Yuri Castelfranchi, La Macchina del Tempo, marzo 2003 (n.2), 22 novembre 2003
La lista dei princìpi farmacologici derivati da piante e alberi amazzonici è notevole. Dalla papaya si estraggono papaina e chimopapaina, sostanze proteolitiche e mucolitiche
La lista dei princìpi farmacologici derivati da piante e alberi amazzonici è notevole. Dalla papaya si estraggono papaina e chimopapaina, sostanze proteolitiche e mucolitiche. Dall’olio del pepe brasiliano (Schinus aroeira) si estraggono molecole efficaci contro la candida e lo stafilococco. L’unghia di gatto (Uncaria tomentosa), una liana dai barbigli legnosi a forma di uncino, è usata da sempre dagli indios Ashanika, Shipibo e Cashibo, perché contiene antinfiammatori e immunostimolanti. Persino il cacao può finire in farmacia: la teobromina e la teofillina contenute nel frutto sono un potente diuretico e un broncodilatatore. Mentre nell’albero dello jaborandi i chimici hanno scovato la pilocarpina, efficace nella terapia del glaucoma e anche (col nome commerciale di Salegen) nella sindrome nota come ”della bocca asciutta” o xerostoma. Un cenno a parte meritano le droghe che gli sciamani usano per «vedere il paziente come fosse di vetro» e curarlo tramite l’accesso al mondo vero: quello degli spiriti. La più celebre è l’ayahuasca (Banisteriopsis caapi) la ”liana della morte” che gli Jivaros chiamano natema, i Campa caapì, e gli indios colombiani yagé. La Virola invece è sniffata dai Tukano, che la chiamano epená. La usano anche i Witoto e gli Yanomani. Molto diffuso anche lo yopo, droga derivata da una leguminosa del genere Anadenanthera, che contiene armina e dimetiltriptamina (Dmt), sostanze psicotrope che alcuni propongono per l’utilizzo psicoterapeutico. La Brugmansia, invece, è usata specialmente dagli sciamani sul versante andino d’Amazzonia. Chiamata floripondio o borrachero, contiene scopolamina, un forte sedativo.