Marxiano Melotti, La Macchina del Tempo, marzo 2003 (n.2), 19 novembre 2003
Un monastero bizantino, una principessa scomparsa e una mummia misteriosa: quanto basta per una spy story che tra avventurieri, cardinali e medici di corte si muove tra i fasti delle corti italiane del primo Rinascimento e gli intrighi politici del tardo impero bizantino
Un monastero bizantino, una principessa scomparsa e una mummia misteriosa: quanto basta per una spy story che tra avventurieri, cardinali e medici di corte si muove tra i fasti delle corti italiane del primo Rinascimento e gli intrighi politici del tardo impero bizantino. questo mistero che ha affascinato Silvia Ronchey, filologa e storica dell’Università di Siena, quando ha deciso di trasformarsi in detective per chiarire una delle pagine più intriganti, e meno note, della storia bizantina. Le suore indicano la via «Tutto è cominciato per caso» spiega la studiosa «o quasi...». Silvia Ronchey seguiva in realtà le tracce di Giovanni Bessarione, umanista e filosofo vissuto nella Grecia bizantina, divenuto poi cardinale nella Roma dei Papi. Ma cosa c’entra Bessarione con la nostra principessa? «Avevo individuato in un suo manoscritto autografo, conservato alla Biblioteca Marciana, a Venezia, dei versi scritti in occasione della morte di Cleopa Malatesta Paleologina, giovane sposa di Teodoro II Paleológo, principe di Mistrà. Questi versi non erano destinati alla divulgazione letteraria, ma secondo me dovevano essere iscritti sulla tomba della della defunta accanto a un’immagine pittorica». Il costume di accompagnare dei versi a un’icona ebbe particolare diffusione sotto la dinastia dei Paleológhi. «Avrei trovato a Mistrà tracce della sepoltura di Cleopa e dell’iscrizione?». Ecco che l’antichista si trasforma in Indiana Jones: dalle biblioteche di Venezia alla cittadina greca di Mistrà, nel cuore del Peloponneso, non lontano dalle rovine dell’antica Sparta. «Decido di partire alla ricerca della sepoltura, dell’iscrizione e della conferma che quest’ultima fosse posta accanto a un affresco». Ma come trovare la tomba di un personaggio storico di cui si siano perse tutte le tracce? Il ricercatore, come in un film di avventura, deve affidarsi alle tradizioni locali: miti e leggende spesso intrisi di antiche verità. Con la stessa tecnica, nel II secolo d.C. lo storico Pausania aveva attraversato la Grecia interrogando gli abitanti sugli eroi fondatori di templi e città, per cercare di identificare monumenti della Grecia classica di cui si erano perdute le tracce. Così ha fatto la nostra Silvia Ronchey. A Mistrà sono le timide suorine del monastero della Pantànassa, fondato proprio da Cleopa più di seicento anni fa, a indicare la strada giusta : dove si trovi la tomba non è chiaro, ma c’è una mummia che molto probabilmente è quella della loro fondatrice. «Le suore mi conducono in una sorta di deposito-museo, attiguo alla più grande chiesa di Mistrà, la metropoli di San Demetrio, e mi indicano uno strano manichino che sostiene una treccia bionda intessuta di nastri di broccato, un giustacuore di damasco veneziano che doveva essere impreziosito da perle, con una provocante scollatura e ricche passamanerie con fili d’oro. Mi viene un colpo». Quella specie di manichino è vestito con abiti rinascimentali: un reperto unico nel suo genere. « il solo costume di tutto il millennio bizantino ritrovato in situ» continua la Ronchey. «Mi rendo conto subito che è un abito di foggia occidentale. Avevo trovato Cleopa?». Recenti analisi sui resti lo hanno confermato: il modello, il materiale e i motivi della decorazione sono identificabili come manufatti veneziani degli anni ’20 e ’30 del 1400. E un abito particolare che non solo indica l’alta condizione sociale di chi lo indossava, ma, in un contesto come quello di Mistrà, ne prova anche l’origine italiana. Non basta. Dalle fonti sappiamo che Cleopa si sposò nel 1421 e morì nel 1433, appunto in quel periodo, ed era bionda, come sembra essere stata la treccia ritrovata. «I resti di Cleopa erano stati trovati, ma non identificati, nel 1955 vicino alla chiesa di santa Sofia, a due passi dal monastero della Pantànassa dall’archeologo greco Nicolaos Drandakis in un ossario, insieme ad altre ossa e resti di animali» spiega ancora la Ronchey «Forse erano stati gettati dai predoni che saccheggiarono la sua tomba nel 1900. Il cadavere, si dice, era perfettamente conservato, tanto che le monache vi videro un miracolo. Il contatto con l’aria disfece però immediatamente i resti, che, ricomposti con gli abiti, sono stati di recente sottoposti a sofisticate analisi biochimiche e radiologiche. L’esame dei tessuti (struttura, pesantezza, tessitura e tintura) e il confronto dei dati con un archivio che riunisce ogni informazione disponibile in argomento hanno permesso di arrivare a una datazione estremamente precisa. Il lavoro è stato svolto da un’équipe franco-elvetica di paleoantropologi e archeologi dei tessuti guidata da Marielle Martiniani-Reber, la massima esperta in datazione dei tessuti e consulente dei più importanti musei del mondo, tra cui il Louvre e il Museo storico dei tessuti di Lione. Infine, con i versi di Bessarione alla mano, la Ronchey è riuscita a identificare anche la tomba di Cleopa nella chiesa di Santa Sofia. «C’erano diverse sepolture. Ormai le iscrizioni e gli affreschi sono scomparsi, ma sono riuscita ad arrivare alla tomba calcolando ad esempio lo spazio sul muro che dovevano occupare ai versi di Bessarione». Ma che ci faceva un’italiana in questa sperduta città del Peloponneso? In realtà Mistrà non era un centro secondario, bensì la capitale del principato bizantino di Morea, che nell’ultimo secolo della storia bizantina fu il vero cuore della civiltà costantinopolitana: una ricca e raffinata enclave culturale a diretto contatto con l’Occidente e, in particolare, coi possedimenti dei veneziani. Non è un caso che un personaggio della levatura di Bessarione si sia potuto formare proprio alla corte di Mistrà. La piccola capitale poggia sulle scoscese pendici del Taigeto, il monte su cui nell’antichità i giovani spartani venivano segretamente iniziati alle arti della guerra e su cui Goethe volle ambientare l’incontro tra Faust ed Elena. All’inizio del ’400 la famiglia regnante pensò di arroccare qui l’ultima corte di un impero ormai eroso, indebolito e minacciato dai Turchi. Non fu sposa per amore Manuele II Paleologo, imperatore di Bisanzio, decise di far sposare tutti i propri figli maschi con donne delle più importanti famiglie dell’aristocrazia occidentale, per cementare o istituire utili alleanze. in questo complesso quadro politico che Teodoro II, despota di Mistrà e figlio di Manuele, sposa una giovane e bellissima principessa italiana, dal pedigree ineccepibile. Cleopa era figlia adottiva di Carlo Malatesta di Rimini, imparentato con i Gonzaga e consigliere politico di Mantova e Venezia, ed era anche cugina di Papa Martino V Colonna e di Sigismondo Malatesta, che trent’anni dopo avrebbe guidato una crociata in Morea per rivendicare i suoi diritti di successione. «All’Occidente cristiano» spiega Silvia Ronchey, «conveniva cercare di fare il possibile per salvare questa Bisanzio moreota. Per i veneziani, che avevano vitali fortezze a Corone, Modone e Patrasso, significava infatti proteggere i propri interessi commerciali e per il Papa assicurare la sopravvivenza di un’enclave cristiana nel dilagante mondo islamico». Cleopa insomma era l’innocente tassello di un complesso gioco politico, che, tra matrimoni, alleanze e crociate, avrebbe potuto cambiare il corso della storia. «Il piano complessivo doveva indurre gli Stati europei a promuovere una crociata decisiva per sottrarre all’invasione turca quest’ultima roccaforte dell’ellenismo e della cristianità. Se avesse avuto successo i musulmani forse non si sarebbero mai impadroniti dei Balcani». finita Con un coltello al cuore Cleopa a Mistrà dette vita a una corte multiculturale di grande vivacità. «Portò con sé pittori, architetti, carpentieri e altre maestranze occidentali e fu lei a far costruire i migliori esemplari del caratteristico stile gotico-bizantino di Mistrà, che la apparenta con la coeva architettura di Rimini». Incentivò anche lo sviluppo delle arti e delle scienze, come prova il contributo di Bessarione e del suo maestro Gemisto Pletone alla filosofia rinascimentale, profondamente rinnovata dal loro platonismo. Ma il piano fallì. Poco dopo la morte di Papa Martino V, morì anche Cleopa, incinta del figlio maschio che, imparentato con il Papa e le più nobili famiglie italiane, avrebbe forse potuto assicurare un destino diverso all’impero bizantino. Morte naturale? Le analisi sui resti di Cleopa sembrano non lasciare dubbi: sullo sterno è stato individuato il segno di una perforazione all’altezza del cuore: traccia di un colpo di lama. «Le lettere di una dama di compagnia, spia del Papa», spiega ancora Silvia Ronchey anticipando i temi di un nuovo saggio che sta scrivendo per Rizzoli, «fanno riferimento a disaccordi tra marito e moglie e tra diversi partiti della corte. E anche i discorsi funebri nei manoscritti, tra cui quello del medico di corte Pepagomeno, fanno oscuri accenni a una morte violenta...». Il mistero continua. Marxiano Melotti