Vito Tartamella, La Macchina del Tempo, marzo 2003 (n.2), 22 novembre 2003
Provate a stare sdraiati con 8 sacchi di cemento sul petto, anche solo per 30 secondi. O a memorizzare manuali tecnici alti come guide telefoniche, isolati dal mondo fra neve e betulle
Provate a stare sdraiati con 8 sacchi di cemento sul petto, anche solo per 30 secondi. O a memorizzare manuali tecnici alti come guide telefoniche, isolati dal mondo fra neve e betulle. Se volete diventare astronauti, non vi aspetta una vita facile. E neppure molto fantascientifica. A partire dalla meta: niente Luna o Marte, la destinazione di routine, oggi, è la Stazione Spaziale Internazionale (Iss), il laboratorio grande quanto un campo da calcio, orbitante a soli 400 km dalla Terra. La prossima missione è prevista già in aprile: la navicella russa Soyuz volerà verso la Iss con a bordo anche un europeo, lo spagnolo Pedro Duque, per continuare a mettere a punto la Stazione. Eppure, arrivare nello spazio, con un volo di 9 minuti (tanto basta per arrivare in orbita) è ancora un’avventura piena di incognite e non alla portata di tutti. All’ultima selezione dell’Esa (Agenzia spaziale europea) si sono candidati 22mila aspiranti uomini dello spazio; 5mila hanno superato le qualificazioni, ma solo 16 sono entrati a far parte del corpo astronauti europeo. Superuomini? No, per essere ammessi bastano un’età tra 27 e 37 anni, altezza tra 153 e 190 cm, conoscenza dell’inglese, laurea in scienza, ingegneria o medicina, meglio se unita all’esperienza di volo e, ovviamente, un buono stato di salute. Ma è soprattutto la testa a fare la differenza tra un uomo comune e un uomo adatto al cosmo. «Memoria, concentrazione, nervi saldi, capacità di orientamento, motivazione, adattabilità, capacità di lavorare in gruppo, spirito positivo», riassume Simona Di Pippo, che ha avuto il privilegio di seguire come responsabile un’intera missione spaziale, dalla progettazione al rientro della capsula sulla Terra: la missione ”Marco Polo”, costata 15,5 milioni di euro. Dal 25 aprile al 5 maggio dello scorso anno ha portato sulla Stazione orbitante Roberto Vittori, primo italiano a volare in una missione russa, col comandante Yuri Gidzenko, e il turista spaziale sudafricano Mark Shuttleworth. Simona Di Pippo, ora responsabile dell’Osservazione dell’Universo dell’Agenzia spaziale italiana, ha appena scritto un libro per Mursia, Astronauti: il diario di bordo di quella missione, che ha coinvolto migliaia di persone di supporto sulla Terra. «Tutto inizia alla Città delle Stelle, a 30 km da Mosca dove avviene l’addestramento dei cosmonauti. Un tempo simbolo della supremazia spaziale russa, oggi vi vivono 6mila persone (tra cui la vedova di Yuri Gagarin, che nel 1961 inaugurò l’era dei voli umani) ed è un luogo che sopravvive al proprio stesso mito. D’estate è infestata da zanzare, d’inverno è immersa nella neve». La missione era stata decisa nell’aprile 2001, dopo lunghi negoziati tra Asi (Agenzia spaziale italiana), Esa, Nasa e l’agenzia russa Rosaviakosmos. Vittori, 38 anni, era uno dei 31 astronauti del 17° corso d’addestramento a Houston (i ”Pinguini”). La preparazione per la missione ”Marco Polo” è iniziata in agosto 2001: Vittori aveva solo 9 mesi per imparare a conoscere la navetta Soyuz, i sistemi della Stazione spaziale internazionale e il russo. SEDUTI IN CENTRIFUGA Il corso di tre anni con la Nasa non era sufficiente: per andare nello spazio con i russi bisognava superare i loro test di ammissione, ovvero la camera ipobarica, la centrifuga e la sedia rotante. «La camera ipobarica simula le condizioni di scarsi ossigeno e pressione in alta quota, che causano mal di pancia, ondate di caldo e freddo, insensibilità ai polpastrelli. Per un’errata traduzione degli interpreti russi, si sarebbe potuto pensare che la prova consistesse nel segnalare i sintomi d’ipossia, cioè della scarsa ossigenazione; i russi, invece, volevano che gli astronauti resistessero almeno 30 minuti. La prova deve essere ripetuta, e nel frattempo viene insegnata una tecnica di inspirazione con le labbra socchiuse, per tenere nella norma l’emoglobina nel sangue. Dopo alcune ore in camera ipobarica, fino a tarda sera il suono della propria voce rimbomba nelle orecchie come un’eco. Il casco era stato riaperto troppo presto». Seconda prova, la centrifuga: un braccio di 18 metri, che ruota su di sé trascinando l’astronauta chiuso in una capsula, legato a una sedia inclinata di 130°, con la schiena quasi parallela al terreno. Primo esercizio: per 90 secondi girare con un’accelerazione 4G (4 volte quella normale sulla Terra), «è come avere sul petto 4 sacchi di cemento». Poi 30 secondi a 8G, e nel frattempo bisogna leggere alcuni cerchietti di fronte a sé; infine, test per i riflessi: premere bottoni a destra e sinistra quando si accendono delle luci. Ma il vero incubo per gli aspiranti astronauti è la terza prova, la sedia rotante. Nella prima fase, bisogna fare tre giri di un minuto ciascuno, prima a sinistra, poi a destra, poi ancora a sinistra. Quando si sente un suono, bisogna piegare in avanti il busto. Nella seconda parte del test, mentre la sedia ruota, ad ogni suono bisogna inclinare in modo alternato la testa a destra e a sinistra. «I primi due minuti sono terribili: la nausea è insopportabile», racconta Di Pippo. «Molti non riescono a superare il secondo giro, ma i cosmonauti devono farne almeno 10: un trucco per resistere è pensare che si sta facendo dondolare un bimbo sull’altalena. Una prova così dura sembra insensata, soprattutto perché molti cosmonauti che hanno resistito alla sedia rotante poi sono stati male in orbita, e viceversa. Ma per i russi la prova va superata». Proprio questo caratterizza l’addestramento in Russia: mentre gli americani della Nasa hanno un’ossessione per la sicurezza, «i russi cercano il limite umano: il cosmonauta deve stare male finché si abitua. Durante l’addestramento abbiamo dovuto fronteggiare continui contrattempi, alcuni inventati ad arte per formare lo spirito di gruppo e il carattere, per non lasciarsi andare allo sconforto e mantenere la concentrazione». SUL MAR NERO Dopo questo battesimo spartano, l’addestramento si è spostato sul Mar Nero, per simulare l’atterraggio della Soyuz in acqua. «I cosmonauti dovevano memorizzare le azioni per uscire vivi dalla capsula. Il tempo per uscire in mare è di 45 minuti, necessari a cambiare abbigliamento: il cosmonauta deve togliere la tuta Sokol (falco), lo scafandro bianco usato al decollo e all’atterraggio e indossare tre tute, una sull’altra. La più esterna, la Farrel (trota) è arancione e impermeabile. La tuta Sokol è molto stretta, soprattutto alle gambe. I cosmonauti debbono indossarla durante le esercitazioni, che durano 4 ore . I russi le riciclano, con Vittori ci sono voluti tre tentativi prima di trovare la misura giusta: una tuta gli ha quasi procurato piaghe sulla schiena». Tra un’esercitazione e l’altra, uno psicologo verificava la personalità dell’equipaggio con un test: colori e carte con delle giare disegnate. Era considerato adatto alla missione chi sceglieva colori chiari (simbolo di apertura d’animo) e giare dagli spigoli smussati, indice personalità che tendono ad addolcire gli ostacoli e le rivalità nel gruppo. Dal Mar Nero l’addestramento è tornato alla Città delle Stelle. Ed è passato dalla pratica alla teoria: dal lunedì al venerdì, dalle 9 alle 18, i cosmonauti andavano a lezione per imparare i sistemi di controllo della Soyuz, la navetta che li avrebbe portati fino alla Stazione spaziale. I fine-settimana erano dedicati allo studio di manuali alti quanto guide telefoniche; ogni 15 giorni c’era un esame tecnico: da aprile, un esame al giorno. LO SHEP’s bar «Nelle pause ci si ritrovava allo Shep’s bar, ricavato nel seminterrato di uno dei tre alloggi americani. Ci sono un biliardo, un biliardino, il ping pong, un pianoforte e Margueritas a ciclo continuo. Il motto del bar: ”L’ultimo giorno facile è stato ieri”». Dopo questo tour de force, ancora pratica in piscina (profonda 12 metri, riproduce l’assenza di gravità dello spazio) e sul simulatore della Soyuz. «è la navicella più longeva del mondo: la sua prima missione risale al 1967. Lunga 7 metri compreso il modulo abitativo, è larga 2 metri, coi sedili disposti a raggiera: i seggiolini sono come strette culle, a cui si accede con difficoltà, soprattutto per colpa delle tute aderenti. L’unico che riusciva a muoversi agevolmente era Gidzenko, il comandante alla terza missione: diventava tutt’uno con la macchina, era capace di fronteggiare molte situazioni a istinto, senza seguire i manuali di istruzioni». Il comandante sta seduto al centro, e non tutti i pulsanti sono a portata di mano: alcuni bottoni si possono schiacciare solo con un braccio meccanico. Nella navicella non ci sono sistemi antincendio: se scoppia un rogo, si deve depressurizzare la cabina per togliere ossigeno e impedire alle fiamme di alimentarsi. Ma se sono necessarie tutte queste competenze, come fa ad andare in orbita un turista spaziale come Shuttleworth? Al di là del suo salato biglietto di viaggio - si dice abbia pagato 20 milioni di dollari solo per l’addestramento e il volo -, anch’egli ha dovuto affrontare una preselezione (addestramenti ai simulatori, voli su aerei supersonici, esami medici). E il suo ruolo era ridotto al minimo: quasi nessun pulsante a lato del suo seggiolino, stretta sorveglianza da Terra. «I turisti spaziali possono volare perché i cosmonauti professionisti riescono a fare in due ciò che normalmente si fa in tre». I mesi di addestramento volano rapidamente: il 20 aprile, cinque giorni prima del lancio, tutta l’équipe si sposta a Baikonur, 2100 km a sud-est di Mosca, in una zona semi-arida del deserto kazako, dove la temperatura oscilla tra i -40 e i +45° nel corso dell’anno. Qui, dal 1957, partono i lanci spaziali russi: «In realtà il cosmodromo è a Tuyratam. Baikonur è a 200 km a nord-est dalla base di lancio: quando i russi la costruirono, vollero depistare i curiosi di altre nazioni. La base è un insieme di hangar nel deserto. Ancor oggi è una zona isolata, con poche costruzioni e filari di antenne. Gli abitanti della zona vivono in funzione del programma spaziale: tutti conoscono l’orario preciso del prossimo volo e chi sarà a bordo». L’albergo è lontano dal centro di lancio e alle spalle c’è il viale dei cosmonauti: ciascun uomo andato nello spazio ha piantato un albero. La tradizione, iniziata con Gagarin (1961), è terminata nel 1978 perché le piante non attecchivano d’inverno. All’alba del 23 aprile il razzo Soyuz, 51 metri, viene issato sulla rampa. L’equipaggio assiste in religioso silenzio, con la pelle d’oca. SALIRE SU UNA BOMBA «Il nostro pensiero inconfessabile era: ”Stanno per salire su una bomba”. Il giorno prima del lancio, il 24 aprile, si chiama L-1 (’L” sta per lancio): i cosmonauti sono isolati in albergo, e compiono una serie di riti per esorcizzare la paura dell’ignoto che aleggia in ogni missione spaziale. Per questo, si rifanno ad un pioniere, il santo patrono dei cosmonauti russi: Yuri Gagarin. I cosmonauti devono ripetere le stesse azioni che lui fece nei giorni precedenti il 12 aprile 1961. Altrimenti rischiano la sfortuna». Dagli anni ’70 il primo rito è vedere il film russo ”Il sole bianco nel deserto”: ambientato nel 1924, ha come protagonista Sukhov, un soldato russo. Sukhov parte dall’Asia centrale per raggiungere la moglie in Russia, e in viaggio le scrive mentalmente alcune lettere. «è un film retorico sui valori della vita: l’onore, l’eroismo, l’amicizia, l’amore, la guerra. Il film giusto per un pugno di eroi. Già dalle 4 di mattina i russi hanno fatto ingerire all’equipaggio una quantità di vodka inconcepibile per noi occidentali. Ma alla fine tutto funziona perfettamente. Prima di lasciare le camere, i cosmonauti scrivono i loro autografi sulle porte». Ed ecco il giorno del lancio, il 25 aprile. «Il deserto è pieno di tulipani gialli e rossi. Tra la tensione e le ultime procedure, non si dorme più di tre ore. Sveglia alle 6 del mattino, conferenza stampa poi in bus fino alla rampa di lancio. A un certo punto, la colonna si blocca. I cosmonauti scendono dal bus e ripetono il gesto di Gagarin: usare la ruota posteriore destra del bus come bersaglio su cui urinare, poi camminare sul prato e osservare il lanciatore sulla rampa. E riflettere». Il razzo da grigio è diventato bianco, perché coperto da uno strato di ghiaccio alto un cm: i serbatoi sono pieni d idrogeno e ossigeno liquidi. Ore 12.26: si accendono i motori, il suono assordante fa battere il petto come una grancassa. Quando il razzo scompare tra le nuvole, la fase critica non è terminata: la navicella deve prima entrare in orbita. Tutti si spostano alla sala di controllo per guardare le immagini della Soyuz: quando un oggetto appeso nella navicella inizia a fluttuare, il razzo è in orbita. Bastano 9 minuti dal lancio: ora scatta l’applauso liberatorio. GIORNATE In ORBITA L’équipe della missione torna a Mosca, alla sala di controllo di Korolev. Dopo due giorni di volo avviene l’aggancio tra la Soyuz e la Iss, rappresentate sugli schermi da un punto giallo e uno blu. Quando le due navi si agganciano, tutti si abbracciano. Yuri, Roberto e Mark incontrano i padroni di casa, gli astronauti Yuri Onufrienko, Daniel W. Bursch e Carl E. Walz, che vivono lì da mesi. Quando entrano nella stazione, li investe un odore insopportabile: «Puzza di spazio», spiega Gidzenko. Sulla Stazione il tempo passa veloce: ogni 90 minuti (il tempo di un’orbita intorno alla Terra) gli astronauti vedono sorgere e tramontare il Sole. Cosa fanno gli astronauti lassù? «Ecco la giornata tipo. La mattina inizia alle 5.30 (ora di Greenwich), alle 6.40 si fa colazione. I cosmonauti fanno esperimenti (come ”Chiro”, per studiare i movimenti della mano in assenza di gravità, per migliorare la riabilitazione sulla Terra) e foto dallo spazio. Dalle 8 alle 8.15 la conferenza con la base terrestre, per fare il punto della situazione. Alle 8.25 iniziano gli esperimenti a bordo, poi intervallo dalle 9.55 alle 11.05». Dalle 11.40 alle 12.10 Vittori legge e spedisce mail (dalla sua casella esataxi@ems.jsc.nasa.gov). «Ogni tanto Vittori telefonava sfruttando i satelliti della Stazione: faceva impressione sentire la sua voce sul cellulare, anche se la distanza che ci separava era inferiore a quella tra Milano e Roma». Nonostante l’organizzazione, i contrattempi sono inevitabili: come quando Vittori non riusciva a salvare i dati dell’esperimento ”Chiro” sul computer, per un problema al sistema operativo. «Abbiamo telefonato ai tecnici italiani, che hanno studiato una nuova procedura. Ma alla fine tutto è stato risolto da Shuttleworth, che aveva portato nello spazio due dischi rigidi di riserva: uno è stato usato per salvare i dati». Il resto della giornata era scandito da altri compiti: dopo il pranzo, alle 13.40, ancora esperimenti fino alle 19.15, ora del rapporto serale. Poi relax e tutti a nanna, legati per non finire contro le pareti della Stazione. Si avvicina il 5 maggio, giorno del rientro a Terra sulla capsula Soyuz TM-33, agganciata alla Stazione da 6 mesi. La TM-34, con cui Vittori e compagni sono arrivati, resterà agganciata alla Stazione come nave di salvataggio per i prossimi occupanti. I tecnici della missione tornano in Kazakhistan. IL PASSAPORTO DI VITTORI «Abbiamo dovuto portare il passaporto di Vittori, con il visto d’ingresso timbrato il 20 aprile, per dimostrare alla burocrazia kazaka che Roberto non era entrato nel Paese illegalmente». Con una processione di elicotteri alla ”Apocalypse now”, i responsabili della missione raggiungono il luogo dell’atterraggio della Soyuz, in aperta campagna. Il primo impatto è con l’odore fortissimo di bruciato: la capsula si è annerita per l’attrito con l’atmosfera terrestre. Nell’impatto col terreno si è formato un cratere profondo mezzo metro. I cosmonauti escono dalla Soyuz, vengono afferrati da alcuni tecnici, trasportati a braccio per un paio di metri e depositati su tre sedie: non si reggono in piedi, la permanenza nello spazio li ha indeboliti. Intorno alla capsula spuntano alcuni contadini: come sono arrivati in quel posto in mezzo al nulla? Il ritorno sugli elicotteri avviene in silenzio. All’aeroporto kazako di Astanà, prima del ritorno alla Città delle Stelle, una cerimonia d’accoglienza d’altri tempi, con la banda e le ragazze in abiti tradizionali. I cosmonauti siedono su tre poltrone, e ricevono in dono un mantello. La loro avventura è finita, i loro nomi sono entrati nella storia dello spazio insieme ad altri 416. Ora toccherà ad altri il duro privilegio di guardare la Terra da un oblò a 400 km d’altezza. Vito Tartamella