Varie, 20 novembre 2003
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Serena Antonio
• Padova 1 marzo 1948. Politico. Laureato in Lingue e Letterature Straniere e Letterature Moderne, eletto senatore per la Lega nel 1992, 1994, 1996, passò poi ad Alleanza Nazionale, dalla quale fu espulso il 19 novembre 2003 quando, alla vigilia di in viaggio in Israele di Fini, distribuì una videocassetta che sosteneva le ragioni del criminale nazista Erich Priebke . «C’è stato un momento, nel settembre 2003, in cui il dottore in lingue e letterature straniere, nonchè pubblicista, scrittore con l’hobby della Vandea, tre volte senatore, una volta deputato e pure - misteri dell’anagrafe visto che è nato nel ’48 – ”tra i fondatori dell’Uomo Qualunque”, insomma, Antonio Serena, si è sentito finalmente a casa, nella Casa delle Libertà. E’ stato quando, sulla scia delle polemiche innescate dalla frase berlusconiana su Mussolini ”che non ha mai ammazzato nessuno”, Serena ha potuto gridare quella che per lui è più di una verità storica, praticamente una ragione di vita. Disse, finalmente ascoltato e pubblicato: ”Sono talmente poche le vittime del Ventennio fascista che Fabio Mussi ne cita i nomi”. Quindi, all’apice della felicità, estrasse dalla fondina parlamentare la sua arma preferita: la proposta di legge (ne sforna mediamente tra le 80 e le 150 all’anno). E annunciò: ”Mi mobiliterò in Parlamento perchè venga introdotto il reato di apologia del comunismo”. Fin troppo facile, adesso che anche Fini gli ha sbattuto la porta in faccia, irridere al nomadismo politico di questo veneto che fu camerata con il Msi fino al ’78, poi innamorato leghista fino al ’98 (suo un disegno di legge al Senato per sostituire negli uffici pubblici della ”Padania” la foto del capo dello Stato con quella di Bossi), quindi antibossiano con la Liga Veneta e nel 2001 di nuovo a destra con An. Su ben altre onde, quella della Storia con la maiuscola, Serena rivendica la propria coerenza. Da anni mena come un vanto il fatto di urlare alla luna le sue verità ”sulla storia ignorata, i crimini ignorati”, il tutto sintetizzabile ”in quei cento milioni di morti causati dal comunismo e coperti dall’omertà”. Oddio, proprio alla luna non grida: gli scaffali parlamentari debordano delle sue interrogazioni sul ”Giorno della Memoria”, in occasione del quale Serena chiede immancabilmente a ministri e sottosegretari ”per quali motivi, nel ricordare le vittime della Shoah, non si fa il minimo accenno ad altri immani olocausti, quali le foibe, i massacri dei khmer rossi, le stragi contro i campi dei palestinesi, i bombardamenti americani a Hiroshima e a Nagasaki, le vittime degli embarghi”. E pure hanno fatto rumore le sue iniziative per l’introduzione della pensione di guerra alle vedove dei repubblichini o per l’abolizione del divieto di ricostituzione del partito fascista. Ma il più delle volte tutto cade nel vuoto. E allora, imbufalito, Serena può arrivare a rovesciare negli uffici della presidenza del Senato 30 chili di interrogazioni inevase, come fece nel ’97, o sfornare un libro, come I giorni di Caino arrivato alla quarta edizione, dove finalmente scrive ”la storia dei vinti” senza che nessuno lo interrompa. Preso da questo anelito ”alla riconciliazione universale”, che lo porta a non fermarsi nemmeno di fronte all’abisso che separa le vittime dagli aguzzini, Serena ha fatto di Priebke, l’uomo delle Fosse Ardeatine, una sorta di personale frontiera. Quando l’ex capitano fu condannato in primo grado a 15 anni, Serena si schierò senza esitazioni: ”C’è una lobby ebraica che sparge odio”. Poi denunciò ”comportamenti crudeli verso l’anziano ufficiale, destinato a condanna a morte per carcerazione”. E quindi interrogazioni, interpellanze, richieste di clemenza. Nel luglio 2003, quando parve profilarsi un gesto di perdono per Sofri, Serena si gettò nella mischia: ”E perchè a Priebke no? La riconciliazione nazionale deve avere un respiro europeo, come dimostrano i malumori non ancora sopiti tra Italia e Germania...”» (Francesco Alberti, ”Corriere della Sera” 20/11/2003).