Antonio Armano Macchina del Tempo, gennaio - febbraio 2003 (n.1), 19 novembre 2003
La bottega Fratelli Bertoni, naturalisti preparatori dal 1890, si trova in piazza dei Quiriti, a Roma, quartiere Prati, tra il Tevere e il Vaticano
La bottega Fratelli Bertoni, naturalisti preparatori dal 1890, si trova in piazza dei Quiriti, a Roma, quartiere Prati, tra il Tevere e il Vaticano. La maniglia della porta è un canino inferiore d’ippopotamo. All’interno, su un soppalco, uccelli di varia taglia e colore. Dietro al bancone, trofei di caccia e varie anatre; sotto, fossili e minerali. Una conchiglia fa da portacenere. Alle pareti teche di coleotteri, farfalle, ragni e pesci. Anna Maria Bertoni, classe 1944, è l’ultima discendente d’una famiglia, originaria del Piemonte, di naturalisti preparatori, altrimenti detti impagliatori. Ma il termine è inesatto, così come imbalsamatore, anche se il negozio, sulle pagine gialle, figura sotto quest’ultima voce. «L’imbalsamazione» spiega Anna Maria «è la preparazione dei cadaveri, quella fatta dagli Egizi. Estraevano soltanto le parti molli: il cervello sfilato attraverso il naso, le interiora dal ventre. I tessuti muscolari restano e si mummificano. I preparatori naturalisti, invece, utilizzano solo la pelle. Perciò parliamo anche di tassidermia, che in greco antico significa ”preparazione della pelle”». La tassidermia consiste nel restituire, attraverso un’imbottitura sintetica (oggi di poliuretano, in passato era usata anche la paglia, di qui il termine ”impagliatori”), forma e postura all’animale morto, dandogli così sembianza di vita. Tutte le specie possono essere preparate, dagli insetti ai mammiferi di grossa taglia. Clienti sono i collezionisti e i musei. L’uso dell’arredamento domestico è piuttosto limitato, se già nei primi del Novecento la signorina Felicita di Gozzano teneva «Loreto impagliato» in soffitta tra «le buone cose di pessimo gusto». «Il mestiere del tassidermista» spiega Anna Maria «richiede una grande manualità, dote innata che si può migliorare ma difficilmente acquisire. Mio padre aveva una manualità mostruosa, mio zio sopperiva con la tecnica. Attualmente non esiste più un percorso professionale ben definito, c’è qualche corso estemporaneo». La precisione non basta, è necessaria la maestria, che sconfina nell’arte della scultura, per riuscire a modellare, sotto la pelle pressoché informe, la morfologia dell’animale. La pittura serve a restituire ad alcune parti, come le zampe e il muso, colorazione verosimile. Al pari dello scultore e del pittore, il tassidermista deve conoscere l’anatomia, che varia da specie a specie; è dunque anche un po’ ittiologo, ornitologo. «Il ramo dello zio si è estinto da un punto di vista professionale, i miei cugini non hanno voluto proseguire» dice Anna Maria «e io sono senza figli, ma ho un discepolo». Nel laboratorio che si trova nel retro del negozio, il freezer per conservare gli animali, un bancone di legno dell’Ottocento, bisturi, pinze, batuffoli di cotone, foto in bianco e nero di famiglia, calchi di musi in stucco, fil di ferro per le zampe, un trapano, forbicine, tronchesini. E il cartello con la frase di Leonardo: «Tristo è quel discepolo che non sopravanzi il suo maestro». La Bertoni spiega le differenti concezioni del mestiere nel mondo. Gli americani hanno un certo gusto per l’iperrealismo che sa di falso. I nordeuropei, scandinavi, tedeschi e inglesi, sono ultra specializzati. La maggior parte dei tassidermisti oggi campa alle dipendenze di un museo e può dedicare mesi a un unico animale raggiungendo risultati virtuosistici ma proibitivi per i pochi rimasti a bottega. Se il neofita si stupisce per le taglie grosse, chi è del ramo conosce le difficoltà delle realizzazioni più piccole. «All’ultimo congresso internazionale, che si è tenuto a Longarone, Belluno» racconta Anna Maria «il primo premio l’ha vinto un pesciolino. Impossibile capire il metodo di preparazione, non c’era nessuna incisione visibile». Coi privati la bottega Bertoni tratta solo specie permesse. Musei e altri enti pubblici ogni tanto portano qualche esemplare protetto trovato morto. Per la provincia di Roma, ad esempio, ha preparato un barbagianni, come gli altri rapaci non cacciabile. Una volta si lavorava su tutto. La selvaggina era res nullius, insomma di chi la catturava o la trovava. Nel ’78 è divenuta proprietà dello stato. Cacciabili sono ghiandaie, beccacce, pernici, cervi, caprioli, camosci, cinghiali, lepri: oggi addirittura anche allevati. il fiuto dell’esperta Nel negozio predomina l’odore di canfora usata per proteggere le collezioni dai parassiti. Anna Maria riconosce al fiuto gli animali: «La volpe, il cormorano sono inconfondibili. Le pernici scozzesi si nutrono di germogli delle conifere e quando le spelli hanno un profumo di bosco meraviglioso». Se il muso è la parte più difficile, gli occhi sono di vetro. Ne possiede un vasto catalogo, che a sfogliarlo dà l’impressione di un libro che ti legge. Tra i clienti, anche registi. Il padre aveva fatto il drago di cartapesta per il film Sigfrido di Giacomo Gentilomo e un cavallo, questo vero, per La ragazza del palio di Luigi Zampa. Anna Maria ha realizzato per E la nave va, di Fellini, la gallina che gira la testa e sbatte le palpebre e il gabbiano che picchia col becco sull’oblò. In questi casi, il freezer, che si trova nel retro del negozio, è una riserva preziosa di pezzi di ricambio. Si rifiuta di preparare animali domestici, cani e gatti, al massimo si occupa del canarino o del cocorito di un’anziana signora. Una volta un’amica insistette perché preparasse il suo amatissimo barboncino. Anna Maria lo tenne nella cella frigorifera sperando che col tempo cambiasse idea. L’amica non desisteva e così, sei mesi dopo, le preparò la bestiola. Ma si può riprodurre in qualche modo l’animale vivo, non quell’animale. Il cane di una determinata razza, non quel cane che il padrone riconoscerebbe fra mille per espressione, portamento, sguardo. E l’amica, a lavoro ultimato, se ne rese conto. Antonio Armano