci sono i vani motore. «Come ho previsto nel progetto», dice Zema, «la barca si muoverà con due motori a idrogeno funzionanti a celle a combustibile. Ma attualmente non sono disponibili sul mercato: la tecnologia ha fatto notevoli passi in avanti per le auto, ma i motori navali a idrogeno sono ancora in fase di sperimentazione. Ho scelto l’idrogeno perché, com’è noto, questo tipo di motore produce energia rilasciando nell’ambiente solo acqua. Per ora, credo che la soluzione migliore per il Trilobis siano i motori misti diesel-elettrici, o magari degli idrojet». Il progetto, in ogni caso, tiene conto degli ingombri e delle misure di sicurezza per la propulsione a idrogeno. I due vani motore dove sono alloggiati anche i serbatoi sono particolarmente resistenti agli urti e realizzati in materiale fonoassorbente, per evitare fastidiosi rumori all’esterno. Spostandosi verso la prua si arriva alle camere, 80 centimetri sotto il livello del mare. Nel Trilobis c’è posto per sei persone, con due camere doppie e due singole, tutte con bagno. Le camere hanno finestre lunghe e sottili. «Dall’esterno vediamo una lunga vetrata unica», spiega Zema, «perché i montanti sono coperti da un unico pannello trasparente. Ho scelto questa soluzione perché si accorda armonicamente alle linee dell’imbarcazione». OSSERVARE con INTERNET E FARI La vera sorpresa del Trilobis è nascosta. Nella parte inferiore, infatti, 3 metri sotto il pelo dell’acqua, c’è una bolla dove è possibile accomodarsi per godersi lo spettacolo della fauna e della flora subacquea. Disposte in cerchio vi trovano posto sei poltrone, dalle quali gli occupanti della barca possono ammirare a 360 gradi lo spettacolo dei fondali marini. Per ogni postazione è previsto un collegamento multimediale a Internet (per scoprire qualcosa in più su quanto si sta osservando) e i comandi per l’illuminazione esterna. All’esterno del bulbo, infatti, poco sotto le due alette stabilizzatrici, che hanno lo stesso scopo dei galleggianti delle piroghe polinesiane o degli scafi dei catamarani, sono piazzati dei fari che illuminano i fondali. Questo osservatorio sottomarino, che non sfigurerebbe sul Nautilus del capitano Nemo, è collegato da una scala a chiocciola al vertice opposto del Trilobis, la sfera in superficie pensata per un’immersione nella luce del sole e nell’aria di mare. «In questa struttura c’è la filosofia del mio progetto: armonia con l’habitat marino, armonia negli interni», precisa ancora Zema. «La scala a chiocciola interna consente di vivere liberamente tutto l’ambiente della barca, quattro livelli dall’alto al basso. Attorno alla scala c’è un ampio cavedio: in questa maniera chi sta ai piani inferiori si sente in comunicazione con chi sta in quelli superiori. Ma questo non vuol dire che la privacy a bordo sia compromessa: le soluzioni che ho studiato per gli alloggi fanno in modo che ognuno possa avere i propri spazi». Il Trilobis 65 è in fase di costruzione nei cantieri canadesi della Underwater Vehicles. «Il prezzo per ora è alto, circa 4-5 milioni di dollari per unità», precisa il suo creatore, «ma gli acquirenti-tipo sono i gestori di villaggi eco-compatibili, più che singoli privati. Una volta in produzione su scala industriale, i costi unitari, su cui gravano quelli onerosi della realizzazione ex novo degli stampi per i gusci in fibra di vetro, non potranno che scendere». Roberto Antonini