Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2003  novembre 20 Giovedì calendario

Prisco Michele

• Nato a Torre Annunziata nel 1920, morto a Napoli il 19 novembre 2003. Scrittore. "Lo scrittore della Provincia addormentata, di Figli difficili, de La dama in piazza, di Una spirale di nebbia e di altri romanzi. [...] Era scrittore di sapiente artigianato, confezionava storie ambientate prevalentemente negli interni, dove i rumori della storia giungevano attutiti e mediati da personaggi la cui psicologia aveva forma di labirinto. Era nato a Torre Annunziata, un paese del litorale vesuviano nel quale, fino alla seconda guerra mondiale, sopravvivevano residenze gentilizie circondate da palme e da giardini. Qui i napoletani benestanti risiedevano nei mesi estivi. Ma qui, negli anni Cinquanta, da Napoli si diffuse la metastasi edilizia e il tessuto urbano si sfaldò. Le prime narrazioni di Prisco (da La provincia addormentata, una raccolta di racconti uscita nel 1949, a Figli difficili, che è del 1954) accompagnano queste trasformazioni, ne colgono gli effetti di devastazione, ma non si sottomettono alle regole del realismo, men che meno nella versione più vibratamente plebea di Domenico Rea, che di Prisco era quasi coetaneo (1920 Prisco, 1921 Rea). Prisco elabora la propria scrittura nei termini di un romanzo borghese, ancorato a un´ambientazione provinciale e poi cittadina, e lasciando che le tensioni provenienti dall´esterno agiscano come motori di storie che si consumano preferibilmente entro le pareti domestiche. Quasi coetaneo di Rea, Prisco è di poco più giovane di un altro scrittore napoletano, Luigi Compagnone (nato nel 1915) che con i primi due forma una specie di ideale trittico nella scena letteraria napoletana dal dopoguerra in poi. Ma, così come da Rea, Prisco è lontanissimo anche da Compagnone, di cui non può condividere la misura surreale, che arriva ai vertici del pastiche. Prisco ama le atmosfere soffuse e la sua scrittura è sobria, moderata, agganciata a tonalità musicali. L´accento resta costante nel corso degli anni, attraversati senza sconfinamenti e percorsi seguendo una direttrice personale. Uno scarto si avverte proprio nell´ultimo romanzo, Pellicano di pietra. Lo sfondo è sempre la provincia napoletana (il paese di Boscoreale, a un passo da Torre Annunziata), ma la levigatezza psicologica lascia il posto a una torbida storia noir, con personaggi avidi e rozzi" (Francesco Erbani, ”la Repubblica” 20/11/2003). "Amava ripetere che non si riconosceva ”nella napoletanità”, si definiva ”non un narratore meridionale ma un meridionale narratore”. I suoi libri raccontavano inesorabilmente Napoli e la Campania, ma lui sapeva benissimo, fin dal primo momento, che non voleva e non doveva cadere nella trappola del bozzetto, né tantomeno in quella del neorealismo. Proprio ristampando La provincia addormentata scrisse un presentazione puntualizzando che ”il lettore (di questo libro) sarà indotto a sospettare in esso il tentativo di introdurre nell’ambito della geografia letteraria una nuova regione. Ma l’autore, collocando a sfondo delle vicende narrate uno stesso paese... intese offrire un esempio di umanità, piuttosto che una riduzione geografica”. C’è tutto Michele Prisco in un’affermazione del genere: pacato, forse un po’ sornione, fermo nelle sue posizioni. Era l’ultimo rimasto di quella generazione napoletana che comprendeva l’amico carissimo Mario Pomilio, Luigi Compagnone, Domenico Rea. E come loro è stato uno scrittore sostanzialmente fedele alla sua vena, che non ha cercato scorciatoie. Estraneo all’avanguardia e alle tecniche del nouveau roman (che ha sovente discusso e fronteggiato), è restato fedele sempre a un’idea di narrativa intesa come indagine psicologica, e naturalmente ha pagato qualche prezzo in termini di attenzione critica: con una sorte non diversa dallo scrittore che forse gli assomiglia di più, e che ha fatto della sua Ferrara qualcosa di molto vicino a ciò che Prisco ha fatto della sua Napoli, e cioè Giorgio Bassani. [...] Si vantava tra il serio e il faceto di non aver mai cambiato sigla: quando di Alberto Moravia si disse che era stato l’unico autore italiano a essere sempre stato fedele al proprio editore, lui un poco si adontò. Aveva cominciato nel ’49 con i racconti della Provincia addormentata, pubblicati da Rizzoli (vinse subito il Premio Strega per l’opera prima), ed era andato avanti fino al ’99, con Gli altri.Sono stati cinquanta anni tondi, scanditi da libri di successo e libri importanti, tra i quali vanno almeno ricordati Gli eredi del vento, il primo romanzo, ambientato nella campagna vesuviana. Racconta la storia di un uomo che, usando le ovvie armi dell’astuzia, dell’inganno e della seduzione, fa in qualche modo fortuna in nome dell’antica logica verghiana che mette accumulazione, interesse personale, "roba" davanti a tutto, in una società - quella della provincia meridionale - gelata in un’inesorabile monotonia e in una indolenza atavica, dove i comportamenti sembrano ripetere un rituale immutabile. Ma è in Una spirale di nebbia (premio Strega nel ’66, da cui viene tratto un film di Eriprando Visconti) che Prisco, oltre a incontrare un notevole successo di pubblico, mette in modo definitivo a regime la sua macchina narrativa. C’è il thriller famigliare, il dramma borghese, e naturalmente una certa qual estenuazione sociale, nella storia di un marito che forse ha ucciso la moglie e deve soffocare lo scandalo. ”Giallo”, a suo modo, è anche l’ultimo romanzo, Il Pellicano, che si inaugura col ritrovamento casuale del corpo d’una donna uccisa e si snoda all’indietro in una storia di famiglia, tra personaggi che proferiscono inquietanti neologismi televisivi (’un attimino”) e non dimostrano un particolare rispetto per il congiuntivo, che del resto ignorano. Prisco è uno scavatore apparentemente lento e a volte persino svagato, che mette a nudo quella ”borghesia che l’autore ha sentito, senza più fonde ricerche, come una qualità dell’animo piuttosto che come un’espressione sociale”, secondo parole piuttosto programmatiche scritte negli anni ’70, sempre a proposito di La provincia addormentata. E’ un poeta degli specchi e delle ambiguità. E poi molte altre cose, naturalmente. E’ stato critico letterario del settimanale "Oggi" e poi a lungo critico cinematografico del ”Mattino”, il quotidiano di Napoli, dividendosi così simmetricamente tra le due grandi passioni della sua vita: la letteratura e il cinema. Di lì partiva la sua fedeltà alle storie, all’incanto misterioso della narrazione. Lì era il cuore della sua peraltro ordinatissima vita di scrittore" (Mario Baudino, ”La Stampa” 20/11/2003).