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 2003  novembre 22 Sabato calendario

«In Sicilia ci sono case storiche che vengono aperte a dicembre: si gioca a soldi, tombolata, chemin de fer

«In Sicilia ci sono case storiche che vengono aperte a dicembre: si gioca a soldi, tombolata, chemin de fer... lì che ho cominciato a giocare da bambino, rapito dall’atmosfera». Comincia così il racconto di A. C., una testimonianza diretta di chi con il gioco e le perdite, ha convissuto per anni. Fino a toccare il fondo e a decidere di smettere. «Dopo il trasferimento al Nord, l’incontro coi cavalli. Avevo tredici, quattordici anni. Diventai uno studioso di ippica, come ogni vero giocatore di cavalli. Conoscevo tutto: terreno, cavallo, fantino... Andavo in stazione per procurarmi il giornale sulle corse. Alla sala corse c’era solo la telescrivente che dava i risultati, non potevi seguire la corsa sullo schermo come adesso. L’ambiente era soprattutto di anziani e tutti uomini. Puntavo, uscivo, tornavo per vedere il risultato. I miei non si erano accorti di niente. Ero un ragazzo irrequieto, li preoccupavo per altre cose. Come quando scoprirono che fumavo spinelli. Dove trovavo i soldi? Dalle vincite. E se me davano per la disco, li usavo per puntare. Poi creste su tutto. Insomma, l’arte di arrangiarsi. Cominciai a vincere forte: vent’anni fa 250.000 lire non erano poche. Io avevo 18 anni e il gioco nel sangue. Scommettevo su tutto, se no non ci trovavo gusto e per provare la stessa emozione puntavo sempre di più. Anche a tennis con gli amici: chi perdeva doveva pagare il campo. Diventai maggiorenne e il mio primo pensiero fu: finalmente posso entrare al casinò. A dire il vero, c’ero già stato. Al Loews di Montecarlo devi esibire i documenti solo se te lo chiedono e una volta sono riuscito a entrare. L’ultimo anno di liceo classico ho cominciato a frequentare Saint-Vincent: roulette poco, soprattutto black-jack. Una volta al mese ero là. Dopo la maturità, ho trovato lavoro in una casa editrice e qualche soldo da puntare l’avevo. Ero iscritto a Legge, ma non davo esami e la mia settimana era scandita dal gioco: una volta all’ippodromo, una volta al casino, la terza poker con gli amici. Nel 1987, a 24 anni, entro nel mondo dei cambisti. Gli davo l’assegno, mi davano i contanti. Se vincevo restituivo la somma con l’interesse del 10 per cento, se perdevo cominciava la rincorsa. Per rifarmi mi procuravo altri soldi e giocavo ancora. Avevo anche un lavoro che facevo bene. Ero una via di mezzo tra un impiegato e un commerciale: più vendevo più guadagnavo. Una volta ho vinto i milioni per comprarmi la moto: una Suzuki 750 Gsx che ho dovuto vendere due settimane dopo. L’ippodromo lo trascuravo perché non mi facevano puntare tanto e mi davano più emozione i giochi veloci perché il gioco più è rapido più ti coinvolge. Al casinò, al tavolo del black jack cambiavano tre quattro croupier di fila per aumentare la velocità. Il primo buco l’ho fatto nel 1988: 100 milioni, ma i miei non sapevano niente del mio vizio. Alla fine hanno pagato e mi hanno mandato in esilio in Sicilia tre mesi. Promisi che non l’avrei più fatto, ma sono tornato con più voglia di giocare di prima e poi ormai ero dell’ambiente: vestiti eleganti (cambiavo camicia due volte al giorno), cene nei ristoranti, serate di gala, e dopo il casinò andavo al night dove pagavo da bere alle entraineuses. L’unico vizio che non avevo erano le macchine. Anzi: mi piaceva arrivare in un albergo di lusso a Montecarlo con una Uno infangata e lasciare una grossa mancia al parcheggiatore. Nell’89 scopro la manna dei finanziamenti. Con la busta paga, te ne davano quanti ne volevi sotto una certa cifra. Ma sommandoli la cifra diventava alta. Ne misi insieme una ventina. Mai pagato un bollettino. Nel giugno del 1989, avevo 26 anni, dovevo andare al casinò ma si mise a grandinare... finisco invece al concerto dei Simply Red, e lì conosco una ragazza. Per un po’ smetto. Poi un altro buco: 160 milioni e la mia famiglia non voleva pagare. Alla fine hanno tirato fuori i soldi. Promisi a tutti, fidanzata compresa, che era l’ultima volta. Feci una lettera di autodenuncia ai casinò italiani perché non mi lasciassero più entrare. Tornai in quelli della Costa Azzurra. Ma anche in quelli italiani: mi facevo dare la carta di identità da un amico e loro chiudevano un occhio. Nel 1991, grazie alla crisi della Guerra del Golfo, mio padre mi compra un’attività commerciale. il salto di qualità: avevo più tempo libero e credito, ma nel 1995, il sistema salta. Ebbi grazie a mio padre, una fideiussione di 100 milioni, ma la sera stessa li persi a Chamonix. Dovetti vendere l’attività e toccai il fondo: vivevo di alcool, incidenti in macchina e moto... Ero ridotto che non avevo da mangiare. Intorno a me era terra bruciata. La storia d’amore finita. Le ragazze che avevo coperto d’oro non mi offrivano neanche una pizza. Mio filo di speranza erano le due estrazioni settimanali del Lotto. Mi avevano sfrattato. Alla clinica ho imparato, sulla mia pelle, ”l’amore duro”, cioè amare, ma saper dire di no. Mi sono disintossicato dall’alcool e parlo con altri che hanno gli stessi problemi. Tappa per tappa, rimetto insieme i cocci: lavoro, casa, macchina, assicurazione, bollette... Ho 39 anni, vorrei incontrare la donna della mia vita».