Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2003  novembre 22 Sabato calendario

VEMPs, una sigla ancora poco nota, ma che presto chi soffre di capogiri comincerà ad apprezzare. Per chi invece i disturbi dell’equilibrio li studia, si è tenuto lo scorso novembre a Bertinoro, sulle colline forlivesi, il primo corso internazionale su questa tecnica diagnostica

VEMPs, una sigla ancora poco nota, ma che presto chi soffre di capogiri comincerà ad apprezzare. Per chi invece i disturbi dell’equilibrio li studia, si è tenuto lo scorso novembre a Bertinoro, sulle colline forlivesi, il primo corso internazionale su questa tecnica diagnostica. I VEMPs (Vestibular-Evoked Myogenic Potentials) consentono di studiare i problemi dell’equilibrio utilizzando i suoni. Quello che si ottiene è una risposta muscolare, che fornisce informazioni su una parte del sistema vestibolare finora poco conosciuta. Un test pieno di promesse anche per i pazienti, come spiega il professor Claudio Vicini, primario della divisione di otorinolaringoiatria dell’Ospedale Pierantoni di Forlì: «Un individuo su due soffre nel corso della vita di disturbi dell’equilibrio. I VEMPs offriranno a queste persone un grande vantaggio: si tratta di un test semplice e non fastidioso perché, diversamente da altri tipi di esami, non induce vomito o giramenti di testa. Un esame molto informativo, che chiunque può fare». La tecnica, già ampiamente diffusa all’estero, comincia a essere utilizzata anche in Italia. A Forlì i VEMPs vengono applicati nella routine clinica da almeno tre anni. I GUARDIANI NELL’AMPOLLA Ma come riusciamo a stare in piedi? Il sistema dell’equilibrio è basato su una complessa rete di organi e di vie nervose. Gli occhi, le orecchie, i sensori posizionati su muscoli e articolazioni, il sistema propriocettivo, ma anche le piante dei piedi e la mandibola inviano una fitta serie di messaggi che vengono raccolti nel cervelletto e nel tronco dell’encefalo. Qui vengono elaborati: il risultato è una serie di informazioni, inviate automaticamente in periferia. In questo modo i muscoli possono mantenere la postura, mentre gli occhi, correttamente coordinati, riescono a fissare gli oggetti anche durante movimenti bruschi. E così se stiamo per cadere, il nostro sistema dell’equilibrio se ne accorge e il cervelletto si organizza per evitare lo scivolone attivando i muscoli giusti. Il tutto senza averci pensato neanche per un secondo. Stiamo quindi in piedi grazie all’azione integrata di tanti sistemi diversi. Ma esiste anche un vero e proprio organo dell’equilibrio, il labirinto membranoso. Esso è parte del sistema vestibolare insieme ai nervi vestibolari e al tronco dell’encefalo e si trova nell’orecchio interno. La parte più interna dell’orecchio è ospitata in una serie di cavità del cranio che prendono il nome di labirinto osseo. dentro questi tunnel tortuosi, ai due lati della testa, che si trovano gli organi di senso del sistema vestibolare: i canali ed i sacchi che formano il labirinto membranoso. Al contrario di quanto suggerito dal nome, la mappa del labirinto membranoso è completamente conosciuta ed è divisibile in due parti principali: i canali semicircolari e gli organi otolitici. I primi sono sollecitati dalla rotazione della testa, o meglio dall’accelerazione angolare, mentre i secondi sono sensibili ai movimenti lineari (avanti e indietro, su e giù) e alla forza di gravità. Questo è possibile perché l’interno del labirinto è pieno di un liquido, l’endolinfa, che muovendosi a seconda delle posizioni della testa stimola particolari cellule nervose, veri e propri guardiani in grado di rilevare ogni movimento. Ciascun lato della testa contiene tre canali semicircolari. Uno è disposto orizzontalmente, mentre gli altri due sono allineati verticalmente e sono quasi perpendicolari tra loro. Ciascun canale ha una parte dilatata ad ampolla ed è proprio qui che si trovano i guardiani, o meglio, i recettori: cellule ricche di ciglia immerse in una gelatina. In pratica, ogni volta che la testa viene ruotata, il labirinto osseo, quello membranoso e le stesse cellule ciliate si spostano insieme a essa, essendone parte integrante. Il liquido contenuto all’interno invece non è attaccato alle pareti e, per inerzia, tende a rimanere indietro. Questo fa sì che le ciglia si trovino a sbatterci contro e si pieghino, mandando un segnale corrispondente al sistema nervoso. E dal momento che quando si fa la guardia è generalmente meglio essere in due, anche il nostro organismo si è attrezzato in modo che ogni canale abbia un partner uguale, ma opposto esattamente dall’altro lato della testa. Così ogni qual volta l’organo su un lato è stimolato, quello del lato opposto è inibito e viceversa. I guardiani dei due organi otolitici, il sacculo e l’utricolo, sono invece delle vere e proprie ”rocce”. O meglio dei sassolini, gli otoliti. Questi sono immersi e sostenuti da una lamina gelatinosa che contiene anche cellule ciliate. Quando muoviamo la testa in avanti o indietro oppure verso l’alto o il basso, i sassolini e la gelatina cambiano posizione. Ancora una volta le ciglia si piegano e stimolano così i guardiani. Ognuno dei due labirinti, il destro e il sinistro, invia costantemente al sistema nervoso centrale scariche elettriche che corrono lungo il nervo vestibolare. Quando si è fermi, in condizioni statiche, l’intensità e la frequenza di questa attività è simmetrica nei due lati della testa. Ma ogni movimento del capo modifica le caratteristiche della scarica. In questo modo il nostro sistema nervoso è in grado di individuare direzione e verso del movimento e di rispondere automaticamente in modo adeguato. E così, se la testa si gira da una parte, tutto il corpo l’accompagna quasi istantaneamente per mantenere l’equilibrio e facilitare i movimenti verso quella direzione. con le mani libere Riuscire a stare in piedi è talmente fondamentale che si tende a darlo per scontato. Eppure, osserva il professore Vicini, «l’equilibrio ha rappresentato un elemento fondamentale per la sopravvivenza della nostra specie. Un individuo o un animale che non può stare in piedi diventa una preda molto facile e le sue probabilità di sopravvivenza sono scarse». Ancora prima, l’acquisizione della capacità di stare in piedi ha rappresentato una delle tappe fondamentali del processo evolutivo che ha portato dai primi ominidi all’uomo moderno. Il primate più antico, progenitore delle proscimmie e delle scimmie, fece la sua comparsa circa 60 milioni di anni fa. Le scimmie vivevano, e vivono, prevalentemente sugli alberi e per spostarsi a terra usavano tutti e quattro gli arti. Molto tempo dopo, circa 4,5 milioni di anni fa, compaiono invece i primi ominidi, in grado di spostarsi appoggiandosi solo sulle gambe. Numerose ipotesi sono state formulate per spiegare il passaggio al bipedismo. Sicuramente l’avere le mani libere ha permesso di acquisire una serie di capacità che hanno favorito lo sviluppo: trasportare cibo e acqua, ma anche i piccoli durante una fuga, utilizzare rami e strumenti, per esempio per tenere lontano un predatore, e soprattutto fabbricare utensili. La postura eretta inoltre ha permesso di guardare più lontano, mentre la riorganizzazione dello scheletro e della muscolatura ha consentito di sostenere una testa più pesante, permettendo così l’evoluzione di un cervello più grande. L’equilibrio è stato quindi una grande conquista degli uomini. Talmente grande che «i sistemi di controllo, di verifica e di riparazione degli errori che lo interessano si sono evoluti molto velocemente nel tempo e sono stati selezionati in maniera accuratissima» spiega Vicini. Ma quali sono questi errori? La MALATTIA DEL SASSOLINO Dal punto di vista clinico i disturbi dell’equilibrio si possono manifestare con tre sintomi principali: la vertigine, cioè una falsa sensazione di movimento, l’instabilità e il nistagmo, un movimento involontario degli occhi molto rapido. Le cause che possono portare a questa sintomatologia sono varie, ma la principale è sicuramente la vertigine posizionale parossistica benigna o più semplicemente malattia del sassolino. Essa riguarda circa il 35 per cento dei pazienti che vengono curati per patologie vestibolari. «La malattia è dovuta al distacco degli otoliti che si spostano in una sede diversa da quella abituale» determinando crisi che insorgono prevalentemente a letto. «La lista delle cause che determinano il distacco dei sassolini recensite in letteratura non sta in una pagina», e spesso l’esatto movente non è riconoscibile. Ma qualche volta alla base di questo fenomeno vi sono traumi, infezioni, interventi chirurgici o problemi circolatori. Un’altra patologia dell’orecchio interno piuttosto comune è la malattia di Ménière, dal nome del medico francese che per primo ne descrisse i sintomi oltre cento anni fa. Essa è caratterizzata da un aumento abnorme di volume, e conseguentemente di pressione, del liquido presente dentro il labirinto membranoso. Oltre alle crisi vertiginose, i pazienti affetti da questa malattia lamentano anche una diminuzione dell’udito che diventa sempre più grave. A provocare le vertigini possono essere anche altre patologie. I disturbi della circolazione, sia dell’orecchio che del cervello, sono comuni soprattutto nell’anziano, l’emicrania può colpire invece anche i bambini, mentre cause importanti di cui generalmente si parla poco sono il disturbo di ansia e la depressione. «I pazienti depressi o ansiosi lamentano spesso un senso di instabilità, di testa vuota o piena, di fame d’aria. Per questo sbadigliano spesso e sospirano aumentando il volume di aria inspirata fino a provocare una iperventilazione che induce una vertigine. importante» continua Vicini «far capire loro che quello che credono un disturbo di tipo organico è in realtà psicologico». Un’altra malattia che può dare disturbi dell’equilibrio è il diabete. Prima che la malattia si manifesti chiaramente, si può avere una perdita di sensibilità degli arti inferiori che contribuisce moltissimo alle cadute in questi soggetti. La varietà delle possibili cause di una vertigine richiede quindi un attento esame perchè il medico possa effettuare una diagnosi corretta e individuare il trattamento migliore. Molte sindromi vertiginose si risolvono infatti con una terapia neurofisiologica. «Il sistema dell’equilibrio può essere riprogrammato, così come uno strumento ad alta precisione. La vertigine rappresenta il segnale di errore che da l’avvio al processo di autoriparazione. Il medico la provoca a piccole dosi proprio per stimolare questa risposta». spiega Vicini. «La terapia vestibolare è un’ottimizzazione scientifica di quello che la natura fa da sempre». Fabiana Fini