Antonio Armano, La Macchina del Tempo, marzo 2003 (n.2), 22 novembre 2003
Da dove vengono gli Aztechi, cioè, letteralmente, «il popolo di Aztlan»? In realtà, non si sa con esattezza e, almeno a sentire gli studiosi, difficilmente si scoprirà mai, visto che la storiografia azteca è di carattere mitologico né le testimonianze raccolte dai colonizzatori spagnoli sono, sia pure per motivi diversi, più attendibili
Da dove vengono gli Aztechi, cioè, letteralmente, «il popolo di Aztlan»? In realtà, non si sa con esattezza e, almeno a sentire gli studiosi, difficilmente si scoprirà mai, visto che la storiografia azteca è di carattere mitologico né le testimonianze raccolte dai colonizzatori spagnoli sono, sia pure per motivi diversi, più attendibili. Si sa, per esempio, che la loro capitale, Tenochtitlan, si trovava a oltre 2.000 metri d’altezza, dove ora sorge Città del Messico, vale a dire nella valle dell’Altipiano del Messico, sovrastata da vette vulcaniche come Citlaltépetl, Popocatépetl e Ixtacihuatl. Si sa inoltre che migrarono appunto dalla regione di Aztlan, ma come spiega l’aztecologo tedesco Hanns J. Prem, etnologo dell’università di Bonn, «non possiamo dire fino a che punto si tratti di un mito e cosa ci sia invece di vero». A partire dalla migrazione, gli Aztechi indicheranno se stessi come «mexica». Di qui i vocaboli Messico e messicani. IN RIVA A un lago Tra le caratteristiche distintive, la lingua, il nahuatl, che però era parlato anche dalle popolazioni confinanti e costituiva, all’apogeo della potenza azteca, un idioma franco. Secondo la leggenda, Montezuma I, che regnò tra il 1440 e il 1471, inviò una spedizione di 70 maghi a percorrere a ritroso le piste della migrazione che era avvenuta intorno al 1300. Il racconto, naturalmente, è fiabesco e i maghi riuscirono a trovare la strada solo trasformandosi a un certo punto del percorso in uccelli. Arrivarono così, volando tra gli impervi picchi, ad Aztlan. E videro che era uguale a Tenochtitlan, la città che avevano fondato al termine della loro migrazione. Videro che quanti erano rimasti conducevano una vita molto più sobria ma ben più serena. Insomma, il mito, almeno in questa versione, aveva un’implicazione morale di ritorno alla purezza dei costumi originari, tipica chimera di tanti popoli non solo di quel continente e di quell’epoca (anche nella Roma imperiale ci si dava spesso alla deprecatio temporis, a lamentarsi della corruzione dei costumi). Qualunque fosse il luogo di origine (probabilmente a nord-ovest di Città del Messico, almeno a giudicare dalle parentele linguistiche), gli Aztechi si stabilirono nel bacino dell’altipiano mesoamericano dove, ai bordi un lago acquitrinoso e poco profondo, sorgevano molte città e svariati centri minori. Sottomettendo le altre con una serie di campagne militari e alleanze favorite da incroci dinastici, diventarono la popolazione dominante. L’arrivo, nel 1519, dell’astuto e ambizioso Hernán Cortés, che proveniva da Cuba con circa cinquecento mercenari e aveva sentito parlare dello splendore dell’impero di Montezuma II, pose fine, in un paio di anni, a quella che nel XV secolo fu la civiltà centroamericana al massimo grado di potenza e splendore. Ma se da un lato la remissività degli Aztechi nei confronti dell’invasore presenta aspetti misteriosi e tuttora irrisolti, dall’altro la sconfitta si può imputare anche alla scarsa lungimiranza delle tribù limitrofe. Quest’ultime si allearono ai conquistadores senza capire che ben presto anche loro avrebbero fatto la fine degli odiati dominatori Aztechi cui dovevano pagare pesanti tributi. Senza questo contributo, Cortés non avrebbe mai potuto mettere in piedi un contingente d’attacco, o meglio di assedio, che numericamente reggesse il confronto. FRECCE CONTRO ARCHIBUGI Bisogna però dire che la forza d’urto del piccolo ma agguerrito contingente spagnolo, armato di spade, corazze, cavalli, archibugi e anche di una decina di cannoni, fu micidiale per gli indigeni precolombiani. I quali si muovevano a piedi, erano abituati a tecniche guerresche rituali e disponevano solo di frecce, dardi e lance. Nell’opera distruttiva, si misero subito le malattie importate dagli europei, vaiolo in primis, una forma di arma biologica tanto involontaria quanto tremenda. Nel volgere di qualche anno, nel bacino che un tempo era stato fiorente teatro naturale di civiltà la popolazione indigena si ridusse del 90 per cento. Antonio Armano