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 2003  novembre 24 Lunedì calendario

CALOPRESTI

CALOPRESTI Mimmo Polistena (Reggio Calabria) 4 gennaio 1955. Regista. Nel 1962 si trasferisce a Torino con la madre Jolanda e il padre Emilio, operaio alla Fiat. direttore dell’Archivio Storico del Movimento Operaio fondato da Cesare Zavattini. Nel 1995 esordisce nel lungometraggio con La seconda volta. Nel 1997 è regista e sceneggiatore di La parola amore esiste, nel 1998 firma il documentario Tutto era Fiat. Nel 2001 dirige Preferisco il rumore del mare. Nel 2002 è regista, co-sceneggiatore e interprete del film La felicità non costa niente. «[...] ”[...] sono nato comunista e adesso mi sento [...] un individualista. Penso che soltanto le persone, una per una, possano trasmettere le emozioni e la forza che servono alla politica per andare avanti, per non rassegnarsi, per non cedere alla mediocrità e rinunciare ai sogni. Non credo più all’idea di organizzazione di massa, ai grandi gruppi collettivi che si muovono con gli slogan: il terrorismo ha ucciso per sempre, negli anni Settanta, la forza dei movimenti spontanei promossi dagli operai e dagli studenti. Esattamente come ora i kamikaze hanno cancellato i no-global. [...]” [...] molto alternativo, nei modi, nel vestire, nel giocherellare con l’anello d’argento, con i capelli spettinati e un po’ lunghi [...] Calopresti è nato a Polistena, paese in provincia di Reggio Calabria, nel 1955. La qualifica a cui tiene di più è: presidente dell’archivio audiovisivo del movimento operaio. Nel 1962 suo padre Emilio, ”un sarto distrutto dal boom delle confezioni a poco prezzo” ottiene, ”dal solito prete e dal solito notabile dc” un posto alla Fiat e una casa in centro, a Torino. Sua madre Jolanda contribuisce al bilancio familiare con le riparazioni e gli orli, ”e impara a leggere il giornale tutti i giorni, si integra perfettamente nel quartiere metà borghese e metà operaio dietro piazza Vittorio. Quanta retorica falsa si è fatta sugli immigrati meridionali, la verità è che i piemontesi operai ci hanno accolto a braccia aperte e che la città aristocratica viveva in collina, lontanissima dalla vita quotidiana dei lavoratori. Io giocavo a pallone alla parrocchia dell’Annunziata, poi da ragazzo – all’istituto tecnico di Moncalieri e ai cancelli della Fiat – mi sono avvicinato a Lotta Continua. Ricordo un comizio di Adriano Sofri, una mattina di domenica al mercato, come parlava chiaro, come era bravo a convincere il popolo. Ricordo Giuliano Ferrara, giovane dirigente comunista, che menava fendenti e schiaffoni all’università contro gli estremisti, cioè contro di noi. Piero Fassino, in quegli anni, veniva a parlare alla nostra scuola, voleva convincermi a entrare alla Fgci, l’organizzazione giovanile del Pci, ma io ero uno spontaneista. Quando Sofri scioglie Lotta Continua, gli operai della Fiat, proprio quelli legati al pentito Leonardo Marino, il suo futuro accusatore, lo contestano. E io pensai invece che fosse una decisione giusta”. Alla fine degli anni Settanta, Torino si infiamma: ”Era facile vedere sparire gli amici, passati alla lotta armata. Mi salvai perché avevo iniziato a fare il cinema all’università, grazie a Gianni Rondolino, critico della ”Stampa’, fondatore del Festival dei giovani e docente alla facoltà di Lettere. Il nostro era comunque lavoro politico: raccontavamo gli esclusi, gli operai, gli zingari, poi magari scappavamo a goderci un bel western americano. In quel periodo mi sono legato a don Ciotti, sempre in lotta contro l’indifferenza della città davanti all’emarginazione. Oggi mi piace anche la follia ecumenica di Walter Veltroni, uno che vuole mettere d’accordo tutte le diversità del mondo, dall’Africa al Tiburtino Terzo”. [...]» (Barbara Palombelli, ”Corriere della Sera” 16/7/2005). «Non mi interessa raccontare le generazioni. Non credo a un cinema che racconta spaccati di società, credo a un cinema che racconta gli individui. I miei confini sono le persone, la loro storia, che può essere forte, grande, piccola, media. Sarà la mia capacità di regista a renderla interessante. Il regista deve avere la capacità, anche tecnica, di far diventare importanti delle piccole storie che non lo sembrano, che sembrano poca cosa [...]» (Elisabetta Lodoli, ”Ciak” n. 5/2002).