Isabella Lattes Coifmann Macchina del Tempo, gennaio - febbraio 2003 (n.1), 22 novembre 2003
S ua maestà il gatto entra col suo passo molleggiato, silenzioso.Ti guarda con i suoi occhi enigmatici e ne rimani come ipnotizzato
S ua maestà il gatto entra col suo passo molleggiato, silenzioso.Ti guarda con i suoi occhi enigmatici e ne rimani come ipnotizzato. Emana un fascino sottile a cui è difficile resistere. C’è qualcosa di misterioso nei suoi occhi, forse per quella pupilla verticale talmente sensibile alle variazioni di luminosità che in Cina c’è chi la utilizza addirittura come orologio. Calcola l’ora della giornata in base al grado di dilatazione o di restringimento della pupilla del suo micio. Ma è soprattutto la notte che i gatti hanno la vista fine. Come altri carnivori, anche loro hanno dietro la retina una speciale formazione cellulare, il tapetum lucidum, una sorta di catarifrangente che consente a questi animali di vederci quasi al buio. Anche nella notte più fonda c’è sempre una quantità di luce minima che percepiamo a fatica solo dopo esserci assuefatti all’oscurità. La forza di Sansone era tutta nei capelli. La sensibilità tattile dei gatti è tutta nei baffi, le prodigiose vibrisse che funzionano come un radar guidando l’animale nell’oscurità e facendogli evitare gli ostacoli. Una sensibilità che gli uomini baffuti non possono certo vantare. Un gatto a cui un barbiere radesse i baffi brancolerebbe incerto nel buio come un cieco. mai completamente nostro Il nostro micio è il meno addomesticabile degli animali domestici. Il giogo della sottomissione non fa per lui. Il suo rapporto con il padrone ha contorni vaghi e ambigui. Se ne ha voglia sale sulle sue ginocchia, e si lascia accarezzare buono buono. Ma se non ne ha voglia, non c’è verso di tenerlo in braccio. Sguscia come un’anguilla e infila la porta di casa. Si concede brevi o lunghe divagazioni in libertà. Lo fa per andare a caccia o perch ha voglia di far l’amore o semplicemente per assaporare il gusto della vita all’aria aperta. Lo spirito d’indipendenza del gatto nasce probabilmente dal fatto che la sua convivenza con l’uomo è di data più recente rispetto a quella del cane: solo 6 o 7mila anni in confronto a 12mila o forse più. Non abbiamo ancora avuto il tempo di piegarlo completamente al nostro volere, di fiaccare il suo spirito di autonomia. Ed è forse questa fierezza di felino semidomestico la sua carta vincente, quella che gli conquista tante simpatie. come se il gatto dicesse all’uomo: «Più di tanta confidenza non ti concedo, compagno uomo». Quel suo grazioso nasino che può essere rosa, grigio o nero, è in grado di sentire odori assolutamente impercettibili per noi. il suo finissimo olfatto che percepisce la scia odorosa lasciata dalla preda. Gli basta seguire quell’invisibile filo di Arianna per raggiungerla a colpo sicuro. Ma, si chiederà qualcuno, che bisogno ha di cacciare se il padrone o la padroncina lo viziano facendogli trovare ogni giorno il pesciolino fresco o la carne comprata appositamente per lui? Ebbene, non v’illudete se al termine del pasto lo vedete leccarsi i baffi con aria soddisfatta. Anche a pancia piena non smentisce la sua natura di predatore ed è sempre pronto a farsi una battutina di caccia. La preda catturata viva ha un sapore particolarmente eccitante dopo l’ebbrezza dell’agguato e dell’inseguimento. Secondo i ricercatori inglesi Roger Tabor e David Mc Donald (Oxford University), i gatti domestici sarebbero i più formidabili killer dell’ecosistema urbano. Attaccano soprattutto topi, arvicole, toporagni e uccelli. I gatti domestici inglesi uccidono almeno 20 milioni di uccelli all’anno! Isabella Lattes Coifmann