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 2004  febbraio 12 Giovedì calendario

Campese David

• Nato a Queenbayan (Australia) il 21 ottobre 1962. Giocatore di rugby. Tra i più grandi di sempre. Il padre, Antonio, è di Montecchio Precalcino (Vicenza), paese dove David ha vissuto fra i 5 e i 7 anni. La madre, Jane, è australiana. Trequarti ala, l’esordio in nazionale risale al 1982 contro la Nuova Zelanda. Con la maglia dei Wallabies disputerà ben 101 test-match realizzando 64 mete. All’attivo ha tre coppe del Mondo: 3? posto nell’87; vittoria nel 1991 sull’Inghilterra a Twickenham; eliminazione nei quarti nel ’95 in Sud Africa. Arrivato in Italia nel 1984, disputa 3 campionati nel Petrarca Padova (2 scudetti), poi altre 4 stagioni a Milano con 2 titoli (’La Gazzetta dello Sport”, 21/11/2003). «L’ultimo dei poeti del rugby [...] ha il grande merito di non essersi mai preso troppo sul serio: ha sempre vissuto il suo essere stella planetaria come un divertimento, per sé e per il pubblico. Il suo passo dell’oca resta inimitato, il suo essere imprevedibile adesso non avrebbe più scampo in un gioco in cui l’analisi telematica di ogni azione, staff gonfiati nei numeri e mischie quadruplicate nelle dimensioni, hanno fatto piazza pulita degli ultimi geni in circolazione. E Campese diventa un pezzo di archeologia, ultimo profeta di un gioco che non c’è più. [...] In quella che è stata definita una partita di scacchi giocata ad alta velocità, sapeva sempre come dare matto: ”Sì, ma le cose migliori che ho fatto su un campo da rugby sono quelle che hanno mandato in bestia i miei allenatori. Ecco, oggi non c’è più nessuno che sa uscire dagli schemi. Il gioco è stereotipato: muscoli, punti di incontro, scontro fisico. E chi è più grosso, chi ha più forza, chi sbaglia meno, alla fine trita l’avversario. Ma così c’è poco da divertirsi. [...] Gli allenatori per un giocatore erano dei rompiscatole ai miei tempi e sono dei rompiscatole oggi. Loro dettano le regole, studiano gli avversari, mettono in atto le strategie. Se tutti seguono il verbo, l’esito è scontato. E se nessuno ha voglia di rischiare di suo. Io avrò fatto pure tante belle mete, ma la lista delle cose di cui vergognarmi è altrettanto lunga. Però l’azzardo mi esaltava e quando il colpo riusciva ci divertivamo tutti [...]» (Valerio Vecchiarelli, ”Corriere della Sera” 12/2/2004).