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 2003  novembre 19 Mercoledì calendario

Il paesaggio è di quelli che difficilmente si dimenticano. Un Sud disegnato dai muretti a secco sulla terra arsa, punteggiato di ruderi, inverdito dalle querce e dagli ulivi che scorrono velocemente oltre il finestrino dell’auto in corsa

Il paesaggio è di quelli che difficilmente si dimenticano. Un Sud disegnato dai muretti a secco sulla terra arsa, punteggiato di ruderi, inverdito dalle querce e dagli ulivi che scorrono velocemente oltre il finestrino dell’auto in corsa. A un certo punto, percorrendo la provinciale Tricase-Tricase Porto, nel Salento, ci si sente obbligati alla sosta, man mano che la sagoma di un’enorme quercia vallonea si fa incombente (vallonea è il nome comune di questa particolare specie). Siamo lontani dai latifondi del Tavoliere delle Puglie, ma l’impressione è che, da queste parti, la grande quercia sia il feudatario più riverito. E infatti domina incontrastata, distinguendosi bene dalle sorelle più piccole. Il suo regno è un anfiteatro naturale rivolto verso il mare, dove tutto gira intorno a lei e al suo simbolo. Rigogliosa com’è, non patisce gli acciacchi della vecchiaia, ma i suoi nove secoli li dimostra con la maestosa chioma a forma di fungo, che da 20 metri d’altezza e 31 di diametro abbassa le fronde fino quasi alla strada. In pratica, la pianta copre una superficie equivalente a quella di dieci appartamenti da 75 metri quadrati l’uno. Sta in piedi grazie a un tronco pachidermico, con la corteccia grigia molto corrugata, che per cinque metri corre dritto verso il cielo e dopo si divide in più grosse branche. Insieme, tre persone adulte quasi non arrivano ad abbracciare il tronco, che al piede ha una circonferenza di 7,10 metri. Insomma, non serve pensarci due volte per capire che si tratta di un monumento naturale. E fra quelli che figurano nell’elenco degli alberi monumentali d’Italia, compilato dal Corpo Forestale dello Stato, è anche uno dei più significativi, perché oltre ai suoi anni e alle sue misure, appartiene a una sottospecie annoverata fra le piante rare nel Libro rosso delle piante d’Italia (pubblicato nel 1992 dal Wwf e dal Ministero dell’Ambiente e stilato secondo i criteri dettati dall’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura). dunque un patrimonio dell’intera umanità. Si tratta di una Quercus aegylops, sottospecie macrolepis, albero originario della Macedonia che in Italia cresce solo nel Salento. Per quanto se ne sappia oggi, la quercia di Tricase è la più grande del mondo, tanto che le sorelle greche non la eguagliano in maestosità. Pare dunque doveroso che la strada che collega l’abitato di Tricase alla Marina, prima diritta e a doppio senso, si sdoppi a un tratto in due bretelle a senso unico che girano intorno all’albero per scansarlo. Eppure la vallonea monumentale è scampata alla morte per un pelo, perché nel 1973 sembrava dover cadere sotto la scure, per lasciar posto alla nuova strada provinciale. La sua salvezza è merito delle battaglie di Francesco De Nitto, proprietario del terreno su cui la pianta cresce, e dell’allora ufficiale della Forestale Raffaele Congedo, che tanto si è interessato a questa specie. «Sarebbe stata una grave perdita. Il cartello collocato dal Comune vicino all’albero lo vuole risalente al XII secolo, ma è molto più vecchio» racconta De Nitto. « nato da una delle ghiande di cui si nutrivano i monaci basiliani, approdati da Oriente intorno al 700. Era qui prima del paese di Tricase». La sua età è dunque dubbia? Il Professor Silvano Marchiori, direttore dell’Orto botanico di Lecce, spiega: «Non è stato possibile valutare con precisione l’età dell’albero, perché è così in salute che gli esperti si sono rifiutati di fare prelievi dal tronco, per evitare l’ingresso di malattie del legno dalle ferite. Dagli studi fatti su alcune querce poco distanti, tuttavia, si può dedurre che questa vallonea ha almeno 900 anni». frutti preziosi Le sue ghiande (foto nel centro della pagina) sono grandi, dolciastre come una castagna e commestibili, preziosa fonte alimentare per i contadini e i marinai del passato. Ben più prezioso delle ghiande è l’involucro che le racchiude, una sorta di riccio come quello del castagno, fatto di squame verdi e ricco di tannino. Questa sostanza si è rivelata fondamentale per la concia delle pelli e quindi per la lavorazione del cuoio, che è stata portata nella zona di Tricase dagli Arabi intorno al 1000, e che via via si è affinata per diventare l’antica arte del ”pelacane” (sembra che si lavorasse anche la pelle dei cani per produrre lacci) del Salento. Oltre al tannino, da non dimenticare le galle, cioè i piccoli bubboni sferici che si formano sulle foglie dopo la puntura di un insetto e che servono per tingere di nero le pelli. I ”pelacane” lavorarono fino al 1649, quando fu chiuso il porto di Tricase, dove arrivavano e partivano i bastimenti carichi delle preziose pelli. La tradizione è un po’ ripresa nell’Ottocento per poi svanire, fino a scomparire del tutto negli anni Cinquanta. Ad ogni modo, la vallonea più famosa del mondo non se ne è dimenticata, e continua a tingersi di un intenso color cuoio ogni anno, in autunno, per poi spogliarsi delle foglie. tenace, e regala ancora quintali delle sue ghiande. Forse sperando che qualcuno torni a raccoglierle. Gaetano Zoccali