Antonio Armano e Vito Tartamella, La Macchina del Tempo, marzo 2003 (n.2), 22 novembre 2003
Quando arrivarono in Messico nel 1521, i conquistadores spagnoli trovarono numerosi manoscritti: grandi fogli riempiti di straordinari disegni multicolori e che, successivamente, gli studiosi europei chiamarono, con parola latina, Codex
Quando arrivarono in Messico nel 1521, i conquistadores spagnoli trovarono numerosi manoscritti: grandi fogli riempiti di straordinari disegni multicolori e che, successivamente, gli studiosi europei chiamarono, con parola latina, Codex. Su questi straordinari documenti gli scriba aztechi avevano scritto la loro storia, le loro leggende, i loro usi e costumi ma nessuno se ne accorse: i preti cattolici, in preda a una vera forma di fanatismo religioso, considerarono questi disegni incomprensibili come una forma di idolatria e fecero bruciare sui roghi intere biblioteche Negli anni successivi alla conquista gli Aztetchi, pur mantenendo viva la loro lingua, il nahuatl, che è ancor oggi parlato correntemente in Messico da oltre tre milioni di persone, cominciarono a parlare lo spagnolo e a trascrivere il nahuatl in caratteri latini. A partire dal XVIII secolo venne così perso il legame tra la lingua parlata quella scritta: i Codex furono considerati solo come semplici raccolte di disegni e il messaggio in essi contenuto non fu più accessibile in quanto la chiave che ne permetteva la lettura era andata perduta, com’era successo alla scrittura geroglifica degli antichi Egiziani. suoni come disegni Alla fine degli anni ’50 lo studioso messicano Joquìn Galarza incominciò a dedicarsi allo studio dei Codex aztechi e, dopo anni di faticose ricerche, riuscì a penetrare nel misterioso mondo della lingua azteca scritta e a ritrovare la chiave perduta che permetteva la lettura di questi documenti. Galarza dimostrò che i disegni dei Codex erano la trascrizione rigidamente codificata dei suoni della lingua azteca e che pertanto racchiudevano vere e proprie frasi. Il segno base fondamentale di questa lingua era il glifo (parola che deriva dal greco gliphein, incidere) che è al tempo stesso un disegno stilizzato e la trascrizione di un suono: le immagini, formate da molteplici glifi diventavano così veri e propri mosaici grafici di parole che mantengono contemporaneamente tre livelli di lettura: fonetico descrittivo e metaforico. Gli studi di Galarza dimostrarono anche che nella scrittura azteca ogni colore aveva un significato fonetico e non solo decorativo o simbolico come nella scrittura geroglifica egiziana: in altre parole ad ogni colore corrisponde un suono specifico di cui bisogna tener conto nella lettura. Ad esempio questo personaggio (vedi disegno qui a sinistra) raffigurato in uno dei più noti documenti preispanici noto come Codex Mendoza, indossa una mantello bordato e annodato dietro la schiena detto tilmatli di colore bianco iztac, simbolo dei grandi nobili: l’insieme forma la parola iztactilmatini che si può leggere «colui che porta il mantello bianco» (livello fonetico), oppure «colui che porta un mantello bianco con il bordo ed è annodato dietro la schiena (livello descrittivo) oppure ancora «grande nobile» (livello metaforico). PARLARE AZZURRO Questo personaggio siede sopra ipan una specie di trono icpalli di colore giallo coztic ricoperto da una stuoia petatl sempre di color giallo usato dai governatori e davanti alla sua bocca si vede un glifo a forma di lingua che trascrive il verbo tlatoa «parlare», di colore azzurro xiuh che indica una cosa preziosa : l’insieme si legge xiuhtlatoani ipan coztic icpalli ipan coztic petatl ossia «colui che parla azzurro sopra un trono giallo ricoperto da una stuoia gialla» dove l’espressione «parlare azzurro» significa anche «dire cose preziose» o ancora, a livello metaforico, «parlare la lingua nahuatl». L’intero disegno trascrive quindi la frase «il grande nobile, colui che parla nahuatl che siede e governa». Ma come si chiamava questo personaggio? Niente paura, il nome è racchiuso nei tre glifi posti dietro il suo capo: la pietra te(tl) + il frutto del cactus noch(tli) + il suffisso -tzin «venerabile» che si legge dal contesto ma non si scrive: si tratta dunque di Technotzin, il primo sovrano di Tenochtitlan. Alberto Siliotti