Mirella Delfini, La Macchina del Tempo, marzo 2003 (n.2), 19 novembre 2003
Il 2000? per gli Ebrei era il 5670! Sembra accertato che già i Caldei conoscessero i movimenti dei cinque pianeti principali e seguissero i fenomeni naturali per predire il futuro, suggerire medicamenti, o tempi per colture, semine, raccolti
Il 2000? per gli Ebrei era il 5670! Sembra accertato che già i Caldei conoscessero i movimenti dei cinque pianeti principali e seguissero i fenomeni naturali per predire il futuro, suggerire medicamenti, o tempi per colture, semine, raccolti. Benché il termine calendario sia più recente, dato che deriva dal latino calendarium, ossia scadenzario, sono quindi ancora loro, insieme ai Sumeri e ai Babilonesi, i primi a utilizzare questo strumento. Ogni antico popolo, però, deve avergli attribuito un nome e una diversa datazione. Basti pensare che quando abbiamo celebrato, secondo il nostro calendario, il 1° giorno del Duemila, con tutti i festeggiamenti dedicati all’inizio di un nuovo millennio, era il 24° Ramadan dell’anno 1420 dell’Egira, il 23° Tebeth del 5760 dell’Era Ebraica e l’11° Dey dell’anno 1378 dell’antica Persia, e così via, quasi all’infinito. Ma occupiamoci di usanze e luoghi più vicini a noi: i popoli del Lazio, per esempio, si servivano di un calendario lunare. L’anno era solo di 10 mesi, quindi molto più corto dell’anno solare, ma sotto il regno di Numa Pompilio fu portato a 378 giorni finché Giulio Cesare lo riformò profondamente vera nell’ultimo secolo precedente l’era cristiana. Grazie a lui, che si fece aiutare da un grande astronomo di Alessandria, Sosigene, l’anno divenne di 365 giorni e 6 ore, perciò il 47 a.C. fu l’ultimo anno del calendario di Numa Pompilio. Il calendario giuliano durò molti secoli, ma la riforma definitiva, quella che usiamo ancora oggi, arrivò con Gregorio XIII, nel 1582.