Yuri Castelfranchi, La Macchina del Tempo, marzo 2003 (n.2), 22 novembre 2003
Rio Juruà, Amazzonia occidentale. Seguiamo la corrente su un battello dal motore pigro. Scendiamo a valle verso la cittadina di Eirunepé, cercando un furo: un canale che tagli un’ansa e faccia da scorciatoia attraverso il zigzagare estenuante di quello che gli indios considerano orgogliosi il fiume più tortuoso del mondo
Rio Juruà, Amazzonia occidentale. Seguiamo la corrente su un battello dal motore pigro. Scendiamo a valle verso la cittadina di Eirunepé, cercando un furo: un canale che tagli un’ansa e faccia da scorciatoia attraverso il zigzagare estenuante di quello che gli indios considerano orgogliosi il fiume più tortuoso del mondo. Ma è la stagione secca: neppure la nostra imbarcazione dalla carena piatta riesce a superare i banchi di pantano giallo e ocra si addensa sui margini del fiume. La sera ci sorprende con l’umidità densa dell’Amazzonia mentre assistiamo a una scena incomprensibile. Una famiglia di indios Canamarí risale la corrente su una canoa a remi mentre su un’altra, a motore, scendono invece due ragazzi di un villaggio Kulina. Incrociandosi, dalla prima barca un anziano fa un gesto brusco con le dita della mano destra, come per lanciare un oggetto che non c’è. I ragazzi dell’altra canoa si abbassano d’istinto e gridano. Sono infuriati, ma per cosa? «Meu amigo», mi sorride João Luis, un giovane missionario metodista che lavora con gli indios, sorride e mi spiega: «quello era un djohkò: un attacco sciamanico». Lo djohkò è spesso il lancio di una pedra (pietra in portoghese), il proiettile magico che gli sciamani Canamarì sanno estrarre dalle vittime o lanciare nel corpo dei nemici. Questo proiettile immateriale può trasformarsi in bradipo o in giaguaro, in airone o armadillo, e causare malattie o addirittura la morte. Solo uno sciamano può estrarre la pedra lanciata da un altro. «A volte» mi spiega João Luis «si scatenano guerre sciamaniche. Se scoppia un’epidemia in un villaggio, spesso è incolpato lo sciamano di una tribù vicina. Sai che i Canamarí e i Kulina sono appassionati di calcio? Ma giocano a modo loro: mentre i calciatori inseguono il gol, seduti tra il pubblico, gli sciamani lanciano le loro pietre di resina magica per influenzare le sorti della partita». Sorridiamo. «Ma quell’anziano» mi spiega il missionario «è rispettato e temuto: una settimana fa ha salvato un bambino dal morso di un serpente per il quale non esistono sieri. Ha fatto una poltiglia di foglie di una pianta segreta e il bambino è vivo». nella foresta come in farmacia Esteso su quasi otto milioni di chilometri quadrati di fiumi e foreste, paludi e savane nelle quali troverebbe posto l’intera Europa occidentale, il bacino amazzonico è una delle aree campioni mondiali della biodiversità. Ospita almeno 300 specie di mammiferi, 3.000 di pesci, quasi 2.000 di uccelli, centinaia di migliaia di specie di invertebrati. E 33.000 specie di piante classificate sino ad ora. Se è vero che fra il 40 e il 70 per cento dei farmaci esistenti si basano su princìpi attivi trovati in piante, funghi o animali, l’Amazzonia potrebbe rivelarsi una farmacia prodigiosa. E i popoli indigeni, che hanno scoperto circa tre quarti delle piante oggi usate in medicina e conoscono l’uso di 1.300 specie vegetali, sono guide preziose in quel labirinto verde di cui si servono per cibarsi e vestirsi, per i riti magici e per curarsi. L’efficacia delle loro pratiche è studiata da etnobotanici, antropologi, medici, ma anche contestata da molti ricercatori. La medicina tradizionale degli sciamani si basa sui simboli: se un fiore è candido come un giglio, purificherà il fegato o i reni, se una corteccia è rossa come il sangue, aiuterà per l’anemia. Se una foglia è maculata come la pelle di un certo serpente, c’è chi dice che ne curi il morso. Quasi mai ci si indovina. Ma secoli di tentativi empirici hanno portato a eliminare gli errori più grossolani, e a selezionare erbe che spesso funzionano bene, anche solo come placebo: alleviano dolori o disturbi psicosomatici in virtù della totale fiducia del paziente nella loro efficacia e nelle capacità del curatore. Ma in alcuni casi, è proprio nei rimedi tradizionali amazzonici che i biochimici hanno individuato alcuni princìpi attivi di straordinario valore farmacologico. Qualche esempio? Il più celebre è quello del chinino. La storia d’Europa non sarebbe la stessa senza questo alcaloide che aiutò a combattere la malaria, malattia capace di mietere più vittime delle guerre. Estratto dalla corteccia degli arbusti di Quina crescono sulle Ande orientali fra i 1.500 e i 3.000 metri di quota, era usato dagli indios per curare le febbri. I gesuiti se ne accorsero già nel 1500 ed esportarono la corteccia in Europa dove fu purificata per ottenere il chinino: per anni un’arma formidabile contro la malaria. Nel XVII e XVIII secolo dai porti del Perù e dell’Ecuador cominciarono così a salpare grandi carichi di Quina, diretti verso le colonie europee in Asia e Africa. Gli storici dei drink ci dicono che i liquori ”di china” nacquero a partire da un decreto napoleonico del 1798, durante la campagna d’Egitto, che imponeva che il chinino fosse mescolato nella razione giornaliera di vino delle truppe. Dopo un utilizzo così massiccio e prolungato, oggi il microrganismo che provoca la malaria è diventato resistente al chinino in gran parte del suo areale di distribuzione. Ma nel frattempo l’alberello della Cinchona ha svelato un altro segreto. I chimici vi hanno isolato un ulteriore princìpio attivo: la chinidina, utile nella terapia delle aritmie cardiache e alla base di almeno quattro farmaci, commercializzati negli Usa con il nome di Cardioquin, Quinaglute, Quinidex e Quin-Release. non solo il chinino La medicina occidentale deve molto anche alla poltiglia che gli indios usavano per avvelenare le frecce. Attorno al 1500 un convoglio di invasori spagnoli che risaliva il Rio delle Amazzoni fu attaccato dagli indios, uno colpito da una freccia avvelenata, morì nonostante le cure. Il nome di quel mortale sciroppo, ”curaro”, divenne presto noto, ma gli ingredienti restarono a lungo un segreto: solo nel 1800 Alexander Von Humboldt riuscì a osservare la preparazione del curaro presso le tribù dell’Orinoco. Nell’Amazzonia orientale il curaro è in genere estratto da una liana, la Strychnos guianensis. In Amazzonia occidentale il curaro è invece ricavato dalle radici di un’altra liana, il Chrondrodendron tomentosum. da questa che i chimici hanno estratto la tubocurarina: un alcaloide potentissimo in grado di bloccare la trasmissione degli impulsi nervosi ai muscoli, causando paralisi e blocco della respirazione. Oggi il curaro è ampiamente impiegato dalla farmacopea occidentale per attenuare i sintomi della poliomelite, dell’epilessia, del tetano e del ballo di San Vito. Nelle sale operatorie di tutto il mondo si utilizzano spesso composti di sintesi analoghi alla tubocurarina, come ad esempio l’Intocostrin, per provocare il rilassamento necessario per le operazione chirurgiche senza gli effetti pericolosi dell’anestesia indotta con etere o cloroformio. Anche quella pigna dalla polpa squisita, che Cristoforo Colombo trovò sull’isola di Guadalupe, ha virtù terapeutiche. Gli indios locali lo chiamavano ”ananas”, e dicevano che fosse giunto dall’Amazzonia per mano dei guerrieri Karìb. Molti indigeni usano poltiglie di ananas per curare infiammazioni della pelle o ne bevono il succo per aiutare la digestione. Nel 1891 i chimici scoprirono che un enzima contenuto nella polpa d’ananas, la bromelina, digerisce, spezzandole, le proteine ed è in grado di sciogliere coaguli di sangue. Oggi l’Amazzonia, luogo remoto per antonomasia, è oggi sempre più vicina, coi suoi semi, le foglie, le essenze, alle nostre farmacie. Decine di aziende offrono anche su Internet sciroppi e integratori ”della foresta pluviale”. Per non parlare della cosmetica. Grandi compagnie, come The Body Shop inglese, la Aveda statunitense e la Ives Rocher francese, non fanno mistero di aquistare materie prime amazzoniche in quantità per produrre creme, balsami, profumi, integratori. la foresta rende di più se vive? Centinaia di ricercatori, finanziati da imprese di tutto il mondo, rastrellano l’Amazzonia a caccia di biodiversità, in una vera e propria febbre dell’oro verde che prende il nome di bioprospecting, letteralmente prospezione biologica, alla ricerca di specie animali o vegetali come si cercherebbero i diamanti o il petrolio. Per la foresta è una grande opportunità: può aiutare a inseguire il sogno di uno sviluppo sostenibile, nel quale lasciare gli alberi in piedi e gli animali in vita sia più redditizio che abbattere e uccidere. Ma comporta anche rischi: i governi dei paesi amazzonici, privi di mezzi e strutture, potrebbero non avere acceso allo sfruttamento economico di una parte preziosa della propria biodiversità: secondo il governo brasiliano, fra il 1995 e il 2000 sono stati richiesti 4000 brevetti su prodotti naturali brasiliani e il 97% delle richieste provenivano da compagnie straniere. Le popolazioni locali sono in allerta: rischiano di vedersi scippare, a colpi di brevetti, le piante tradizionali delle quali hanno scoperto le virtù nel corso dei secoli. « già successo», spiega Carlos, uno sciamano Jívaros, «guardate cosa avete fatto con la coca, pianta medicinale straordinaria o col tabacco, trasformati in strumenti di morte». Ma se imprese brasiliane come la Bioamazônia e la Extracta firmano accordi milionari con multinazionali americane ed europee, gli indios non stanno a guardare. Tre anni fa 400 etnie hanno vinto una causa contro Loren Miller, californiano, della Plant Medicine Corporation, che aveva tentato di brevettare una varietà di ayahuasca, una pianta allucinogena sacra ai popoli d’Amazzonia occidentale. Alcune tribù sono in causa con la Shaman Pharmaceuticals, che accampa diritti sul Croton lechleri, una pianta medicinale nota come Sangue di drago. Per l’Amazzonia la minaccia più grande resta però una deforestazione sempre più aggressiva. Usciamo dall’Amazzonia su un autobus triste che corre a sud, nello stato di Rondonia. Viaggiamo da due ore attraverso un paesaggio lunare di deserti grigi e rossi senza un albero: ciò che resta quando la selva cede il posto agli allevamenti di bestiame. mezzogiorno, e mi stupisce la nebbia in cui si immerge il bus. Rogério, il ragazzo al mio fianco, sorride: «Non è nebbia, gringo, è fumo: da qualche parte, oltre l’orizzonte, ci sono ancora alberi. E qualcuno li sta bruciando». Yuri Castelfranchi