Sara Uslenghi Macchina del Tempo, gennaio - febbraio 2003 (n.1), 22 novembre 2003
Sfatiamo il luogo comune che il gatto veda il padrone solo come una mano che gli dà da mangiare. Chiunque abbia avuto un gatto sa che questo è assolutamente falso
Sfatiamo il luogo comune che il gatto veda il padrone solo come una mano che gli dà da mangiare. Chiunque abbia avuto un gatto sa che questo è assolutamente falso. Ma cosa siamo ai suoi occhi? A volte siamo cuccioli, a volte madri. E a volte alberi, piante. Sicuramente a chi possiede un micio sarà capitato almeno una volta di trovare sullo stuoino di casa un suo macabro regalino. Un topo, un passerotto o un bell’insetto colorato, ma comunque morto stecchito. Noi rabbrividiamo e invece dovremmo commuoverci. Perch il gatto ci sta procurando del cibo esattamente come farebbe per i suoi cuccioli. Si prende cura di noi, insomma. Vietato dunque rimproverarlo, ci resterebbe malissimo. Ma al piccolo felino piace anche ritornare all’infanzia: quando punta le zampe contro di noi, oppure dorme sui nostri capelli. In quei momenti ci vede come la sua mamma. Ci chiede di fare le veci di una gatta e di coccolarlo un po’. Quando invece si struscia intorno alle nostre gambe, per lui siamo come alberi. Parte del suo territorio, sul quale lascia il suo marchio odoroso. un modo per riconoscerci, per tranquillizzarsi e ricordarsi che è a casa sua. Insomma, in qualunque modo decida di vederci, siamo importanti per lui e ci dimostra affetto in mille modi. Apprezziamoli, senza pretendere comportamenti che non fanno parte della loro natura. Sarebbe una vera crudeltà. Sara Uslenghi