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 2003  novembre 22 Sabato calendario

Molto, molto tempo prima che l’uomo comparisse, le api avevano già inventato Internet. La battuta è dell’entomologo Giorgio Celli, che l’ha sparata durante un seminario sull’evoluzione biologica all’Accademia dei Lincei di Roma, qualche anno fa

Molto, molto tempo prima che l’uomo comparisse, le api avevano già inventato Internet. La battuta è dell’entomologo Giorgio Celli, che l’ha sparata durante un seminario sull’evoluzione biologica all’Accademia dei Lincei di Roma, qualche anno fa. Però sul fatto che le api siano un superorganismo non scherzava poi tanto. Nella testa di un’ape lavorano un milione di neuroni e il suo cervellino è in qualche modo collegato con gli altri, grazie a messaggi chimici diffusi dai feromoni come da un altoparlante. In un alveare ci sono decine di migliaia di api, e la rete di neuroni è fantastica. Le api non solo pensano e parlano – il loro linguaggio danzato è stato decifrato alla metà del secolo scorso da Karl von Frisch, il biologo austriaco che nel 1973 ha preso il premio Nobel – ma discutono e modificano il proprio comportamento a seconda delle necessità. Già alla fine degli anni Ottanta un gruppo di neurofisiologi inglesi dell’ University College di Cardiff aveva elaborato, dopo lunghe ricerche, una mappa del cervello d’ape: la più dettagliata che esista. Al confronto la tomografia a risonanza magnetica di un cervello umano è molto meno precisa. Non ci sono dubbi: le api pensano, eccome. E le decisioni che prendono sono frutto di ragionamenti che coinvolgono 350mila cellule neuronali, chiamate cellule di Kenyon. Sull’attività delle altre 650mila si sta ancora indagando. Già nell’Oligocene – trenta milioni di anni fa – qualche ape è stata intrappolata nell’ambra del Baltico ed è arrivata intatta fino a noi. Quando l’uomo andava ancora a quattro zampe, lei probabilmente sapeva già un mucchio di cose. Oltre al lavoro di bottinare (raccogliere il nettare dai fiori) e produrre cera e miele come fa l’Apis mellifica (utile anche perché nel frattempo impollina le piante), molte apidi per costruire i nidi hanno scelto un mestiere: ci sono muratrici, architette, legnaiole, cartonaie, cotoniere, filatrici e tappezziere come la Megachile, che fodera la celletta con petali di rosa, di fiori, o di tenere foglie verdi (su cui troviamo buchi perfettamente rotondi). L’antica questione che tormenta i biologi, se sia lo strumento a determinare la scelta del lavoro, o la funzione a creare e sviluppare l’organo, nel caso di queste api va a pallino e sorge un altro interrogativo: come spiegare la diversità della scelta senza dover ammettere che abbiano anche loro il libero arbitrio? Siamo affascinati dalla loro scienza, anche se – diciamolo pure - sembrano ”signorine so-tutto”. Fabbricano centinaia di sostanze chimiche meglio dei chimici di professione (infatti non sono mai costrette a ritirarle dal commercio come capita spesso a noi); climatizzano l’aria nell’alveare; conoscono l’orario di apertura e di chiusura dei fiori dove vanno a rifornirsi; programmano il sesso e il numero dei figli; avvertono il campo magnetico terrestre; si intendono di astronomia, di architettura e perfino di aerofotogrammetria; sanno contare e sono esperte in dietologia al punto da preparare certi omogeneizzati capaci di cambiare il destino di chi li mangia. In che senso, cambiare il destino? Puntano su una certa pupa e le infilano in bocca un cibo speciale. Le dicono - più o meno - «mangia la pappa, sbrigati, mangiala tutta, così da grande invece che operaia diventi regina» e la poveraccia inghiotte, senza sapere in quale impiccio si caccia. Altro che regina. Diventa un’ape enorme, mostruosa, sempre incinta, che può sfornare anche 1.500 figli al giorno, e l’amore lo fa una volta sola. Uno studioso, qualche tempo fa, insisteva: macchè, le api sono robot, seguono un programma genetico, non sanno quello che fanno. Come si spiega allora che uno sciame, andato ad abitare in una raffineria di zucchero, ha smesso di lavorare, ossia di produrre miele, e tutte sono diventate delle lazzarone? artiste e sacerdotesse Sul mistero della perfezione esagonale delle loro cellette si discute fin dai tempi più remoti della storia: lo facevano già gli Egizi e poi gli Ellenisti quattro o cinque secoli avanti Cristo. Ci si sono accapigliati naturalisti, matematici, fisici e scrittori illustri, da Plinio a Pappo di Alessandria, Keplero, Maraldi, Réaumur, Koenigs, eccetera. Il culmine della disputa fu raggiunto quando il MacLaurin e l’Hullie si ingegnarono a dimostrare che le api, approfondendo un po’ lo studio della geometria, avrebbero potuto far entrare cinquantuno celle dove di solito ne mettevano cinquanta. La cosa fece esultare di gioia il reverendo Samuel Haughton, irlandese, che notoriamente non poteva soffrire le api. Anche Leonardo da Vinci non le poteva soffrire, ma probabilmente era stato punto. Difatti andava dicendo, e l’ha scritto, che «L’ave pechia si po assimigliare alla frode, perché ha il miele in bocha e il veneno al chulo». Lord Kelvin (sì, quello ”dei frigoriferi”) concluse poi la disputa. Nel suo libro Sulla divisione dello spazio con parti di area minima, uscito nel 1887, sostenne che le api avrebbero potuto risolvere il loro problema di geometria solida se avessero costruito un tetrakaidecahedron, ossia una cella con 14 facce, al posto del famoso esagono. Lo sostenne anche in una conferenza alla Royal Society di Londra e riuscì a convincere quasi tutti che se le api fossero più studiose, con questo accorgimento risparmierebbero un po’ di spazio. Per alcuni architetti umani gli alveari hanno rappresentato un modello. Juan Antonio Ramírez, professore di Storia dell’Arte all’Università Autonoma di Madrid, nel suo saggio La metafora dell’alveare nell’architettura e nell’arte (ed. Paravia Bruno Mondadori, 2002, euro 19,90), dice di avere scoperto alla fine degli anni 1980, affascinato, «che la metafora delle api era stata importante nella genesi della modernità artistica e architettonica». Così ha cominciato a occuparsene seriamente, anche perché da bambino era stato condizionato dalla patetica fissazione di suo padre che sperava di arricchirsi con un alveare inventato da lui, e parlava sempre di api, di nuovi sciami, di numerosi allevamenti. L’influsso delle api sui Mormoni, ci ricorda Ramírez, è stato particolarmente forte: lo Stato dello Utah è sorto proprio sul modello sociale dell’alveare, e il leader politico Brigham Young, che ha scelto di avere numerose mogli come l’ape regina ha un mucchio di mariti (almeno durante il volo nuziale), si è costruito a Salt Lake City una casa chiamata ”The Beehive”, l’alveare. E anche l’avanguardia sovietica, secondo lui, deve avere preso spunti dall’apicoltura: la casa che l’architetto Me’lnikov si costruì nel 1927 era formata da due cilindri intersecati (come gli alveari rustici di tronco di quercia) mentre uno aveva addirittura le finestre esagonali. E molte case-comunità di quel tempo sono state influenzate dall’architettura delle api. Come sostiene Rudolf Steiner, architetto, teosofo e teorico ispirato alle dottrine misticheggianti dei Rosacroce, nell’esagono – e di conseguenza nel miele – devono esserci forze misteriose, che in passato hanno fatto considerare questi insetti animali sacri. Nella Grecia classica il miele aveva un carattere divino: le sacerdotesse eleusine si chiamavano melissae (api) e il loro ordine era l’alveare. La Bibbia nomina spesso api e miele, e così il Corano. tra monarchia e cooperative Invece nei ”secoli bui” le api sono state trattate in modo atroce. Le soffocavano con il fumo o le affogavano per spremere i favi senza rischi di punture, distruggendo tutta l’opera architettonica di questi insetti straordinari. Così morivano anche le larve che erano rimaste nelle cellette e bisognava ricominciare gli allevamenti da capo. Poi, nel Rinascimento, si incominciò a usare api e alveare per dare forza ai discorsi politici e morali dell’ancient régime: «I sudditi devono essere obbedienti e operosi per il bene comune eccetera», senza mai aggiungere che il bene comune era solo quello dei ricchi e dei regnanti. Finché nel XVIII secolo le api sono diventate all’improvviso una moda: si cominciarono a costruire, dice ancora Ramirez, «fantasiosi alveari da osservazione, con finestre abbassabili per osservare i laboriosi animaletti affannarsi all’interno, senza ostacolarne in nessun modo il lavoro». Così lo studio delle api riprese il via, mentre la loro influenza politica diventava sempre più ambigua, perché di quel modello di vita si servivano sia i monarchici, magari costituzionali, sia i repubblicani, e a poco a poco gli ideali collettivistici che stavano avanzando influirono sull’arte e sull’architettura. «Vivere in un palazzo che sembra un alveare è per molti il colmo della disgrazia... evoca una vita ammassata, sradicata e assolutamente impersonale», ma gli architetti di allora si ingegnarono di renderlo meno angosciante. Antoni Gaudí è un caso unico: patito delle api, sognava una società statalista, basata sulla famiglia patriarcale e fondata sulla dedizione totale al lavoro. «Se non esiste accumulo di capitale», e qui, nella trasposizione apistica, il capitale è il miele, «non ci può essere mutuo soccorso». La Cooperativa operaia Mataronense di Barcellona, il suo primo lavoro importante, è la traduzione in mattoni di un’utopia urbana e sociale, mentre la Colonia Güell, che risente ugualmente dell’architettura delle api, ricorda – basta guardare la cupola con i suoi comignoli – i nidi della chalicodoma, l’ape muratrice. Sulla facciata della Sagrada Familia di Barcellona le api circondano il cuore di Gesù, e anche il Cristo giovane che lavora da falegname ha un’ape sopra la testa. per noi alveari di cemento In Ludwig Mies van der Rohe l’ispirazione apistica diventa di una razionalità purissima, dove non c’è spazio per la fantasia. Ramirez lo definisce un antiromantico «collettivista» e un determinista storico. Eppure il grattacielo di vetro studiato per colpire l’immaginazione di chi scende da un treno alla Friedrichstrasse di Berlino è di una bellezza sconvolgente (almeno nel progetto) e sembra contraddire una delle sue più gelide affermazioni: «Sono scettico riguardo alle espressioni emozionali. Non ho fiducia in esse e non credo che possano durare a lungo». Neppure Le Corbusier sfugge alla suggestione delle api. Anzi, è uno dei più coinvolti. L’Architetto del Secolo, «con buona pace di Mies van der Rohe, di Gropius e di Wright» (l’ha scritto Irene Bignardi nel 1987, centenario della nascita di ”Corbu”); leggeva e rileggeva Jean-Henri Fabre e Karl von Frisch, studiando gli insetti sociali e le loro dimore. Sognava e disegnava palazzi collettivi, posati nel verde su palafitte come i famosi alveari di Charles de Layens (autore di un trattato di apicoltura e inventore dell’alveare orizzontale); costruiva «unità abitative», e cominciò a usare il cemento armato, duttile come cera, progettando una città utopistica che chiamava Ville contemporaine. Nei suoi edifici - che purtroppo gli epigoni moderni fanno diventare mostruosi formicai mentre lui le immaginava come «città radiose» - l’idea dell’alveare c’è sempre. L’UOMO? UN OTPIONAL Mentre Corbu dipingeva, cesellava orologi (uno, famoso, ha un’ape incisa, posata sopra un fiore), scriveva, si reclamizzava in tutti i sensi e amava le donne, possibilmente un po’ lesbiche. Omaggiato, venerato, aveva per gli allievi e le allieve un’attenzione condiscendente, paternalistica. Una sua assistente, Charlotte Perriand, è diventata un’ottima designer, ma non un vero architetto. Ci si può chiedere se Corbu vedesse le donne come esseri di serie B, e in questo la metafora apistica per lui non funzionava, tutt’altro. Infatti nel mondo animale il potere spetta quasi sempre alle femmine, cominciando dalle leonesse per finire alle api. E quando si dice bombo, maggiolino, cimice, vespa, ape, eccetera, non è mai del maschio che si parla perché il maschio in natura è pressoché insignificante, e bisogna toglierselo dalle zampe appena possibile. Certo, il potere significa fatica, impegno, organizzazione. I maschi delle api, i fuchi, non fanno nemmeno parte delle forze lavorative, gli mancano pungiglioni e attrezzi, a parte quello che serve per fecondare la cosiddetta regina, e quando la cosa è fatta, loro non servono più. Per un po’ le api li tollerano, ma quando viene l’autunno e il cibo comincia a scarseggiare, scatta un ordine drastico: «Leviamoceli di torno». Non c’è dibattito, nessuna intercede per i begli occhi neri di qualche fuco. Perfino quelle che tornano da fuori con le ultime provviste mollano il carico e si trasformano in assassine. Nemmeno le veterofemministe più aggressive sono state mai giustiziere decise a non lasciare vivo nessun maschio. Dopo il massacro, le api buttano fuori i cadaveri e, come scriveva il drammaturgo Maurice Polydore-Marie-Bernard Maeterlinck, «il ricordo della razza oziosa si spegnerà fino alla primavera seguente». I nostri antenati sapevano davvero poco delle api, quando consigliavano ai figli di trovarsi una moglie dolce e operosa come un’apina d’oro! Mirella Delfini