Macchina del Tempo, gennaio - febbraio 2003 (n.1), 22 novembre 2003
L’avete provato mille volte, interrogati dai professori a scuola, in attesa al telefono o concentrati davanti a un quiz a tempo: i primi attimi sembra non passino mai, ma poi le lancette si mettono a correre
L’avete provato mille volte, interrogati dai professori a scuola, in attesa al telefono o concentrati davanti a un quiz a tempo: i primi attimi sembra non passino mai, ma poi le lancette si mettono a correre. Vincent Walsh, psicologo presso lo University College di Londra ha misurato queste dilatazioni nella percezione del tempo sottoponendo un gruppo di volontari a test acustici. Ai volontari è stata fatta ascoltare una sequenza di otto bip, tutti a intervalli di un secondo ad eccezione della pausa tra il quarto e quinto che i ricercatori hanno gradualmente variato chiedendo ai soggetti di indicare quando credevano raggiungesse un secondo esatto. Dalla ripetizione di queste esperienze Walsh ha potuto stabilire che in media sottostimiamo la durata di un secondo a circa 955 millisecondi. Proponendo i primi quattro suoni all’orecchio destro e gli altri al sinistro, la stima del quarto intervallo diminuiva addirittura a 825 ms. Walsh ipotizza che l’evoluzione della nostra specie abbia favorito questa dilatazione temporale per dare al cervello più tempo per reagire di fronte a un pericolo. I risultati sono stati pubblicati su ”Current Biology” dello scorso ottobre.