Marco Marinoni, La Macchina del Tempo, marzo 2003 (n.2), 22 novembre 2003
A prima vista sembrano aerei come gli altri: le ali, il motore, la fusoliera, il carrello e la classica forma aerodinamica
A prima vista sembrano aerei come gli altri: le ali, il motore, la fusoliera, il carrello e la classica forma aerodinamica. Ma dopo un’osservazione più attenta, una domanda sorge spontanea: dove si siede il pilota? Il tipico cupolino trasparente della cabina del top gun manca del tutto. Ma è proprio questa la particolarità dei droni: il pilota non c’è. I droni, o UAV (Unmanned Aerial Vehicles, aeromobili senza pilota) sono ormai una realtà, tanto che anche l’Italia li impiega già da anni (nei ruoli di bersagli teleguidati e di ricognitori) e recentemente ha deciso di acquistare 5 esemplari del Predator, il nuovo velivolo americano per la ricognizione. Finora utilizzati come aerei spia in campo militare (hanno esordito in Bosnia e saranno in prima linea in Iraq in caso di conflitto), il nostro Paese potrebbe impiegarli per pattugliare gli immigrati clandestini sulle nostre coste o per monitorare zone colpite da calamità naturali come terremoti o eruzioni vulcaniche. A costruire questi droni sarà la Meteor, di Ronchi dei Legionari (Gorizia), che tra l’altro ha inventato anche due UAV tutti italiani, il Falco e il Nibbio. Mentre la casa-madre, la californiana General Atomics Aeronautical Systems sta già sviluppando il Predator B, con motore jet, che consentirà di aumentare del 50% la capacità di carico, portare l’operatività a 24 ore e la velocità a circa 400 km orari ad oltre 13.700 metri d’altitudine. La Meteor inizierà a consegnare i Predator alla nostra Aeronautica da marzo 2003 a tutto il 2004. Il valore totale del contratto sarà di circa 50 milioni di euro: ogni esemplare di questo drone, sprovvisto di tutti i suoi sofisticati strumenti di raccolta dati, costerà circa 3 o 4 milioni di euro, e il nuovo ricognitore senza pilota andrà ad equipaggiare il 1° Gruppo Velivoli Teleguidati, del 32° stormo della base di Amendola (Foggia). Nel frattempo il personale addetto ai nuovi velivoli verrà inviato a Victorville, in California, dove si addestrerà per 4 mesi sull’utilizzo del Predator. Infine i nuovi piloti virtuali effettueranno un corso conclusivo in Italia, della durata di un mese, al termine del quale saranno pronti ad operare con i Predator. PESA MENo Di UNA TONNELLATA Il ruolo principale dell’RQ-1 (è questa la sigla ufficiale del velivolo) Predator è quello di ricognitore, e per svolgere il suo compito è dotato di numerosi strumenti high-tech che gli permettono di portare a termine le sue missioni. Innanzitutto è costruito interamente in materiali compositi: pesa meno di una tonnellata, pur avendo un’apertura alare di quasi 15 metri. Il Predator è anche parzialmente stealth (cioè è in grado di ridurre la sua segnatura sui radar nemici), e la sua inusuale colorazione bianca, unita alle forme morbide che lo contraddistinguono, lo rende difficilmente avvistabile anche ad occhio nudo; con questi accorgimenti è in grado di penetrare più in profondità in territorio ostile, senza essere rilevato. Inoltre è dotato di un radar ad apertura sintetica (SAR), che gli permette di ottenere foto dettagliate della zona che sta pattugliando anche in mezzo alla nebbia o al fumo. Sotto il suo muso bombato alloggiano anche tre telecamere (una a colori, una diurna e una notturna a raggi infrarossi) con cui il drone può riprendere l’area esplorata anche di notte, nella più completa assenza di luce. Alcuni Predator sono stati modificati per svolgere missioni di attacco e armati con i missili Hellfire (trasportati dagli elicotteri da combattimento), guidati sui loro bersagli grazie a sensori infrarossi o puntatori laser. Per essere precisi, chiamare il Predator velivolo non pilotato sarebbe improprio: infatti il pilota c’è eccome; solo che non sta nella cabina del velivolo, bensì a terra, seduto su una poltrona, circondato da monitor che gli illustrano la panoramica circostante, e con in mano una cloche simile a quella di un videogioco. Chi lo ha pilotato racconta che i sistemi di comando somigliano a quelli del Cessna 172, un piccolo aereo da turismo, ma senza la turbolenza e la sensazione di volare, ovviamente. E proprio la mancanza di sensazioni tattili e uditive rende il decollo e l’atterraggio piuttosto difficili da gestire con le sole telecamere. Il pilota trova posto nella stazione di controllo terrestre (GCS, Ground Control Station): dall’esterno sembra una sorta di container sormontato da una miriade di antenne, e al suo interno ospita tre persone (un pilota e due specialisti di missione) che guidano il Predator sul suo obiettivo, controllano gli eventuali malfunzionamenti dei sistemi, prestano attenzione allo stato dell’aereo, al livello di carburante residuo e ai dati inviati. Lo UAV è controllato dalla sua stazione di terra per mezzo di un collegamento satellitare: il Predator riceve il segnale con un’antenna collocata nel muso, e con questo sistema è virtualmente in grado di operare anche dall’altra parte del globo rispetto alla stazione di controllo. Il Predator è spinto da un motore a 4 cilindri collocato nella parte posteriore; è ad elica e sprigiona fino a 105 cavalli di potenza. In termini pratici, questo propulsore limita le prestazioni del Predator (che ha una velocità massima di 218 km/h e una velocità di crociera di soli 130 km/h), ma gli permette di volare per lunghi tratti consumando pochissimo carburante. Con il suo pieno di 379 litri, il Predator è in grado di pattugliare per 16 ore filate un obiettivo situato a oltre 700 km dalla base, raggiungendo la quota massima di 7.200 metri. Il Predator ha avuto il suo battesimo di fuoco nelle operazioni in Bosnia, nel 1995: qui ha compiuto oltre 600 missioni dimostrandosi validissimo nel raccogliere informazioni, in totale sicurezza per il personale. Nel 1999 ha partecipato alle operazioni contro la Serbia, dimostrandosi maturo anche per le missioni più rischiose (come la ricerca di bersagli) oltre che per la tradizionale ricognizione. Infine nel 2001 è stato schierato in Afghanistan,dove il Predator è stato usato in combattimento per colpire i rifugi dei miliziani di Al-Quaeda con i missili Hellfire. Ma il Predator non è l’unico velivolo teleguidato in servizio: esistono anche altri droni, alcuni dei quali sono più grandi, più sofisticati e ovviamente più costosi, mentre altri sono di dimensioni e prestazioni più modeste. Tra i fratelli maggiori del nostro RQ-1 c’è l’RQ-4 Global Hawk, un aereo senza pilota prodotto dalla statunitense Northrop Grumman, di dimensioni molto maggiori rispetto al Predator: l’apertura alare è più del doppio, la lunghezza quasi. Questo enorme UAV, concepito per effettuare ricognizioni d’alta quota e affiancare l’aereo-spia pilotato U-2, ha un motore a reazione che gli permette di volare a 741 km/h e a un’altitudine superiore ai 20.000 metri, e un serbatoio di combustibile da 6.445 kg che gli assicurara un’autonomia di oltre 26.000 km. Per comprendere le potenzialità del Global Hawk, basti pensare che ha volato senza scalo dall’America all’Australia, per dimostrare ai suoi potenziali acquirenti le sue impressionanti capacità. Ma ci sono anche droni più piccoli. Ad esempio la Meteor è in procinto di far volare i suoi UAV Nibbio e Falco, progettati e costruiti completamente in Italia. Il primo, studiato per impieghi militari, è un ricognitore veloce destinato a penetrare nelle linee nemiche, ed è lungo poco più di 4 metri. Per evitare di essere intercettato e abbattuto, il Nibbio (che ha la forma di una specie di missile) volerà a oltre 900 km/h, a una quota massima di oltre 12.000 metri, trasportando, oltre ai sensori per la ricognizione, anche ingannatori per i missili e contromisure elettroniche. STRISCE PER INGANNARE i MISSILI Con questi dispositivi (ad esempio i flares, cioè bengala che confondono i missili a ricerca di calore, e i chaffs, striscioline metalliche che fanno impazzire quelli a guida radar), il Nibbio potrà disturbare i sensori e le altre apparecchiature ostili, entrando così in territorio nemico e raccogliendo dati sulla zona, per poi rientrare alla base. Inoltre potrà essere lanciato da terra, da navi, da altri aeroplani o elicotteri, e sarà in grado di raggiungere zone distanti fino a 150 km dalla sua stazione di controllo terrestre. Una volta terminata la sua missione, il Nibbio potrà essere recuperato con un paracadute, che lo farà planare fino al suolo, facendolo atterrare su un comodo airbag, nel caso tocchi terra, o su una specie di canotto, se dovesse atterrare in acqua. Il Falco invece, secondo Renzo Lunardi, amministratore delegato della Meteor, è da considerare invece «un aereo complementare al Predator. Questo velivolo peserà solo 300 kg e potrà trasportarne altri 70 di carico, e sarà normalmente dotato di apparecchiature simili a quelle del fratello maggiore RQ-1: una telecamera a colori, un rilevatore a infrarossi per ottenere immagini anche al buio o nel fumo, e anche un radar ad apertura sintetica». Questo drone compatto funzionerà come un tradizionale aereo pilotato, tanto che decollerà con un normale carrello (o con una eventuale catapulta pneumatica) e atterrerà sempre con i pneumatici, rallentando la sua corsa con un paracadute. Le prestazioni del Falco saranno moderate (volerà a 230 km/h ad una quota massima di 6.000 metri, per 14 ore) poiché questo velivolo sarà destinato più che all’impiego bellico, all’uso in ambito civile. Infatti si prevede che in futuro sarà proprio questa la nuova frontiera degli UAV: l’impiego non militare. I velivoli teleguidati sono nati durante la prima Guerra Mondiale (vedi box nella pagina a lato), ma sono stati impiegati fino ai nostri giorni esclusivamente in operazioni di guerra. Anche perché le leggi (sia italiane che internazionali) tuttora non permettono ai droni di volare nello spazio aereo civile, limitandone l’impiego ai poligoni militari o alle aree di conflitto. «E pensare» aggiunge Lunardi «che gli UAV potrebbero svolgere egregiamente moltissime operazioni oggi affidate a velivoli pilotati, risparmiando tempo, denaro ed evitando di mettere a rischio vite umane. Per pattugliare efficacemente l’intero canale d’Otranto, ad esempio, ne basterebbe uno, con un risparmio economico superiore al 40% rispetto ai velivoli tradizionali». CoNFINATI IN AREE MILITARI Per far convivere il volo tradizionale con quello non pilotato, l’Aeronautica militare e le autorità civili hanno formato un gruppo di lavoro congiunto, per permettere l’impiego del Predator e dei suoi simili anche in ambito civile. Ma secondo Lunardi «per raggiungere questo obiettivo ci vorranno almeno 4 o 5 anni, e fino ad allora i droni potranno volare solamente in aree apposite». I Predator italiani saranno trasferiti al poligono sardo di Perdasdefogu per i collaudi, e fino alla modifica delle norme non potranno volare al di fuori delle aree militari. Tuttavia, anche se gli UAV rappresentano un enorme passo avanti in aeronautica, c’è ancora qualche passo da compiere sulla loro affidabilità: ad esempio, durante le operazioni in Afghanistan, le forze armate statunitensi hanno fatto largo uso di Predator e altri velivoli non pilotati (tra cui il Global Hawk), ma il tasso di perdite si è rivelato troppo elevato. Soprattutto se è vero, come risulta negli ambienti aeronautici, che le cause delle perdite degli UAV sarebbero da attribuire, più che alla quasi inesistente contraerea, a guasti degli aerei e ad errori umani. Ma al di là di questi inconvenienti (probabilmente superabili con una messa a punto più minuziosa degli UAV), non si può ignorare che i droni rappresentino il primo passo verso l’aviazione del futuro, così sicura da permettere addirittura di non mettere a rischio la vita umana. Se in futuro si dovesse riuscire ad aumentare l’affidabilità dei velivoli teleguidati (fino ad oggi il loro unico punto debole) e nuove leggi dovessero permettere il loro impiego in ambito civile, è probabile che non solo cominceremo a vedere i Predator solcare il cielo sopra le nostre teste, ma probabilmente un domani potremmo volare da Roma a Milano mentre il nostro pilota sta comodamente seduto in una cabina di controllo a Palermo. Marco Marinoni