Andrea Greco Macchina del Tempo, gennaio - febbraio 2003 (n.1), 20 novembre 2003
L’ ammiraglio Francis Wheeler fece di tutto per salvare la sua nave, il Galeone Sussex, dalla tempesta che lo aveva sorpreso vicino alla Rocca di Gibilterra nel 1694
L’ ammiraglio Francis Wheeler fece di tutto per salvare la sua nave, il Galeone Sussex, dalla tempesta che lo aveva sorpreso vicino alla Rocca di Gibilterra nel 1694. Stava portando a termine una importante missione segreta: nelle stive della nave c’erano forzieri che contenevano un milione di piastre, una quantità enorme di denaro da far arrivare ai Savoia che ne avevano bisogno per armare un esercito capace di arginare l’espansionismo di Luigi XIV, il re Sole. L’ammiraglio Francis Wheeler era un grande marinaio, ma la nave colò a picco, con il suo prezioso carico e con i suoi segreti. Non sappiamo se quella tempesta al largo di Gibilterra abbia cambiato la storia, sappiamo però che qualche settimana fa la società Odyssey Marine Exploration, dopo aver scandagliato 200 chilometri quadrati di mare ha ritrovato il relitto, sepolto sotto 920 metri d’acqua. Ora sta trattando con la Corona inglese, che rivendica la proprietà del tesoro. Sul tavolo c’è una cifra stimata tra 1 e 3 miliardi di euro e l’ennesimo problema di diritto marittimo e di rispetto della storia. « una questione estremamente seria» afferma Mario Galasso, dell’Istituto italiano ricerche subacquee di Alghero, Sassari. «Dobbiamo fare una distinzione tra archeologi e cacciatori di tesori» continua Galasso. «Ai primi interessa la storia, ai secondi soprattutto il guadagno. Si stima che avvengano circa 1.000 naufragi l’anno, 2 milioni in 2000 anni di storia. Certo, non tutte le navi affondate hanno le stive piene di oro, e molto del carico non sopravvive, ma sotto il mare c’è un patrimonio che fa gola a molti». E insieme ai tesori si ripescano anche storie che, sebbene vecchie di secoli, non hanno perso il loro sapore. Come quella del comandante José Antonio de Ageo che al largo di Cuba diede l’ordine di ridurre le vele perché il vento rinforzava. Poi si ritirò in cabina. Era mezzanotte. Da quando era partito col Paloman da Le Havre, l’11 marzo 1839, erano passate 7 settimane di navigazione difficile. Un brigantino bello e veloce, lo avevano definito i giornali inglesi quando aveva fatto scalo a Londra. La cosa l’aveva inorgoglito. Sapeva però che il Paloman a pieno carico manovrava male, e in quel viaggio era stracarico con 136 tonnellate di vestiti, gioielli e altri generi di lusso da commerciare in Sudamerica. Con questi pensieri si addormentò. Alle tre e mezza del mattino venne risvegliato da un boato. Sbattuta dal vento sugli scogli a nord di Vigna Clara, la nave era completamente sbandata. Il comandante raggiunse la coperta e fece appena in tempo a vedere l’enorme falla aperta sulla chiglia. Una falla tanto grande da impressionare anche i subacquei della Visa Gold Exploration 161 anni dopo. I primi a vedere dopo di lui quel disastro. E a ripescare il carico e il diario di bordo. Tutti beni venduti in un’asta. cuba, forzieri sommersi La Visa Gold Exploration è una delle cinque società che hanno stretto un accordo con il governo di Fidel Castro per lo sfruttamento dei tesori sommersi, di cui i rischiosi fondali di Cuba sono particolarmente ricchi. Il patto tra le autorità cubane e i cercatori di tesori è molto semplice. Vengono assegnate concessioni per zone di ricerca, e quanto viene ritrovato si divide a metà con lo Stato. Se poi si deve sventrare un relitto, o distruggere una parte del carico, pazienza. Sotto quelle acque caraibiche c’è tanto di quell’oro da rimpinguare le esangui casse cubane, e all’Havana nessuno ha la possibilità di andare per il sottile. Le leggi sul recupero dei relitti oscillano, da Paese a Paese, tra tutela assoluta e sfruttamento intensivo, con infinite sfumature tra questi due estremi. Ma il vero problema sono le acque internazionali: a più di 12 miglia dalla costa non c’è legge a tutela dei reperti archeologici e i cacciatori di tesori possono tutto. Ma l’accordo tra i governi e leggi sui relitti hanno una parte marginale in queste storie di mare. Al centro della scena c’è infatti una nuova corsa all’oro (sommerso) e società di ricerca ben organizzate. Quasi tutte hanno un esperto che scava negli archivi della camera di commercio di qualche antico porto spagnolo, o tra i registri custoditi alla Royal Naval Library di Londra. Sono loro a trovare per primi, nelle pagine polverose, i tesori. I caraibi: il nuovo eldorado James Marilyn, manager dell’Australiana Private Investment, spiega il metodo di lavoro con un esempio concreto: «Dopo sei mesi di ricerche nell’Archivio delle Indie di Siviglia, abbiamo trovato gli atti di un magistrato che aveva indagato sul naufragio della nave da carico Pilar, affondata vicino a Guam nel 1690. Per un anno abbiamo cercato i fondi necessari all’impresa e ottenuto i permessi necessari. Ora stiamo cercando nuovi finanziamenti per andare avanti». La meta preferita dai nuovi cercatori d’oro sono i Caraibi. Il motivo è semplice: in trecento anni di sfruttamento delle colonie, portoghesi e soprattutto spagnoli hanno sottratto oro, argento (300 mila tonnellate, il 35 per cento delle riserve mondiali) e pietre preziose per miliardi di dollari, e una parte di questo favoloso bottino è scomparso per sempre tra le onde: per gli esperti la metà delle navi che tra il ’500 e il ’700 faceva spola tra Europa e colonie colò a picco. robot al posto dei sub Fino ad oggi abbiamo ripreso una parte infinitesimale di quanto il mare ha inghiottito. L’International Registry of Sunken Ships, il mesto registro delle navi che mai sono arrivate nei porti dove erano attese, contiene informazioni e coordinate su più di 30mila naufragi. La posizione però è spesso solo indicativa, perché fino all’orologio di precisione di Harrison (diffusosi all’inizio dell’Ottocento) la longitudine era calcolata approssimativamente. In ogni caso, una volta trovati i relitti, si deve raggiungerli. Come si fa, lo spiega l’ingegnere Ivan Caronti, titolare dell’impresa per lavori subacquei Sisgen: «Si usano robot subacquei, i cosidetti Rov, cercando di limitare sempre più la presenza umana nel fondo. I Rov sono di due tipi. Quelli collegati alla nave appoggio da una sorta di cordone ombelicale e quelli completamente indipendenti. I primi hanno un cavo attraverso il quale passa l’energia elettrica, gli impulsi dei comandi per i bracci meccanici, le trasmissioni video. Gli altri, più costosi e sofisticati, vengono guidati da impulsi acustici, gli unici capaci di propagarsi nell’acqua. Possono arrivare a migliaia di metri di profondità. Quelli teleguidati però più vanno a fondo più diventano lenti, perché trascinano il loro guinzaglio. Anche i sonar a scansione laterale sott’acqua si rivelano molto utili per i rilevare rottami a sotto i 15 metri. Devono essere trascinati sul fondo, trasmettono un’immagine delle variazioni pianoaltimetriche del fondale. Individuano però solo oggetti che spuntano dalla sabbia. Infine ci sono magnetometri sensibilissimi, che segnalano metalli nascosti sotto la melma, fino a 165 metri di profondità. Telecamere digitali completano il corredo necessario». A 11.304 metri sotto i mari L’ultima frontiera della corsa ai tesori sarà violata, se le promesse degli scozzesi Alec e Moya Crawford saranno mantenute, nel 2005. Allora il gambero meccanico con 8 zampe e una sola chela da loro costruito passeggerà sul fondo inviolato del posto più irrangiungibile della terra, il Deep Challenge, il punto più profondo della fossa delle Marianne, a 11.304 metri sotto il pelo dell’acqua. Nonostante le loro imprese siano quasi dei fantasmi: nessuna foto su Internet, nessun dettaglio delle loro apparecchiature, poche notizie su ciò che stanno facendo. Ma il cono d’ombra nel quale si nascondono è giustificato dalle circostanze. In acque internazionali all’esercizio del diritto si sostituisce la legge del mare, e quindi più che le carte bollate vale l’astuzia. Ora i Crawford, a capo della società Deep Water Recovery and Exploration, stanno ora lavorando al recupero di un postale inglese affondato tra Cipro e l’Egitto nel 1916 dal siluro di un sottomarino tedesco U-boat. La nave trasportava il tesoro del Maraja di Karpurthala, che sul bastimento britannico aveva deciso di caricare oro e gemme destinati alle sue trecento concubine: un tesoro valutabile in circa 90 milioni di euro. La più misteriosa coppia di cercatori di tesori del globo (ma loro si definiscono scienziati) ha però un obiettivo che rende pubblico senza indugi: l’esplorazione sistematica delle profondità marine. Perlustrare tutti i fondali, anche senza le dritte di documenti storici. Un’attività che promette sorprese. Molti infatti sono i reperti sommersi scoperti per caso. Tra questi, un posto d’onore tocca alla statua di Lisippo, trovata nel 1961, nelle reti del motopeschereccio Ferruccio Ferri a largo di Fano. Il capitano Romeo Pirani ha il suo daffare per evitare che gli altri marinai la ributtino immediatamente in acqua. Motivo? La superstizione: tra la gente di mare il ritrovamento di una statua era considerato un cattivo presagio. A parte il pesce, ciò che era del mare doveva essere restituito al mare. Tornato a terra l’equipaggio decide di non denunciare la statua alle autorità portuali, come prevede la legge, e la vende per poche lire. La statua, ora esposta al Paul Getty Museum, datata (VI secolo a.C.), attribuita al grande scultore Lisippo, è valutata parecchi milioni e la battaglia che il Comune di Fano ha intrapreso per farsela restituire dagli americani sarà lunga e difficile. Si dovrebbe dimostrare che la statua era stata ripescata in acque territoriali italiane. Un’impresa quasi impossibile a trent’anni di distanza. mediterraneo SACCHEGGIATO Lungo le coste del Mediterraneo migliaia di navi fenicie e romane aspettano ancora che qualcuno trovi i loro carichi di tegole, anfore, armi, statue. Le sovraintendenze italiane hanno la posizione di tutti gli antichi relitti individuati fino ad oggi, ma nessuno ha intenzione di pubblicarne la mappa, visto che i predatori di tesori non tarderebbero ad approfittarne. Fece molto discutere la vicenda di Robert Ballard, l’oceanologo primo ad arrivare al Titanic, che nel 1997 con i suoi robot acquatici si portò via il carico di un cargo romano affondato in acque internazionali, nel canale di Sicilia. Era una nave che doveva rifornire l’insediamento romano a Cartagine di quei generi che aiutavano i coloni a lenire la nostalgia di Roma: olio e olive della grecia, vino campano e poi vasi di garum, la salsa piccante di pesce e aceto che non poteva mancare in una banchetto ben organizzato. Partì dal golfo di Napoli, e quando era a solo due giorni dalla meta una libecciata la sorprese. La ciurma fece tutto quello che era possibile per governare l’imbarcazione, versarono persino l’olio in mare nel tentativo di calmare un po’ le acque, ma non bastò. Colarono a picco in pochi minuti con il loro carico recuperato 2000 anni dopo. Oltre a Robert Ballard, sulla nave attrezzata per il recupero, l’archeologa Marguerite McCann. Il professor Claudio Moccheggiani Carpano, responsabile per l’archeologia subacquea del ministero dei Beni Culturali sbotta: «Non si deve portare via un pezzetto di storia. Per questo il prossimo aprile a Siracusa raduneremo tutti gli Stati che si affacciano sul Mediterraneo, con l’obiettivo di dividerlo in aree di influenza e vigilanza. Così Ballard e gli altri che fanno lo stesso mestiere non potranno più tornare a prendere ciò che vogliono. Molti relitti devono essere lasciati lì dove sono. Vanno studiati, non devastati. A migliaia di metri di profondità l’attività biologica è minima, la luce non penetra. Tra i legni di questi relitti il tempo si è fermato» Andrea Greco