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 2003  novembre 22 Sabato calendario

Ambiguo, infido, demoniaco. Il gatto come animale del diavolo, addirittura doppio delle streghe, è un’immagine che ricorre in tutto il folclore cristiano

Ambiguo, infido, demoniaco. Il gatto come animale del diavolo, addirittura doppio delle streghe, è un’immagine che ricorre in tutto il folclore cristiano. soprattutto il gatto nero, colore della morte e della notte, a suscitare le fantasie più sfrenate: va allontanato dalle culle dei neonati; se si avvicina al letto d’un malato ne annuncia la prossima fine; accucciato su una tomba, assicura che l’anima del defunto è dannata. Ma come ha fatto il nostro placido e sornione compagno di casa a guadagnarsi una fama così terribile? Nell’India antica, per la sua vitalità notturna, era strettamente associato alla luna. Come quest’ultima periodicamente appare in tutto il suo splendore, illuminando la notte, per poi scomparire al novilunio lasciando il buio completo, così esiste un gatto bianco, che protegge gli innocenti, e un gatto nero, pericoloso animale predatore. Anche nel mondo classico il gatto appare associato alla luna, legata al mondo della magia e della sessualità femminile. Secondo Ovidio la dea Luna, per sfuggire ai Giganti, prese le sembianze di una gatta. Artemide, dea della natura selvaggia e della verginità, veniva venerata, come Ecate, sotto questa forma. Nel misogino immaginario greco, la gatta lussuriosa quasi incarna la donna. Secondo Erodoto, il gatto vorrebbe accoppiarsi in continuazione, ma la gatta, spaventata dal suo seme bollente, si ritrae, e il primo, per costringerla ad accoppiarsi, uccide i suoi piccoli. Il gatto, ha insomma una sessualità pericolosa, che gli autori cristiani hanno immediatamente associato a quella dissoluta delle streghe e del demonio. Questa natura selvaggia si spiega in parte anche per il fatto che in Grecia e a Roma, almeno fino al IV secolo d.C., il gatto era raramente un animale domestico. Per gli antichi, il fatto di cacciare una creatura come il topo, veloce, imprevedibile, legata alla terra e al sottosuolo, fa del gatto una essere medianico capace di stabilire un contatto con il mondo dell’aldilà e di prevedere il destino. In Egitto, a partire dal XVIII secolo a.C., il gatto appare al centro di un importante culto religioso: Bastet, dea della danza e dell’amore. Anche gli egizi dunque associavano al gatto la sessualità. L’uccisione di un gatto poteva costare la morte. Lo sapeva bene il re persiano Cambise che, come vuole la tradizione, quando nel 525 attaccò l’Egitto, fece legare dei gatti sugli scudi dei suoi soldati per obbligare il nemico a capitolare. Allo stesso modo, secoli più tardi, gli egizi rischiarono di rovinare le difficili relazioni diplomatiche con Roma, massacrando un membro di un’ambasceria romana colpevole di aver ucciso involontariamente un gatto. demonizzato dalla chiesa Il culto si trasformò rapidamente, assumendo delle caratteristiche che ricordano quelle del dio greco Apollo: il Grande Gatto era una divinità solare. Poi, la diffusione dei culti egizi e nelle città romane procedeva di pari passo con la diffusione del cristianesimo che individuava nei culti tradizionali dei pericolosi concorrenti. Non deve stupire pertanto che la cultura cristiana abbia associato all’immagine del gatto, coinvolto in pratiche magiche e divinatorie e in culti legati all’amore e alla sessualità, tutta una serie di valori negativi.