Antonio Armano e Vito Tartamella, La Macchina del Tempo, marzo 2003 (n.2), 22 novembre 2003
Alcune delle circa 50 divinità azteche (ciascuna con varie raffigurazioni e manifestazioni) sono il frutto di un’appropriazione tra le popolazioni sottomesse
Alcune delle circa 50 divinità azteche (ciascuna con varie raffigurazioni e manifestazioni) sono il frutto di un’appropriazione tra le popolazioni sottomesse. Ciò spiegherebbe la presenza di reperti di altre etnie in un apposito edifico azteco, il coateocalli: rappresenterebbero appunto le divinità degli sconfitti che passano ai vincitori. Tutte le genti centroamericane praticavano culti simili, sempre legati alla terra e al cielo, vale a dire al ciclo del raccolto. LA DIVINITà ERA OVUNQUE Una specie di animismo che identificava ogni fenomeno naturale come manifestazione divina. Da una preghiera azteca: «Loro dissero/ che è attraverso/ gli spiriti sacri/ che tutto vive.../ che loro ci danno/ il nostro pane quotidiano/ e tutto ciò che/ beviamo, tutto ciò che/ mangiamo/ il nostro cibo/ il mais, i fagioli». Esistevano così anche divinità del mais (Centeolt), come quella raffigurata in un braciere teomorfo rinvenuto di recente. Non c’è accordo, tra l’altro, su cosa significhi esattamente la parola teotl che indica la divinità. Alcuni studiosi sostengono che voglia dire «misterioso, potente». Altri che significhi «duraturo, eterno». Comunque sia, l’Olimpo azteco era composto principalmente da Hiutzilpochtli, dio del sole che proteggeva durante le battaglie (oltre che, come abbiamo già detto, durante la migrazione). Si dice che nel 1486, al Templo Mayor, gli furono sacrificati 70mila prigionieri. Tezcatlipoca (Specchio Fumante) era il signore dell’inverno ed era chiamato pure Titlacahuan (Noi Siamo i Suoi Schiavi) perché favoriva l’emancipazione di chi aveva perso la libertà. Tonatiuh (Vai per Illuminare e per Scaldare) era un altro dio del sole. Divinità del cielo più alto, la coppia di genitori Tota (Padre Nostro) e Totan (Madre Nostra). Xipe Totec (Nostro Signore dello Scuoiamento) era un dio della fertilità ed è raffigurato con indosso una pelle di essere umano scuoiato. Tlaloc, cui era dedicato un picco del Templo Mator, era il dio della pioggia (Colui che Fa Germogliare) e aveva per simbolo l’albero della vita. C’erano inoltre le divinità degli inferi. Come il dio della morte, Michtlantecuhtli. Le sue statue sono forse le più impressionanti dell’arte figurativa sacra azteca: la cassa toracica di Michtlantecuhtli affiora sulla pelle e da essa pende il fegato, come un grosso fiore tropicale sbocciato. Lungi dal fiorire, di lì la vita se ne va. Gli Aztechi consideravano il fegato sede dello spirito, dunque della vita, perché pieno di sangue. La testa era sede del destino, il cuore della coscienza. IL MITO DELLA CREAZIONE Nella complicata cosmogonia azteca, importante è il mito della creazione della Terra. Fu seguita dalla distruzione e dalla successione di quattro creazioni imperfette culminate nella quinta era, quella in cui vivevano gli Aztechi. L’idea delle creazioni imperfette e successive è diffusa tra i popoli mesoamericani. La sequenza è documentata in sculture come La pietra dei cinque soli. Durante la quarta era, detta del Giaguaro, i giganti camminavano sulla terra senza lavorare né seminare il mais. Raccoglievano solo frutti e radici. Il giaguaro divorò i giganti e l’era finì. La seconda era fu invece interrotta dall’incantesimo di Quetzalcoatl (altra divinità, riconoscibile per la bocca a coccodrillo), signore dei venti, che trasformò gli uomini scimmie umanoidi. Si profetizzava che la quinta sarebbe finita causa terremoti. Il suo segno era il geroglifico che simboleggia il movimento della terra. Nella quinta era, all’inizio, due dèi si sacrificarono per creare il sole. Poi fu creata la Luna. Gli astri erano però immobili. Entrarono nelle loro orbite solo quando tutti gli dèi sacrificarono se stessi a Quetzalcoatl. La creazione dell’umanità, fu opera sempre di Quetzalcoatl, che scese agli inferi prese le ossa dei morti, le frantumò e le cosparse col proprio sangue dando la vita. Il concetto di sacrificio è alla base della visione azteca del mondo. E la morte non è altro che rigenerazione.