Mirella Delfini, La Macchina del Tempo, marzo 2003 (n.2), 22 novembre 2003
Immaginiamo che sia un quiz. Dunque: è alta 324 metri, pesa circa 10mila tonnellate, è di ferro, e solo per ridipingerla ci vogliono 60 tonnellate di vernice
Immaginiamo che sia un quiz. Dunque: è alta 324 metri, pesa circa 10mila tonnellate, è di ferro, e solo per ridipingerla ci vogliono 60 tonnellate di vernice. Gli addetti alla manutenzione sono 500, mentre gli ascensori che vanno su e giù fanno circa 100 mila km l’anno, più del doppio della cintura della Terra. Il progetto è nato studiando l’osso di un femore e soprattutto il suo interno spugnoso, che ha suggerito la disposizione dei tralicci metallici che la sorreggono. Per costruirla ci sono voluti due anni, due mesi e cinque giorni. Il suo ideatore, l’ingegner Maurice Koechlin, aveva già fabbricato la famosa statua della Libertà che accoglie, con la fiaccola nella mano alzata verso il cielo, chi arriva nel porto di New York. E i soliti maschilisti hanno inventato subito una perfida storiella: «Come mai è stata scelta la figura di una donna per simboleggiare la Libertà?» Risposta: «Perché ci voleva una testa senza cervello in modo da poterci sistemare dentro l’osservatorio». Allora, c’è qualcuno che ha indovinato? Sicuramente sì: è la Torre Eiffel, originale, anomala, stravagante caratteristica della capitale francese. La storia è andata così. Negli Anni Ottanta a Parigi si preparava la grande esposizione universale del 1989 e uno degli incaricati di progettare qualcosa che colpisse l’immaginazione dei visitatori era proprio l’ingegner Maurice Koechlin. Allievo del geniale matematico svizzero Karl Culmann che aveva fatto lunghi studi sul femore umano, paragonandolo a una gru che dovesse sostenere il carico di un corpo anche molto pesante, Koechlin aveva seguito con passione le ricerche del suo maestro. Ambedue erano convinti che la testa del femore rappresentasse il migliore modello di una struttura leggera e nello stesso tempo resistente. Oltre alla parte tubolare dalle pareti compatte in cui è rinchiuso il midollo, l’osso è composto di due estremità convesse e sporgenti, una delle quali si articola in un’apposita cavità del bacino per sorreggerlo e indirettamente sostenere anche il peso della colonna vertebrale. All’interno, queste teste sono piene di una massa di fibre ossee, dall’apparenza disordinata: una specie di spugna solida che sembra fatta con centinaia di piccole stecche orientate differentemente e di vuoti che sembrano messi lì per caso. Invece nulla è a caso, e ogni trabecola è distribuita, e qui sta il prodigio della natura, in modo assolutamente corretto rispetto ai percorsi delle forze di compressione e di trazione, e quando l’anca dà dolore di solito sono i processi artrosici che non permettono all’osso di muoversi in modo liscio e naturale. Koechlin fu così affascinato dagli studi e dalle ricerche di Culmann che quando si trattò di presentare il suo modello per la costruzione del nuovo, avveniristico simbolo di Parigi disegnò una struttura i cui tralicci si ispiravano proprio al femore umano. E ottenne il lavoro, al quale partecipò una squadra di ingegneri entusiasti quanto lui, tranne poche eccezioni, che non vale la pena, a distanza di 120 anni e più, di ricordare. Basterà dire che alcuni di coloro che lavoravano con Koechlin erano convinti che la torre, sostenuta da tralicci così leggeri, finisse per crollare rovinosamente uccidendo chissà quante persone.