Varie, 23 novembre 2003
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TADDEI FERRANTE Rodrigo San Paolo (Brasile) 6 marzo 1980. Calciatore. Lanciato dal Siena. Dal 2005/2006 alla Roma • «Si presenta con una catenina al collo con scritto Jesus, dimostrazione della sua Fede
TADDEI FERRANTE Rodrigo San Paolo (Brasile) 6 marzo 1980. Calciatore. Lanciato dal Siena. Dal 2005/2006 alla Roma • «Si presenta con una catenina al collo con scritto Jesus, dimostrazione della sua Fede. La voce è bassa, lo sguardo fisso. Timido. Poco brasiliano, insomma. ”Sembro più tedesco”, ammette Rodrigo Taddei, brasiliano bianco, con poco samba nel sangue e parecchia sostanza. Il suo idolo calcistico non è Ronaldinho ma Nedved. ”Lo stimo come professionista. Poi, il mio ruolo è simile al suo, anche se lui in questi anni ha [...] una posizione più offensiva rispetto alla mia [...] Mi piace correre per la squadra, anche se amo il tocco di palla e la giocata. In fondo sono un brasiliano [...] la mia vita è stata piena di sofferenze. stato così fin da piccolo: vengo da una famiglia molto povera, nella quale giocare a calcio contava poco. Era importante il lavoro. Poi, prima la scomparsa di mio padre, poi quella di mio fratello mi hanno fatto parecchio male, mi hanno segnato. [...] Dio ci mette davanti a tanti ostacoli, che volta per volta vanno affrontati e saltati. Io devo parecchio anche alla mia famiglia [...] Giocare resta un divertimento, oltreché una bella professione. Quando vado in campo, quando faccio gol mi batte forte il cuore. Do sempre l’anima [...] essendo un brasiliano è ovvio che mi esalto nelle fasi offensive [...] Mi piace cercare l’uno-due per arrivare in porta. Però mi fa piacere mandare in gol il compagno. [...] San Paolo, dove sono nato, con tutto il suo traffico, il caos, le numerose persone che ti girano intorno. A Siena si arrivava ovunque in cinque minuti [...]”» (Alessandro Angeloni, ”Il Messaggero” 24/9/2005). «’Vengo da una favela – spiega – dove ho conosciuto la vera povertà. Mia madre, da sola, ha cresciuto me i miei due fratelli. Per questo mi adatto a tutto, a qualsiasi allenamento, al freddo... Voglio arrivare in alto anche per dare a lei e mio fratello una vita diversa. Voglio aiutare tutti quelli che soffrono, come i bambini poveri in Brasile. Quando smetterò di giocare vorrei creare una fondazione per loro. [...] Devo migliorare tantissimo. Lavoro per quello ognigiorno. Ci metto il cuore. Chiedo sempre dove sbaglio per poter crescere. Poi mi piace correre. Anche se siamo 3 a 0 e la partita sta finendo io corro. Se non faccio così non mi sembra sia una partita. Se mi alleno bene, alla sera ho la testa sgombra, sono sereno. Il giorno dopo torno sul campo più convinto anche delle mie possibilità. Per me un allenamento è come se fosse una partita, una partita è come se fosse una guerra. Sportivamente, chiaro. Sono brasiliano, gioco sempre per vincere”.A undici anni, Rodrigo entra nelle giovanile del Palmeiras. ”Un sogno. A scuola imparavo facilmente, ma non riuscivo a studiare perché pensavo solo al calcio. Quando ho cominciato a guadagnare mi sono dato anche al calcetto. Tutto andava bene pur di portare a casa più soldi”. Arriva a 18 anni in prima squadra e fa un incontro determinante. ”L’allenatore era Luis Felipe Scolari. Grande, molto carismatico. Come prima cosa mi dice ”Tu sei’ un’uomo, sei Taddei. Non Tigela’. Era il soprannome che mi aveva messo mio padre. Significa scodella, era per il mio taglio di capelli”. Al Palmeiras, soprattutto c’è il terzino paraguaiano Francisco Arcè. ”Un maestro, uno spettacolo. Il migliore di tutti sui calci da fermo. Dopo ogni allenamento stavo con lui e con Alex 20-30 minuti per imparare. Collo interno forte, forte il più possibile, col giro, ma sempre mirando un punto preciso. Alla Mihajlovic per capirci”. Un giorno il Palmeiras affronta il Vasco da Gama del suo idolo Romario. ”Io pur di giocare faccio qualsiasi ruolo. Quel giorno viene espulso Marcos, il portiere. Vado in porta. Punizione: tira Romario. Mi butto, la prendo. Dopo gli hanno dato un rigore e li non c’è stato niente da fare”. Gli inizi in Italia non sono stati facili. ”Per Siena ero uno sconosciuto. Era giusto che dovessi dimostrare il mio valore. La ’retrocessione’ nella Primavera l’ho presa come un ulteriore stimolo. Certo, non è stato un momento bello, ma non ho mai pensato di mollare. Poi c’è stato un crescendo. Prima giocavo 10 minuti, poi 20, poi un tempo... Avevo 21 anni, era la prima volta che uscivo dal mio Paese, non parlavo italiano. Non è stato facile adattarmi a una città piccola. Ero abituato al caos di San Paolo, 20 milioni di abitanti. Ma Siena mi piace anche perché è una città multirazziale, con tanti giovani che parlano la stessa lingua”. La promozione sembra il momento della gioia. quello della tragedia. Sabato 7 giugno l’ultima partita, a Salerno. Domenica mattina il viaggio, prima Siena poi Milano per prendere l’aereo per il Brasile. Un incidente stradale lo manda all’ospedale in grave condizioni. Gli restano una serie di cicatrici sul corpoe una, enorme, ancora aperta, nell’anima. Leonardo, il fratello più piccolo, muore sul colpo. Lo sguardo di Rodrigo s’impietrisce. Poi cerca di farsi forza, di reagire. ”Tranquillo”. Fa una fatica disumana a parlare. ”Da quel giorno la mia vita non è più la stessa. Mi manca. Mi manca. Lo cerco tutti i giorni. Nel mio modo di giocare c’è tanto di lui. Il gol a Perugia, città da dove è partito il mio bisnonno paterno, l’ha segnato lui. Solo lui dal cielo poteva guidare quella palla. Se tiro mille altre volte un gol così non lo segno più. Sto cercando di aiutarmi con la fede”. Lo dice toccandosi il crocefisso che ha al collo. Poi l’emozione è ancora troppo forte. Le mani sulla faccia. Le lacrime gli solcano il viso. ”Tranquillo. Non ti preoccupare. Tranquillo. [...] Studio tutti gli attaccanti, da tutti c’è qualcosa da imparare. Il giocatore però che più ammiro, il mio modello, non è brasiliano: è Nedved. Non so se un giorno giocherò con lui o no, ma vorrei un giorno giocare come lui”» (Claudio Ghisalberti, ”La Gazzetta dello Sport” 22/11/2003).