Guido Romeo Macchina del Tempo, gennaio - febbraio 2003 (n.1), 19 novembre 2003
Megalomane, spregiudicato arrivista o avventuriero geniale. Di Craig Venter, 56 anni e una passione per le regate d’altura, si è detto di tutto, ma mai che non sappia ciò che fa
Megalomane, spregiudicato arrivista o avventuriero geniale. Di Craig Venter, 56 anni e una passione per le regate d’altura, si è detto di tutto, ma mai che non sappia ciò che fa. La sua ultima scommessa è la creazione in laboratorio di un organismo artificiale con genoma minimo: un patrimonio genetico interamente disegnato a tavolino e costituito dai pochi geni strettamente necessari alla vita. Il progetto è un collage molecolare che ricorda inevitabilmente il dott. Frankenstein. Venter, che nel suo nuovo Istituto per le energie biologiche alternative a Rockville, Stati Uniti, è affiancato da un’équipe di 10 ricercatori tra cui Hamilton Smith, premio Nobel per la medicina nel 1978 e guru della manipolazione genetica, ridurrà all’osso il genoma del Mycoplasma genythalium, un batterio patogeno che infetta le vie urinarie umane e che possiede già uno dei più piccoli corredi genetici del mondo. Il suo Dna è raccolto in un unico cromosoma con appena 517 geni, di cui solo 265 sono ritenuti indispensabili per la sua sopravvivenza. A partire da quello del Mycoplasma, Venter preparerà un cromosoma di sintesi con al massimo 300 geni e privo di qualsiasi azione patogena. Per evitare il rischio che il microrganismo viva fuori dai laboratori, i ricercatori introdurrano dei geni per programmarne la morte dopo un certo numero di replicazioni. La prova del nove sarà l’inserimento di questo genoma artificiale in una nuova cellula di Mycoplasma o in un altro batterio come l’Escherichia coli privata del suo nucleo. Se il genoma risulterà funzionale e il nuovo organismo crescerà, Venter sarà il primo scienziato ad aver creato un organismo non esistente in natura. L’impresa, avviata con 3 milioni di dollari del dipartimento per l’energia statunitense, è meno grandiosa della sequenziazione del genoma umano in cui Venter si era lanciato nel 1998, ma non manca di ambizioni. Dna 100% sintetico «Costruire un cromosoma sintetico in grado di assicurare la vita di un organismo» spiega Venter, «è un passo molto importante verso la progettazione di un organismo ideale in cui inserire i geni utili per fornire nuove fonti di energia pulita, o degradare sostanze inquinanti». L’ipotesi più ambiziosa è ottenere microrganismi in grado di produrre a costi bassissimi l’idrogeno necessario per alimentare le cellule a combustibile dei motori di nuova generazione, o capaci di digerire il greggio fuorisciuto da una petroliera. Ma perché uno scienziato che fino a ieri non sembrava avere in testa altro che la mappatura dei 30-50.000 geni del genoma umano, si mette di colpo a studiare un organismo con un genoma così piccolo? «Questa idea Venter ce l’aveva nel cassetto da almeno una decina d’anni» osserva Carlo Alberto Redi, direttore del laboratorio di biologia dello sviluppo dell’Università di Pavia, «ma la creazione di un organismo artificiale in grado di funzionare come vettore per moltissimi tipi di geni potrebbe avere ricadute non solo sul piano energetico come hanno dichiarato gli americani, ma anche in campo biomedico e farmaceutico». Gli interrogativi sollevati dalla manipolazione progettata da Venter non riguardano tanto il piano tecnico: la tecnologia esiste e non è molto diversa da quella del trasferimento nucleare usata per creare la pecora Dolly, quanto piuttosto i risvolti etici della creazione di un nuovo organismo e i problemi di sicurezza legati ad un’eventuale dispersione nell’ambiente. Venter ha da tempo preparato il terreno: già nel 1999 aveva riunito su questo tema un comitato etico costituito da ricercatori, teologi e leader religiosi. Mildred Cho, bioeticista presso l’Università di Stanford e presidente del comitato che comprendeva anche un prete cattolico ed un rabbino, presentò su ”Science” le conclusioni riconoscendo che, se il fine ultimo del progetto era il beneficio dell’umanità e se tutte le misure di sicurezza fossero state rispettate, il progetto poteva ritenersi etico. Sicurezza? no problem Per quanto riguarda un’eventuale dispersione del microrganismo nell’ambiente, Venter ha tagliato corto: si tratta di una dead duck, un’anatra morta come dicono gli americani, perché la vita che creerà sarà talmente fragile e dipendente dai terreni di coltura impiegati in laboratorio che non ha avrà nessuna speranza di sopravvivere all’esterno. Fin qui tutto bene insomma, ma allora perché l’annuncio del progetto fatto da Venter lo scorso 20 novembre ha suscitato tanto fermento nella comunità scientifica internazionale? «Una volta si comunicavano i risultati a ricerche terminate» osserva Edoardo Boncinelli, direttore della Scuola superiore internazionale di studi avanzati (SISSA) di Trieste, «poi si è cominciato a presentarli prima della conclusione, ma questa volta ne parlano addirittura prima di cominciare. Non è necessariamente un male perché almeno sappiamo che cosa fanno, ma la vera domanda è se tutti potranno avere accesso ai dati una volta che il progetto sarà concluso». Venter ha infatti dichiarato che non pubblicherà una parte dei dati se ci fosse il rischio che questi venissero utilizzati per la produzione di armi biologiche. I più maligni obbiettano che ciò gli permetterà di assicurarsi i brevetti più vantaggiosi prima di divulgare i risultati, ma bisognerà aspettare la fine del progetto per vedere cosa sarà veramente questo nuovo organismo. Intanto Venter ha ottenuto il massimo scompiglio col minimo del genoma. Guido Romeo