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 2003  novembre 24 Lunedì calendario

Studiosi inglesi e americani hanno reso possibile ciò che fino ad oggi poteva sembrare un film: all’interno delle porosità di un osso di Bison priscus, una specie di bisonte che viveva durante l’ultima era glaciale e che è all’origine degli attuali bisonti europei, sono riusciti a prelevare Dna e osteocalcina (una proteina contenuta nelle ossa)

Studiosi inglesi e americani hanno reso possibile ciò che fino ad oggi poteva sembrare un film: all’interno delle porosità di un osso di Bison priscus, una specie di bisonte che viveva durante l’ultima era glaciale e che è all’origine degli attuali bisonti europei, sono riusciti a prelevare Dna e osteocalcina (una proteina contenuta nelle ossa). Non si sono però limitati a rilevare la presenza di questi due componenti organici nell’esemplare datato a 55mila anni fa, ma sono riusciti anche a scomporli nei loro mattoni principali, fino a poterne analizzare le sequenze chimiche, cioè a decodificarli. Hanno così potuto confrontare l’osteocalcina del bisonte siberiano con quella di un bisonte ritrovato in Alaska, e hanno scoperto che le due sequenze proteiche sono praticamente identiche tra loro e sono a loro volta quasi identiche a quella dei bisonti attuali. Una ricerca significativa non solo perché permette di studiare su base chimica l’evoluzione delle specie, ma soprattutto perché prova che alcune proteine, almeno in certe condizioni (in questo caso, un parziale congelamento), si conservano molto meglio del previsto. In effetti l’analisi è stata estesa a ossa fossili risalenti fino a circa 120mila anni fa, esposte sperimentalmente ad alte temperature (fino a 165° C): anche dopo questo trattamento i ricercatori sono riusciti a estrarre l’osteocalcina. Questo tipo di approccio a una paleontologia biomolecolare dovrà essere affinato, ma offrirà un grande sostegno a chi studia gli esseri estinti. Si potrà per esempio capire se certe interpretazioni evolutive dedotte dallo studio della forma dei resti scheletrici siano corrette o meno. Ecco dunque che, proprio come le proteine del Bison priscus analizzate dai ricercatori inglesi e americani, particelle microscopiche possono fornire ai paleontologi informazioni altrettanto significative di quelle deducibili, per esempio, dallo scheletro pietrificato di un intero dinosauro. Da qui l’importanza dei residui organici fortuitamente preservati all’interno delle cavità delle ossa, dei gusci dei molluschi o nelle radici dei denti. Tuttavia, è e resterà impossibile che si verifichi ciò che abbiamo visto in Jurassic Park, dove una zanzara, dopo aver punto un dinosauro, viene inglobata in una goccia di resina che diventa ambra e, trascorsi 65 milioni di anni, il sangue succhiato dall’insetto è utilizzato per clonare un intero dinosauro. un limite concreto, perché è molto difficile trovare resti organici inalterati, e soprattutto in quantità sufficiente ad estrarne un codice genetico completo, all’interno dei fossili: soprattutto quelli più antichi, infatti, presentano spesso una rimineralizzazione della loro struttura (il che significa che hanno perso la componente organica). Più interessanti si rivelano quindi i resti più recenti (subfossili), che non sono ancora del tutto fossilizzati. * Museo di Storia Naturale di Milano Sezione di Paleontologia dei Vertebrati