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 2003  novembre 22 Sabato calendario

L’ elettronica restituirà la vista ai ciechi? Non proprio, ma poco ci manca. Due gruppi di ricerca americani, presso la University of Southern California (Usc) a Los Angeles e nella North Carolina State University a Raleigh, lavorano alacremente allo sviluppo di un microchip fotosensibile che, impiantato sulla superficie della retina (la membrana del bulbo oculare su cui si formano le immagini), restituirà parzialmente la vista ai ciechi

L’ elettronica restituirà la vista ai ciechi? Non proprio, ma poco ci manca. Due gruppi di ricerca americani, presso la University of Southern California (Usc) a Los Angeles e nella North Carolina State University a Raleigh, lavorano alacremente allo sviluppo di un microchip fotosensibile che, impiantato sulla superficie della retina (la membrana del bulbo oculare su cui si formano le immagini), restituirà parzialmente la vista ai ciechi. Non sono ricerche di poco conto perché sono coinvolti anche altri cinque laboratori pubblici americani e il Dipartimento per l’energia americano ha stanziato 9 milioni di dollari. E c’è già una compagnia privata, la Second Sight di Santa Clarita (California), pronta a commercializzare il prodotto finito. L’idea nasce nel 1992 quando Mark Humayun e Eugene de Juan, all’epoca ricercatori presso la Johns Hopkins University di Baltimora, negli Stati Uniti, dopo aver constatato che in seguito a determinate patologie non tutte le cellule della retina morivano, provarono a stimolare i neuroni sani in un anziano paziente cieco. Il risultato fu che il soggetto vide, secondo le sue stesse parole, una luce. Sorse così un gruppo di lavoro presso il Doheny Retina Institute della Usc, che nel febbraio 2002 impiantò la prima protesi permanente alla retina, battezzata eye chip. Una retina con mille elettrodi I bioingegneri cominciarono quindi a sviluppare i MEMs (microelectromechanical systems o sistemi microelettromeccanici), microchip da impiantare chirurgicamente nella retina e in grado di convertire le immagini in impulsi elettrici da inviare al cervello. Al momento, gli elettrodi innestati sulla retina sono solo 16, ma l’obiettivo è averne 1000 da collocare sotto le strutture nervose della retina, così da stimolarne le estremità e inviare le immagini lungo i neuroni. «All’inizio le immagini giungeranno molto lentamente, sfocate e giallastre» ammette Kurt Wessendorf, coordinatore della ricerca nei Sandia National Laboratories, uno degli istituti impegnati nel progetto, «ma le persone cieche potranno perlomeno distinguere gli oggetti all’interno di una stanza e orientarsi». Il sistema, tuttavia, non funziona per tutti i non vedenti. Non, per esempio, per chi ha perso la vista a causa del glaucoma o del diabete che compromettono l’efficienza della retina o di altre malattie che interrompono il contatto con il cervello come nel caso di una atrofizzazione del nervo ottico. I migliori candidati per un impianto di microchip sulla retina sono i pazienti affetti da degenerazione maculare senile e da retinite pigmentosa perché queste patologie danneggiano sì i coni e i bastoncelli, le cellule che convertono le immagini in segnali elettrici, ma lasciano intatto il nervo ottico e quindi la possibilità di trasmettere impulsi al cervello. Italia: 1,5 milioni di pazienti La prima patologia, come dice il nome, rappresenta un’alterazione della macula, la parte centrale della retina e colpisce prevalentemente gli ultracinquantenni. In Italia ne soffrono circa 1,5 milioni di persone, ma è evidente che la sua incidenza è destinata a salire con l’invecchiamento della popolazione. «Ne esistono due tipi», spiega Emilio Balestrazzi, membro della Società di oftalmologia italiana, «la forma atrofica o secca è la più comune e per essa esistono purtroppo poche cure, mentre la forma umida si tratta abbastanza efficacemente con il laser». La retinite pigmentosa invece non è una malattia molto diffusa, «ma per chi ne soffre la soluzione del chip potrebbe essere molto interessante» osserva Aldo Caporossi, direttore del dipartimento di Scienze oftalmologiche dell’università di Siena, «perché, anche se la chirurgia laser ha permesso di moltiplicare il numero di patologie curabili, per questa malattia le prospettive sono ancora pochissime». «L’idea del microchip è molto interessante e ricca di promesse» ammette Balestrazzi, «ma attenzione a non creare false aspettative: consentirà solo una visione rudimentale fatta di ombre, chiaro e scuro e contorni». Da qui a cinque anni, quando gli americani prevedono di mettere il congegno nelle mani dell’industria, dovranno anche aver risolto i problemi di biocompatibilità del chip per far sì che comunichi in modo efficiente col cervello umano. Non solo: per ora ogni elettrodo stimola fasci di nervi e non i nervi uno ad uno, il che sarebbe la soluzione più efficace. C’è poi il problema della pressione del chip sulla retina, che deve essere ridotta al minimo per non affaticare il bulbo oculare. Le sperimentazioni comunque esplorano altre vie e proseguono anche in Italia. «Nei pazienti che non hanno danni alla retina, ma al nervo ottico, magari in seguito a un trauma» spiega Pier Enrico Gallenga, direttore della clinica oculistica dell’università di Chieti, «stiamo cercando di creare un ponte tra l’occhio ed il cervello stimolando direttamente la corteccia cerebrale dove avviene la composizione delle immagini con dei neurotrasmettitori come il glutammato». a spasso col satellite La strada verso una visione bionica è ancora lunga, ma la tecnologia non sta a guardare. In Gran Bretagna, i ricercatori dell’Università di Leeds ha realizzato un bastone per ciechi che imita il sistema di orientamento a ultrasuoni dei pipistrelli e vibrando segnala direzione e distanza degli ostacoli. Presso l’università della Florida, Steve Moore è invece alle prese con un computer da indossare che, collegato ai satelliti GPS, gli stessi utilizzati dai navigatori oceanici, aiuti i ciechi a camminare tranquillamente per strada rispettando semafori, strisce pedonali, e magari anche a scansare qualche automobilista troppo distratto. Daniela De Vecchis