Roberta Mercuri, La Macchina del Tempo, marzo 2003 (n.2), 19 novembre 2003
Acqua e soda mescolate con un manciata di sale, vino, aceto, orina. Sono alcuni degli ingredienti consigliati dai ricettari cinquecenteschi agli artisti che intendevano ripulire un quadro inscurito
Acqua e soda mescolate con un manciata di sale, vino, aceto, orina. Sono alcuni degli ingredienti consigliati dai ricettari cinquecenteschi agli artisti che intendevano ripulire un quadro inscurito. «Anticamente» spiega Marco Ciatti «nessuno si preoccupava di preservare l’opera originale. La figura del restauratore non esisteva, i quadri da ritoccare venivano consegnati alle Accademie di pittura, che non avevano alcun interesse filologico. Le zone sporche, sbiadite o rovinate venivano energicamente pulite sfregandoci sopra una spugna imbevuta di una sostanza solvente (alcuni pittori, secondo la leggenda, anziché perder tempo a preparare intrugli strofinavano il colore direttamente con una cipolla). Dopo la pulitura e la ridipintura, il quadro veniva impiastricciato con una vernice addizionata con pigmenti o tabacco macerato o liquirizia che gli conferiva un tono ambrato finto antico. Solo nell’Ottocento cominciarono a svilupparsi tecniche un po’ più rigorose accanto alle tradizionali polemiche (da Vasari in poi) contro la pesante alterazione dell’originalità testi. E nacque la separazione tra la figura dell’artista e quella del restauratore. Sempre in quegli anni cominciarono i primi esperimenti di pulitura con solventi chimici. I risultati, all’inizio, furono in certi casi disastrosi: molti capolavori sono stati danneggiati per via di diaboliche misture usate malamente. Come sempre, molto dipendeva dalla sensibilità dell’operatore».