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 2003  novembre 23 Domenica calendario

Shevardnadze Eduard

• Mamati (Georgia) 25 gennaio 1928. Politico. «[...] Il grande vecchio della perestrojka, l’uomo che per anni è stato fra i più potenti della terra [...] ” stato il processo stesso della vita, più che gli uomini, a dettare le regole della perestrojka. In Unione Sovietica la classe dirigente era molto invecchiata: Breznev aveva 72 anni, Andropov quasi 75, anche Cernenko era molto anziano. Il Paese era diventato debole e stanco come i suoi politici, la gente era scontenta. Io e Gorbaciov all’epoca eravamo giovani e molto amici. Lui era un leader nato. Facevamo le ferie insieme in Abkhazia, e durante quelle vacanze parlavamo di politica, e di tante altre cose [...] Sin dall’inizio tutto è andato in modo tale che niente poteva più essere cambiato. Noi lo sapevamo, sapevamo che dovevamo cambiare tutto, ma non sapevamo come. Dopo un mese o due dalla sua elezione a segretario generale del Pcus, Gorbaciov mi ha telefonato: ”Devi venire a Mosca”. Io ero contrario: ”Ma che vengo a fare?”. E lui mi rispose: ”Tutto è deciso”. All’inizio mi rifiutati, ma Gorbaciov mi pregò di rifletterci: ”Pensaci, ti richiamo domani mattina”. Dopo due giorni ero a Mosca come ministro degli Esteri dell’Unione Sovietica, uno dei posti di maggiore potere nel mondo, in un momento in cui i rapporti con il blocco occidentale erano pessimi. In America c’era Ronald Reagan, un grande presidente, ma non quell’angelo che il mondo credeva... [...] I servizi ci avevano informato del fatto che l’America stava avviando un progetto di guerra nucleare, posizionando armamenti nelle basi Nato più vicine al nostro territorio. Io e Gorbaciov convocammo i nostri migliori scienziati e chiedemmo loro quanto tempo c’era per organizzare una difesa. All’epoca avevamo i missili pesanti SS20, che teoricamente erano in grado di raggiungere l’America. Inizialmente i tecnici ci dissero che un progetto difensivo di quel genere non era pensabile, ma dopo tre mesi, in un incontro ristretto con me e Gorbaciov, ci avevano ripensato: ”Volendo, si può fare”. Allora io e Gorbaciov ci siamo guardati e siamo arrivati alla decisione che l’ordine del mondo doveva essere cambiato, bisognava modificare radicalmente la rotta della nostra politica estera. Una gara con gli americani non era possibile per noi [...] eravamo troppo deboli, l’avremmo persa. E allora abbiamo deciso di non raccogliere la provocazione e di cominciare a collaborare. Noi con gli americani dovevamo vincere la pace, e per questo era necessaria una persona che non appartenesse alla vecchia nomenclatura sovietica. Con Gromyko, ad esempio, avviare un dialogo con gli Usa non sarebbe mai stato possibile. Era un grande ministro degli Esteri e un grande professionista, ma appena sentiva la parola ’America’ cominciava a fremere di rabbia [...] La perestrojka è sempre stata appoggiata dalla gente, era un’idea capace di infiammare il popolo, più delle armi e dei soldi. La strategia era chiara: cambiare i rapporti con l’Occidente e in una seconda fase iniziare un processo di collaborazione. Non abbiamo deciso di agire così per generosità o bontà d’animo. Semplicemente non avevamo altra scelta. Per questo sono stato chiamato io e non Gromyko, che portava l’odio per l’America scritto nel cuore [...] Il problema è che tante delle promesse di Gorbaciov non si sono realizzate. Ma [...] non era facile: il Paese è sterminato, e poi con la rottura tra i leader della perestrojka il cammino si è interrotto. Eltsin e Gorbaciov non si intendevano su nulla. Un risultato positivo però la perestrojka l’ha avuto: l’indipendenza della Russia, dell’Ucraina e della Bielorussia” [...]» (’La Stampa” 11/3/2005). « inutile scomodare la Storia ricordando che la Georgia dette i natali a Josip Stalin, il più sanguinario dittatore comunista che si ricordi. E´ quasi superfluo citare Mikhail Gorbaciov, il cui operato restituì nel 1991 l´indipendenza alla piccola repubblica caucasica, dando così modo ai suoi uomini politici di esercitarsi nell´arte del governo. L´imbarazzante parabola di Eduard Shevardnadze - che del primo fu erede ideologico e del secondo ministro degli Esteri - è solo una vicenda locale, il turpe declino d´un satrapo che s´abbarbica al potere in mezzo a separatismi, attentati, trame islamiche, malavite con pretese politiche e una corruzione onnipresente ed onnivora. Il fatto che egli sia stato, poco più di dieci anni fa, il responsabile della politica estera della seconda superpotenza mondiale, un facitore e disfacitore di regni, un personaggio di cui si diceva che fosse un taciturno e discreto liberale, protettore delle arti e della libertà d´espressione di scrittori e cineasti, un uomo di mondo e di larghe vedute, e oggi soltanto un boss locale col volto gonfiato dagli anni e dal cognac georgiano, che una cortina di pretoriani difende a stento dall´ira popolare, ci deve far riflettere soltanto sull´intima debolezza della natura umana. E forse sul fatto che l´epoca della guerra fredda, perennemente sospesa sull´orlo dell´olocausto nucleare, costringeva i suoi dirigenti a maggiore grandezza di quanta non ne esiga il mondo caotico e meschino che l´ha sostituita. [...] Egli è ormai logorato dall´esercizio estenuante del potere in questo staterello di cinque milioni di abitanti, con un passato mitico ma ormai troppo remoto, passato nell´ultimo decennio di crisi in crisi, chi voleva la riunificazione alla Russia e chi l´avvento di una repubblica islamica e tutti naturalmente a mano armata e, potendo, a suon di attentati micidiali. Sopravvissuto a stento alla guerra civile e poi alla secessione degli Abkhazi, alle spinte centrifughe degli Ossezi e alle proteste degli Azeri, a due tentativi d´assassinio e a tre successive rielezioni ciascuna più manipolata della precedente, Shevardnadze non ha più avvenire politico. [...] Una squallida uscita di scena ma degna forse dell´apprendista stregone che dalle stanze protette e scintillanti di stucchi del Cremlino dette il via alla decomposizione dell´impero sovietico e a una miriade di separatismi e localismi e oggi sta perdendo la lotta per la sopravvivenza in quella che ne fu una remota provincia. [...] Eduard Shevardnadze ha avuto tempo, nei dieci anni di burrascosa indipendenza della Georgia, di vederne di tutti i colori ed è abbastanza accorto ed esperto per capire che il suo tempo è scaduto. Passerà la vita che gli resta a meditare sullo straordinario contrasto tra la sua ascesa, scandita dalle ineluttabili tappe di una perfetta carriera di burocrate sovietico, e l´incubo fuori controllo della sua presidenza della repubblica. Iscritto al Partito comunista dell´Unione Sovietica a 20 anni, nel 1948; ministro della Protezione dell´ordine pubblico della repubblica sovietica di Georgia (1965); ministro dell´Interno (1968); primo segretario del partito in Georgia (1972-1985); ministro degli Esteri e membro del Politburo del Pcus (1985). Dimissioni da ministro nel 1990 e dal partito l´anno dopo. Lo stesso in cui la Georgia si proclama indipendente con un referendum popolare; Zviad Gamsakhurdia ne è il primo presidente. Ancora un anno e Gamsakhurdia viene cacciato a mano armata. Shevardnadze rientra nel suo paese d´origine e viene immediatamente innalzato alla presidenza. Ma l´incubo comincia subito. Scoppia la guerra civile in Abkhazia, i morti sono migliaia, i profughi centinaia di migliaia, la Georgia diviene un crocevia di traffici malavitosi, il presidente sopravvive miracolosamente a due attentati micidiali (uno con l´esplosivo, l´altro coi razzi) che prendono di mira la sua auto. Shevardnadze riesce a mantenere il controllo politico, ma la repubblica sprofonda in un baratro di miseria. La furia popolare riuscirà infine ad aver ragione di lui, là dove avevano fallito le mene del terrorismo e del gangsterismo caucasici» (Pietro Veronese, ”la Repubblica” 23/11/2003). «Era tornato nella sua Georgia accolto come salvatore e padre della patria. [...] Rischia di chiudere nell’ignominia una carriera di statista apprezzato in tutto il mondo. Per non aver saputo lasciare al momento opportuno. Un errore imperdonabile per un uomo al quale si attribuisce un gran senso della storia. E dire che finora era sempre stato nel posto giusto al momento giusto. Al fianco di Mikhail Gorbaciov, quale ministro degli Esteri, quando si trattò di avviare il disgelo con l’Occidente, di firmare i primi storici accordi per il disarmo. Poi sulla breccia politica a Mosca (dopo una carriera nel partito, prima in Georgia quindi nell’Urss) durante i clamorosi scontri tra riformisti e conservatori nel 1988 e 1989. Nel 1990, mentre Gorby aveva i suoi dubbi e tentava un impossibile equilibrismo tra i due fronti, Shevardnadze si dimise clamorosamente, denunciando una ”dittatura strisciante”. L’anno dopo, i fatti avrebbero dato ragione a lui e agli altri democratici come Eltsin e Yakovlev, con il tentato colpo di stato di agosto. Volpe Grigia (come lo chiamano i sostenitori) è tornato in Georgia dopo la cacciata del presidente Gamsakhurdia e la fine della guerra che aveva insanguinato il Paese. Giusto in tempo per essere eletto, anzi acclamato presidente. Una carica confermata con un quasi plebiscito alle elezioni del ’92, poi a quelle del ’95 e ancora alle ultime del 2000 (79,8 per cento dei voti, in una consultazione giudicata regolare). Nel ’93, quando lo scontro con i separatisti di etnia russa dell’Abkhazia si fa drammatico e contemporaneamente anche le truppe del vecchio presidente Gamsakhurdia attaccano la Georgia, Shevardnadze è in prima linea, rappresenta agli occhi del mondo il suo Paese che resiste. Ha la forza (anche politica) di firmare un cessate il fuoco e di accettare i Caschi Blu russi come forza di interposizione. Tutto pur di garantire la pace alla poverissima Georgia, patria di Stalin, che all’Urss forniva soprattutto frutta e vino. Ma gli anni Novanta sono durissimi, mentre i rapporti con Mosca peggiorano. E il fatto di avere un confine montagnoso con la Cecenia non aiuta. Quella parte del Paese (soprattutto la gola di Pankisi) diventa un santuario dei guerriglieri e dei terroristi. Shevardnadze si avvicina sempre di più all’Occidente, fino a fornire le basi di partenza per gli attacchi americani in Afghanistan. Ci sono esercitazioni comuni con Paesi Nato, mentre anche le relazioni con la Russia di Putin migliorano. Truppe speciali georgiane addestrate dagli americani prendono il posto dei russi per controllare la gola di Pankisi, Mosca ritira i suoi uomini. Il programma di Volpe Grigia era di ritirarsi pacificamente nel 2005 alla fine del suo ultimo mandato presidenziale dopo aver scelto un successore, come Eltsin fece in Russia con Putin. Ma il piano non ha funzionato. Il Paese, anche se stabilizzato politicamente, non è uscito dalla stagnazione. Così alle ultime elezioni politiche il democratico Shevardnadze non ha resistito alla tentazione di usare le leve del potere per assicurare la vittoria dei suoi. Le elezioni sono state dichiarate manipolate da tutti gli osservatori internazionali. E ora il presidente georgiano sembra essere stato abbandonato anche dagli americani e dagli altri alleati occidentali» (Fabrizio Dragosei, ”Corriere della Sera” 23/11/2003).