Vito Tartamella, La Macchina del Tempo, marzo 2003 (n.2), 22 novembre 2003
Specchi neri d’ossidiana per guardare in faccia il Sole mentre risorge durante le eclissi. Statue di divinità a grandezza d’uomo
Specchi neri d’ossidiana per guardare in faccia il Sole mentre risorge durante le eclissi. Statue di divinità a grandezza d’uomo. Contenitori per cuori appena estratti dalle vittime dei sacrifici che raffigurano la testa di un’aquila. Orecchini e finissimi piercing d’oro per naso e labbra. Splendore ed efferatezza, insomma, perizia artigianale e misticismo. La mostra dedicata agli Aztechi dalla Royal Academy di Londra è la più grande mai organizzata su questo popolo. Alcune cose non erano mai state esposte prima: come un bellissimo braciere di dimensioni considerevoli, appena rinvenuto, che raffigura la dea del Mais, una divinità tipica della fertilità, come si può facilmente intuire dal fatto che tiene pannocchie in mano. UN ANTIQUARIO BOLOGNESE I reperti sono disposti in undici sale: Introduzione, Predecessori, Forma umana, Mondo naturale, Dèi della vita, Dèi della morte, Preti, religioni e calendari, Status symbols, Templo Mayor, Tesori e codici, Il contatto: arte indo-cristiana. Un percorso didattico-tematico dunque, che fa rivivere un universo inghiottito nel volgere di qualche decennio dopo la conquista.Trecentottanta sono i pezzi ma anche l’elenco dei musei che li hanno messi a disposizione della mostra (dal titolo ”Aztechi. Una civiltà scolpita nel sangue e nella pietra”) è una lista molto lunga. Si va, per citarne alcuni, da San Pietroburgo a Chicago, e naturalmente Città del Messico. Ma la vera sorpresa è che tra le città che hanno fornito i reperti della mostra ne figurano quattro italiane: Bologna (Biblioteca universitaria), Firenze (Biblioteca medicea Laurenziana, Biblioteca nazionale centrale, Museo degli Argenti), Roma (Museo nazionale preistorico ed etnografico ”Luigi Pigorini”), Torino (Museo civico d’arte antica e Palazzo Madama). Senza contare la Biblioteca Apostolica e il Museo Missionario etnografico di Città del Vaticano. Quei reperti sono il frutto del collezionismo di antichi nobili, come il toscano Antonio de’ Medici, il bolognese Ferdinando Cospi o il torinese Zaverio Calpini; ma anche il patrimonio acquisito dei missionari che si recarono in Messico per evangelizzare gli Aztechi. è così che nell’inventario artistico italiano sono finiti non solo monili, pugnali e maschere, ma anche rarissimi codici. Come il Codex Cospi (vedi foto a pag. 87), uno dei 15 documenti del Messico pre-ispanico ad essere sopravvissuti alle distruzioni degli spagnoli: si tratta di un calendario rituale, datato tra il 1350 e il 1500, che consiste in 13 pagine di coloratissime illustrazioni. Giunse - si ignora come - in possesso dell’antiquario Valerio Zani, un conte, che a sua volta lo diede al marchese di Bologna Ferdinando Cospi (1606-1686). Da lui il Codex prese il nome, anche se non fu identificato subito come proveniente dal Messico: anzi, fu catalogato come ”Libro venuto dalla China con varij geroglifici”. Solo in seguito fu classificato come ”Libro del Messico”, ma bisognerà attendere fino al 1818 per il primo studio accurato, ad opera di Giuseppe Mezzofanti, un ricercatore poliglotta. Un altro pezzo forte giunge invece dal Vaticano: il Codex Rìos, risalente alla seconda metà del 1500. Descrive miti, cosmologia, calendari degli Aztechi: una testimonianza quasi in diretta della cultura messicana scritta da un ignoto autore italiano che ne venne a conoscenza. Prima che questi saperi fossero cancellati dai conquistadores spagnoli. Vito Tartamella