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 2003  novembre 22 Sabato calendario

Tutto ha inizio con una puntata. La puntata è la posta in soldi sull’esito di un gioco, sia esso il poker con gli amici, le corse dei cavalli, il black jack, trente-et-quarante o la roulette

Tutto ha inizio con una puntata. La puntata è la posta in soldi sull’esito di un gioco, sia esso il poker con gli amici, le corse dei cavalli, il black jack, trente-et-quarante o la roulette. La puntata dà dipendenza perché crea aspettativa, attesa, paura di perdere, desiderio di vincere. Se si vince, e prima o poi accade, l’eccitazione raggiunge l’acme, l’apice. Poiché l’attesa è stata premiata, si ha l’impressione di essere onnipotenti, arrivando anche ad alterazioni cognitive di tipo metafisico o manipolatorio, in altre parole dalla superstizione: ho vinto perché avevo indosso quella cravatta e quei calzini eccetera. A questo punto il meccanismo di controllo si rompe, manca lo stop. E il giocatore va avanti aumentando sempre la posta per avere più emozioni, così come il tossicodipendente o l’alcolista devono aumentare la dose per ottenere lo stesso effetto. Gli americani classificano il pathological gambling, il gioco d’azzardo patologico, cioè quello che supera la soglia del divertimento occasionale, come un «disturbo del controllo degli impulsi», ma la classificazione è riduttiva. Secondo il professor Michele Sforza, 55 anni, psichiatra della clinica ”Le Betulle” ad Appiano Gentile, in provincia di Como, specializzata nel trattamento di questi pazienti, «bisognerebbe piuttosto parlare di ”dipendenza da comportamento”, come si fa per anoressia, bulimia, tossicodipendenza e alcoolismo. Alcolismo e gioco d’azzardo patologico vanno peraltro spesso a braccetto. E anche le tossicodipendenze da stimolanti o da cocaina compaiono spesso come corollari». La terapia prevede un ricovero per tre settimane con trattamento disintossicante e psicofarmacologico con antidepressivi, sedute di gruppo sul modello dell’associazione americana Gamblers Anonymous, (Giocatori Anonimi), con altri che hanno lo stesso problema perché «sentire certe cose dette da un altro che come te c’è passato è diverso che sentirle dal dottore». E, infine, psicoterapia individuale e familiare. Ma visto che i problemi psichici dei giocatori sono quasi sempre accompagnati da una situazione economica compromessa, se il paziente non lo ha già fatto, gli viene consigliato di rivolgersi a un avvocato per contrattare il debito con gli strozzini e a un’associazione antiusura per aprire un conto studiato ad hoc (il Nuovo Banco Ambrosiano ne prevede la possibilità) che consenta di proseguire, sia pure tra creditori e protesti, la minima attività economica vitale. Ma il primo passo, la prima cosa è spiegare al paziente, e ai suoi familiari, naturalmente, che il gioco non è un vizio, come vorrebbe una banale formula assolutoria, ma una vera e propria malattia. E di conseguenza il giocatore patologico è un malato che va aiutato, cioè curato. Questo cambia la prospettiva delle cose anche nei rapporti familiari, oltre che nella percezione di se stessi. «Durante la prima delle tre settimane del ricovero, non ci deve essere nessun contatto con l’esterno» spiega il dottor Sforza, seduto nel suo studio alla clinica tra un rilassante telefono verde, stanze e corridoi chiari e luminosi e la vista del bosco biancheggiante di betulle, «poi la terapia continua per altre due settimane fino alla dimissione e a quel punto non finisce, ma diventa ambulatoriale». guarisce uno su quattro Le possibilità di successo sono basse: nell’ordine del 20-25%, come per le altre dipendenze. Le ricadute non sono rare e se il gioco riprende il meccanismo si riattiva. perciò fortemente raccomandata l’astinenza totale. «Ma non si può parlare mai di guarigione» ammette Sforza «perché la patologia non viene eliminata, viene semplicemente disattivata. Con almeno cinque anni di astinenza, si possono abbassare di molto i fattori di un rischio di ricaduta, ma non eliminarli del tutto». Il proliferare dell’offerta di giochi d’azzardo, dai videopoker dei bar ai Bingo ai nuovi casinò in Svizzera, è un ulteriore bastone tra le ruote di chi vuol smettere. Aumentano le tentazioni e con esse il fattore di rischio. Non si parla solo di ricaduta, ma di caduta tout-court perché c’è più probabilità di caderci anche per chi non c’è mai stato dentro, ma vi è predisposto. L’identikit del giocatore patologico è presto fatto: maschio, lo sono l’80%, anche se il fenomeno delle donne giocatrici è in forte salita, età tra i 40 ed i 50 anni, è di solito un lavoratore autonomo (73% contro il 27% di dipendenti) e quasi sempre fuma (90%). Si tratta generalmente di una persona sposata (65% contro 35% di single) e gioca soprattutto al casinò (51%) o alle corse dei cavalli (21%), e in percentuale minore al lotto (15%) e ai videopoker (13%). Ma se di solito si pensa al giocatore patologico come all’imprenditore o al professionista che da anni rimbalza come la biglia di una roulette impazzita tra Lugano, Campione, San Siro, Saint-Vincent e Montecarlo, la cronaca è piena anche di pensionati che dilapidano non i miliardi, ma la pensione col gratta e vinci. E di mogli che, nonostante i settanta anni, non ce la fanno più e vogliono divorziare dal marito, e dal gioco. Altra caratteristica del giocatore d’azzardo patologico è la fortissima tendenza al suicidio: più alta del 50 per cento rispetto alle altre patologie da dipendenza. Cosa che del resto non stupisce, visto che al tracollo fisico e psicologico si unisce quasi sempre quello familiare e finanziario. La letteratura del resto è piena di giocatori suicidi: il 25enne tenente protagonista di Gioco all’alba (1926), di Arthur Schnitzler, piuttosto che vedersi degradato per insolvibili debiti da gioco si tira un colpo di pistola in testa. tutta colpa del gene del gioco? «All’origine del gioco d’azzardo patologico» spiega Sforza «c’è forse una disfunzione genetica. Vale a dire un gene che modifica la ricezione della dopamina e che è presente nel 75 per cento dei giocatori affetti anche da alcolismo. Le cause del gioco patologico sono state infatti rintracciate in un disturbo dei neurotrasmettitori come dopamina, serotonina e la noradrenalina, che provoca depressione e bisogno di forti stimoli». Si gioca per le emozioni, non certo per perdere come invece vorrebbe il luogo comune. Anzi, forse è meglio dire che non si gioca per perdere, ma per perdere, vincere, perdere e vincere fino al totale obnubilamento della coscienza come già aveva detto Dostoevskij, che scrivendo Il giocatore (1867) vinse una moglie poiché sposò la giovane stenografa che stese sulla carta le centinaia di pagine del romanzo. Ma durante il lungo viaggio di nozze, ricade in quello che allora si chiamava ancora solo vizio. Antonio Armano