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 2003  novembre 22 Sabato calendario

Per quasi due millenni è stato considerato un laghetto come tanti altri, immerso nella natura dell’Abruzzo e meta, negli ultimi tempi, dei turisti in visita al Parco naturale del Sirente

Per quasi due millenni è stato considerato un laghetto come tanti altri, immerso nella natura dell’Abruzzo e meta, negli ultimi tempi, dei turisti in visita al Parco naturale del Sirente. è stato proprio uno di loro, un geologo svedese, che ha scoperto la sua vera origine durante una gita: quel bacino d’acqua, del diametro di 140 metri (più di un campo da calcio), si era in realtà formato per la violenta caduta sul suolo di un asteroide dal cielo, tra il IV e il V secolo dopo Cristo. Un fatto inedito per il nostro Paese: il cratere del Sirente è il primo cratere da impatto mai scoperto in Italia. Esattamente come Chicxulub, il cratere nel golfo del Messico formato dalla caduta di un asteroide che causò l’estinzione dei dinosauri 65 milioni di anni fa. Malgrado la loro carica distruttiva, eventi di questo genere non sono così rari: la Terra, come gli altri pianeti, è da sempre circondata da corpi pericolosi, asteroidi o comete, che vengono chiamati NEOs, (Near Earth Objects, oggetti vicini alla Terra) quando si avvicinano al nostro pianeta. Quando uno di questi oggetti è catturato dall’attrazione gravitazionale può cadere sulla Terra. Fatti di questo genere accadono molto più spesso di quanto si immagini: ogni giorno sulla Terra cadono circa 100 tonnellate di materiale interplanetario di ogni genere, dalla polvere interstellare a sassolini di pochi centimetri, fino a oggetti molto, molto più grandi. Per fortuna, la maggior parte di questo materiale è abbastanza piccola da essere frenata e bruciata completamente dall’attrito con l’aria, un vero e proprio scudo spaziale. Infiammandosi al loro passaggio attraverso l’atmosfera, questi oggetti sono le stelle cadenti o meteore, quelle bellissime e brillanti scie di luce visibili nei nostri cieli. Sempre a causa dell’attrito, durante la sua caduta, il NEO può spezzettarsi in frammenti che, quando sopravvivono fino ad arrivare al suolo, prendono il nome di meteoriti. Ma a volte, molto raramente, la Terra cattura un corpo più grande e compatto, che riesce ad arrivare integro fino al suolo. Con effetti anche catastrofici. Qualcosa di simile è successo nel Sirente. Mesi fa il geologo svedese Jens Ormö, durante un periodo di lavoro all’International Research School of Planetary Sciences di Pescara, durante una gita domenicale, è colpito dall’immagine di un anonimo laghetto in una pubblicazione turistica. La didascalia dice semplicemente: lago carsico. Ma Ormö è un geologo esperto in crateri generati dalla caduta di un corpo celeste sulla terra . E ne riconosce subito i tipici segnali nel laghetto del Sirente: bordo prominente, classica forma a conchetta leggermente ovale... Dopo pochi giorni, insieme al ricercatore italiano Angelo Pio Rossi e al giapponese Goro Komatsu, Ormö compie i primi rilievi. Analisi chimiche e carotaggi confermano subito i sospetti: il fondo è composto da sedimenti morbidi e il bordo è formato da materiale smosso dal fondo e rigirato, come avverrebbe se un corpo pesante ne colpisse dall’alto la superficie. Prima prova dell’origina da impatto. TRE PROVE PER UN IMPATTO A questo punto, Ormö formula la seguente ipotesi: un piccolo asteroide che in un lontano passato piomba dal cielo a circa 72.000 km orari, più di 20 volte la velocità di un proiettile di fucile. Mentre attraversa l’atmosfera, l’asteroide prende fuoco e dal corpo principale si rompono numerosi frammenti. Il corpo principale, che quando arriva a Terra misura qualche metro, esplode dando vita al cratere. I frammenti, cadendo nelle vicinanze, generano una serie di crateri minori. Infatti tutt’intorno al laghetto del Sirente, in un’area di un km2, sono state rinvenute 18 buchette, identificate come crateri secondari. Seconda prova della natura da impatto. Ma dov’e’ finito l’asteroide? Come molti altri, si è vaporizzato completamente durante l’impatto con il suolo. E allora, quali altre prove hanno gli esperti per poter escludere altri processi di formazione? Una prova importante è la giovane età del cratere. Il gruppo ha usato il carbonio 14, misurandone il decadimento naturale, per datare la struttura. La conclusione di Ormö è che «la data di formazione deve essere intorno al 412 d.C., con un errore di circa 40 anni. Ma la datazione dipende dal campione estratto: pertanto, al risultato ottenuto occorre attribuire un margine di errore maggiore. Con sicurezza, si può solo dire che l’impatto deve essere avvenuto tra il IV e il V secolo d.C.». E questo esclude l’ipotesi di un lago di formazione glaciale. Terza e ultima prova. Un evento del genere non può essere passato inosservato. Perciò i ricercatori hanno cercato un’ulteriore conferma nei resoconti dell’epoca. La prima ipotesi è al limite della leggenda. è il 28 ottobre 312. Le armate di Costantino sono al cospetto di quelle di Massenzio, rivale nella lotta per la supremazia su Roma. Narra lo storico romano Eusebio: «Improvvisamente un segno straordinario apparve in cielo... Costantino disse che verso la metà del giorno, egli vide con i propri occhi in cielo, il trofeo di una croce di luce sulla quale erano tracciate le parole ”In hoc signo vinces” (in questo segno vincerai)». L’ipotesi è allettante: forse un corpo celeste attraversa il cielo di Roma, e dopo aver percorso circa 80 km, cade nella vallata sirentina. Quello che è certo, è che a seguito della visione, Costantino a capo del suo esercito, distrugge i nemici per divenire unico signore di Roma e promulgare l’anno successivo, l’Editto di Milano con cui viene riconosciuto il diritto a professare la fede cristiana. Ma sulla ricostruzione Ormö è molto scettico: «Per il momento, la datazione non prova nessun legame con Costantino. Anche se non può escluderlo del tutto». Rimane così aperta la strada per un’altra ipotesi, che prende spunto da una collinetta vicino al lago, sormontata da massi disposti circolarmente. Potrebbero essere i resti di un tempietto dedicato a Sicina o Sicinna, antica divinità della vallata sirentina. E la distruzione di questo tempietto potrebbe essere legata al cratere, secondo un testo del 1898 di Fillippo Fabrizi, in cui si narra del tempietto distrutto da «fiammeggianti fenomeni celesti» e dell’avvento del cristianesimo nella vallata. GLI ALTRI CRATERI Ma quello del Sirente è solo uno dei 163 crateri (vedi cartina a pagina 123) la cui natura da impatto è stata identificata finora. Ce ne sono di enormi, come l’impressionante depressione di 300 km di diametro, chiamata Vredefort, vecchia di circa 200 milioni di anni, perfettamente visibile dal satellite in Sud Africa. Alcuni si sono nascosti nella profondità degli Oceani, dove gli scienziati li hanno cercati per anni, come il famoso Chicxulub. Altri, come i crateri gemelli della Libia, sono legati alla presenza di bellissimi e rari pezzi di vetro verdi, gialli o neri, con presenza di elementi meteoritici, generati nell’impatto ad altissime temperatura e pressione. Il più antico, almeno come data di scoperta è il famoso Meteor Crater, noto anche come Barringer crater, o Canyon del Diavolo: un buco di 1,5 km di diametro nel deserto dell’Arizona. Fu generato 50.000 anni fa da un meteorite ferroso di circa 45 metri e 300.000 tonnellate. L’impatto deve essere stato impressionante, pari a 20-40 milioni di tonnellate di Tnt: più di 1000 volte l’energia liberata nelle esplosioni di Hiroshima e Nagasaki. Il Meteor crater ha una storia affascinante: nel 1891, Grove Karl Gilbert, un geologo dell’U.S. Geological Survey, ipotizzò che il misterioso cratere potesse essere stato generato da un corpo caduto dal cielo. La comunità scientifica era scettica: perché del corpo non c’era traccia, nel cratere? Oggi sappiamo che un asteroide come quello del Meteor Crater si vaporizza completamente nell’impatto, ma l’obiezione fu sufficiente a far tornare Gilbert sui propri passi. Dieci anni dopo, l’ingegnere minerario Daniel Moreau Barringer sentì parlare del cratere del Diavolo. Convinto della bontà dell’ipotesi di Gilbert e allettato dall’enorme meteorite ferroso che secondo lui, doveva celarsi sotto terra, Barringer organizzò una spedizione mineraria, investendo oltre 10 milioni di dollari attuali e 27 anni di vita per scavare il Meteor crater alla ricerca del meteorite. Fu ovviamente un insuccesso, dato che non c’era alcun meteorite da trovare. Tra il crescente nervosismo dei finanziatori, gli scavi continuarono fino al 1929, quando l’astronomo Moulton, rifacendo i calcoli, arrivò finalmente alla giusta conclusione che il meteorite doveva essersi vaporizzato nell’impatto. Poco dopo, Barringer morì di un attacco di cuore. COSì SPARIRONO I DINOSAURI Sicuramente, un fallimento dal punto di vista minerario. Ma i dati raccolti da Barringer, oltre a dare al canyon il proprio nome, servirono a convincere la comunità scientifica della natura da impatto del cratere. Le prove erano schiaccianti: il terreno era disseminato da piccoli pezzi del meteorite, espulsi nell’impatto, modellati dall’attrito con l’atmosfera in una caratteristica forma a goccia (si chiamano oggi tectiti). Inoltre, tutt’intorno al cratere c’era uno spesso strato di materiale formato da polvere in grani molto fini, generati nell’impatto. Infine, il terreno presentava una composizione che oggi viene considerata tipica: nell’esplosione, la roccia aveva subìto un cambiamento chimico dovuto all’onda d’urto, chiamato metamorfismo da schock e pezzi del meteorite si erano fusi col materiale del terreno, formando un materiale del tutto nuovo. Sulla scia di questo caso, molte altre strutture da impatto sono state riconosciute. Tra queste, una che ha segnato la storia della scienza è sicuramente Chicxulub, un nome che oggi viene associato con certezza alla scomparsa dei dinosauri. Il cratere più famoso, anche se in parte sommerso nel golfo del Messico. La storia ha inizio nel 1981, quando il fisico premio Nobel Luis Alvarez e suo figlio, il geologo Walter Alvarez, avanzano l’ipotesi che al confine tra il Cretaceo e il Terziario, circa 65 milioni di anni fa, a causare l’estinzione dei dinosauri e del 75% delle specie che popolavano il pianeta, fosse stato l’impatto di un asteroide o di una cometa. L’ipotesi era basata sull’osservazione che in numerosi scavi, le rocce del Cretaceo e quelle del Terziario risultavano separate da uno strato di argilla con una forte concentrazione di iridio, un elemento molto più comune nei meteoriti che sulla Terra. A questo, si sommavano i ritrovamenti, anche in zone lontane da crateri, di grani di quarzo di forma sferica, morfologicamente molto simili alle tectiti espulse negli impatti. Malgrado le prove, lo scenario proposto dagli Alvarez era ai confini del credibile: un oggetto del diametro di circa 10 km che si abbatte sulla Terra con un’enorme esplosione, provocando un oscuramento totale del Sole di circa 6 mesi, seguito da un freddo molto intenso. Nel frattempo, i frammenti dell’esplosione, sparati come missili intercontinentali ricadono sul pianeta, bruciando gran parte della vegetazione, interrompendo la fotosintesi e la produzione d’ossigeno. Subito dopo, l’effetto serra: una cappa di secoli con tutti i conseguenti sconvolgimenti nella circolazione atmosferica. Ma se questo gigantesco impatto c’era stato, dov’era il cratere? Bisogna aspettare 10 anni perché si trovi una risposta: Chicxulub (in lingua Maya significa ”coda del diavolo”), un cratere di larghezza tra i 160 e 250 km, invisibile sotto metri di sedimenti fangosi, situato in un bacino che una compagnia petrolifera, per ironia della sorte, aveva già trivellato anni prima e abbandonato. Oggi l’enorme cratere viene studiato con le tecniche più moderne e gli ultimi risultati dicono che l’asteroide deve aver colpito una regione della penisola dello Yucatan estremamente ricca in zolfo, rilasciando nell’atmosfera miliardi di tonnellate di materiale nocivo, che facilitò la distruzione di massa. PIANETI BUCHERELLATI Ma la Terra non è l’unico corpo a portare le cicatrici di asteroidi o comete cadute sulla sua crosta: crateri da impatto sono visibili su tutti gli altri oggetti rocciosi del nostro Sistema solare, come la Luna. Su Marte, Venere e Mercurio, compaiono depressioni dalla forma molto simile a quella terrestre. Il meccanismo di formazione è molto simile, a parte il fatto che l’assenza d’atmosfera, o la presenza di quest’ultima in forma molto tenue, non riesce ad attutire la caduta dei meteoriti, che arrivano tutti o quasi a colpire la superficie. Quindi, rispetto alla Terra, risultano visibili un maggior numero di crateri anche piccoli, che spesso rimangono visibili molto più a lungo che sulla Terra. Questo grazie al fatto che sui corpi senza o con una tenue atmosfera non c’è vento e non c’è acqua, i due principali responsabili dell’erosione dei crateri sulla Terra. Ma a parte il fascino, gli asteroidi sono un pericolo? Gli impatti, nel lontano passato del nostro pianeta, sono stati fonte di vita: secondo la teoria della panspermia, la vita si sarebbe sviluppata grazie alle prime molecole di carbonio trasportate sulla Terra dalle comete. Ma i corpi celesti possono portare anche la morte, come avvenne per i dinosauri. Secondo uno studio degli americani Morrison e Chapman (vedi tabella a lato), il rischio di morire per la caduta di un asteroide o una cometa è stato calcolato come una possibilità su 20.000. Circa lo stesso rischio di decesso per incidente aereo. L’alta probabilità deriva dallo sterminato numero di persone che morirebbero nell’evento che, comunque, è molto remoto. Ma se un enorme asteroide puntasse su di noi, come potremmo difenderci? Se c’è abbastanza tempo prima dell’impatto, la contromisura più probabile è la deflessione: bisogna trovare un modo per far cambiare traiettoria all’asteroide. Alle strette, questo potrebbe essere realizzato utilizzando armamenti nucleari, come nel film ”Deep Impact”. Oppure, secondo gli scienziati, la deflessione potrebbe avvenire con tecniche più dolci, piantando delle vele a energia solare sulla superficie dell’asteroide, per deviarne la rotta. Ancora fantascientifica l’ipotesi del film ”Armageddon”, che immagina l’invio di truppe spaziali sull’asteroide minaccioso per imbottirlo di esplosivo . Livia Giacomini