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 2003  novembre 19 Mercoledì calendario

Sognatesori, Lascialandare, Parlaparla, Ettogrammi, Passacantando, Calalaluna, Sperimentato... Talvolta, leggere un elenco di cognomi -su un citofono o un elenco telefonico - è come viaggiare nella fantasia

Sognatesori, Lascialandare, Parlaparla, Ettogrammi, Passacantando, Calalaluna, Sperimentato... Talvolta, leggere un elenco di cognomi -su un citofono o un elenco telefonico - è come viaggiare nella fantasia. Nomi curiosi, a volte ridicoli, comunque affascinanti, sembrano raccontarci qualcosa sulla persona che li porta. Soprattutto in Italia: il nostro Paese, infatti, oltre a essere pieno di monumenti storici, è anche uno fra i più ricchi di cognomi. Ne abbiamo circa 350mila (da Aab a Zzrantonello), uno ogni 165 persone. Tant’è vero che i 200 cognomi più diffusi denominano solo il 10% degli italiani. Un’eccezione in un mondo che rischia l’omonimia: in Cina, per fare un esempio, gli 11.969 cognomi debbono bastare per oltre un miliardo e 277 milioni di persone (un cognome ogni 106mila abitanti); e in Danimarca (ma anche in Svezia) 3 persone su 5 si chiamano Andersen, Hansen, Jensen, Larsen, Nielsen o Pedersen: per distinguere una persona dall’altra, nell’elenco telefonico è fondamentale precisare la professione. I nostri signori Rossi, insomma, hanno di che consolarsi: secondo l’ultimo studio statistico, realizzato da Enzo Caffarelli, direttore della Rivista italiana di Onomastica in collaborazione con Seat-Pagine gialle, sono davvero loro i portabandiera del cognome più rappresentativo d’Italia. I celebri Valentino (motociclista), Vasco (cantante) e Paolo (comico e calciatore) Rossi sono anche il simbolo dell’italiano medio. Come facciamo a saperlo? Nel 1999, in mancanza di un’Anagrafe centralizzata su scala nazionale, Caffarelli ha esaminato gli oltre 20 milioni di utenti (20.112.690) di Telecom Italia: circa il 35% della popolazione nazionale di 57,8 milioni di persone. «I dati rimangono attuali» precisa oggi Caffarelli «anzi, sono ancora più veritieri quelli di 4 anni fa: la crescente diffusione dei telefoni cellulari ha ridotto i doppioni (ovvero due abbonamenti intestati al medesimo utente): per la casa in campagna, tanto per intenderci, le persone non attivano un abbonamento sulla rete fissa. Inoltre, dal 1999 è aumentato il numero di utenti riservati che ha ridotto il numero di cognomi accessibili per le statistiche». Dunque, tornando al nostro signor Rossi, ne sono censiti 68.635 sugli elenchi telefonici: per saperne la reale diffusione in Italia, occorre moltiplicare il numero per 2,86, ovvero il rapporto tra il numero di italiani e quello degli abbonati. Risultato: i Rossi in Italia dovrebbero essere in tutto 195.500. Ovvero: se conoscete 300 persone, almeno uno si chiamerà Rossi. E così via per tutti gli altri cognomi di pag. 27. Ma perché l’Italia è così ricca di cognomi? Merito della storia. A differenza di altri Paesi come la Francia o la Germania, in Italia la lingua nazionale si è affermata solo alla fine dell’Ottocento. Perciò si sono conservate numerose forme onomastiche dialettali, da Porcu a Trevisan. A moltiplicare la quantità di cognomi è stata anche l’usanza medievale di assegnare ai membri della famiglia lo stesso nome, cambiandone il suffisso, ovvero le sillabe finali: Uguccio, Uguccione, Uguccino, Ugozzo. In modo simile, sono nati dai cognomi molte forme derivate da nomi di battesimo: Salvi da Diotisalvi, Neri da Raniero, Guzzinati da Ugo. Ma a questo punto la domanda è d’obbligo: da dove arrivano i cognomi? Perché sono apparsi nella storia, e quando? è vero che tutti i cognomi hanno un’origine nobile? Il campo è affascinante, perché ci racconta le nostre radici. Diciamo subito che il cognome, così come lo conosciamo oggi (appellativo familiare indeclinabile e privo di significato, trasmesso per via paterna tra le generazioni) ha circa mille anni. Stando ai documenti disponibili, gli storici ne fissano la nascita intorno all’anno 1000 a Venezia. Ma la sua origine, avverte Caffarelli, «è un processo intricato e tutt’altro che lineare». Le sue radici risalgono a molto prima: nell’antichità, quando si voleva identificare con certezza una persona, si univa al suo nome il patronimico o il matronimico, ovvero si precisava di chi fosse figlio: basti ricordare le lunghe genealogie della Bibbia («Isacco, figlio di Abramo») o dell’Odissea («Telemaco, figlio di Penelope»). Per caratterizzare una persona si utilizzavano anche i soprannomi (’Achille piè veloce”), o i toponimi, ovvero il luogo di provenienza (’Dioniso il Trace”, cioè originario della Tracia). IL SOPRANNOME DEI NoBILI I Romani, in seguito, utilizzarono un sistema a tre nomi: prenome, nome e cognome (esempio: Caio Giulio Cesare). Il primo equivaleva al nostro nome di battesimo; il secondo qualificava il grande gruppo familiare (gens) a cui l’individuo apparteneva, e il terzo (cum nomen) la particolare famiglia a cui l’individuo apparteneva. Il cognomen era di fatto un soprannome divenuto ereditario per distinguere le differenti branche all’interno della medesima gens. In altre parole, più le città diventavano popolose, più si faceva strada l’esigenza di distinguere una persona dall’altra, indicandone la provenienza familiare. Ma il cognome rimase a lungo appannaggio delle famiglie patrizie, cioè nobili: gli schiavi avevano solo il prenome, a cui facevano precedere il prenome e il nome del loro padrone. Ad esempio, Tiro, schiavo di Marco Tullio Cicerone, si chiamava Marco Tullio Tiro. Dal terzo secolo il cristianesimo, col suo spirito egualitario e umile, fece piazza pulita di ogni distinzione superflua: nelle comunità cristiane ci si chiamava per nome. Ma dall’anno 800 tornano in auge i soprannomi: i nomi non bastano più a distinguere una persona dall’altra, soprattutto nelle grandi città. E così ai diffusissimi (e inflazionati) Petrus, Martinus, Iohannes si dovette aggiungere un altro elemento distintivo: il nome del padre (Di Pietro) o della madre (De Maria), spesso cristallizzato al plurale senza lunghe perifrasi (Petrus filius Martini diventa Petrus Martini); un soprannome (Rossi dal colore dei capelli; Bevilacqua indicava una persona dedita al vizio dell’alcol), un toponimo, ovvero un indicativo del luogo di origine (Napolitano, Mantovani, o più generici Costa, Pozzi, Villa); o infine la professione esercitata (Fabbri, Pastore, Barbieri). Dunque, almeno in origine il cognome aveva un significato: descriveva in modo veritiero una caratteristica della persona che lo portava. Ma bisogna sfatare una convinzione piuttosto comune: non è vero che la maggior parte dei cognomi deriva da soprannomi. Questi ultimi costituiscono solo il 20% dei nomi di famiglia: la maggior parte di essi deriva infatti da nomi di parentela e di luogo. Una prerogativa, quest’ultima, non solo degli ebrei, come spesso si sente dire: la provenienza da una città o una regione è sempre stata, nella storia, un modo efficace per inquadrare una persona, basti ricordare Jacopone da Todi, Antonello da Messina, Pietro l’Aretino. Soprattutto in epoca feudale, quando il legame con la terra posseduta qualificava un intero casato. IL COGNOME COME MARCA Anzi, l’ereditarietà dei cognomi iniziò proprio tra i nobili (di qui la credenza che i cognomi siano tutti aristocratici), per suggellare la trasmissione ereditaria dei possedimenti feudali. «Il cognome» conferma Caffarelli «serviva soprattutto in economia e in politica, per mantenere di generazione in generazione il patriziato di una città. Il cognome era usato però soprattutto negli atti ufficiali di compravendita dei terreni o nelle eredità». Del resto, anche oggi il cognome è fondamentale negli affari, tanto da equivalere a una marca, un’insegna o una firma: basti pensare agli abiti Armani, al Campari (dal fondatore Davide Campari) o alla Ferrari del mitico Enzo. La città più precoce nell’uso dei cognomi fu Venezia, in quanto centro dei commerci. I primi documenti risalgono all’819, quando gli individui portavano un secondo nome oltre a quello di battesimo; in 4 secoli si arriverà a una formula composta da nome, cognome e soprannome. Non solo il cognome, ma anche il soprannome era ereditario, per evitare omonimie tra persone con lo stesso cognome. Il cognome si trasmetteva (come oggi) per linea paterna: nelle società patriarcali, infatti, la continuazione della famiglia era affidata all’uomo, e la prova dello status di figlio legittimo era vista nel riconoscimento di quest’ultimo da parte del padre, dato che «mater semper certa est, pater numquam» (’la madre è sempre certa, il padre mai”). Del resto, già tra gli antichi Romani la donna non aveva un praenomen, ma adottava al femminile il nomen e il cognomen del padre: Valeria Messalina era la figlia di Valerius Messala. Proprio per questo motivo il cognome si comporta come il cromosoma sessuale Y, trasmesso dal padre al figlio: per questo, il ricercatore Luca Cavalli Sforza dell’università di Stanford ha potuto ricostruire la storia genetica delle popolazioni rapportando cognomi e cromosoma Y. Dunque il cognome è un’invenzione medievale. E sempre a quest’epoca risale la tutela giuridica del nome: se una persona si spacciava sotto falso nome in un contratto, era condannato a una multa salata e, in caso di mancato pagamento, alla pubblica esposizione con un copricapo su cui era scritto il vero nome. Spesso la processione terminava con il taglio della lingua. Nei secoli successivi il cognome si è radicato nel costume sociale: gli Stati avevano la necessità di individuare i sudditi per imporre le tasse, reprimere i delitti o gestire la leva militare. Le prime anagrafi furono gli archivi parrocchiali: dal 1563 il Concilio di Trento (convocato per sanare la frattura cattolici-protestanti) sancì l’obbligo di tenere i registri di battesimo indicando nome e cognome delle persone, per evitare il rischio di incesto, cioè di matrimonio tra consanguinei. BREVETTARE UN COGNOME Per questo, se volete ricostruire il vostro albero genealogico, è molto difficile spingervi oltre il 1563: prima di quell’epoca potete solo consultare gli Archivi di Stato, dove sono depositati i più antichi contratti notarili. Le parrocchie italiane sono stati dunque i primi uffici anagrafici: occorrerà aspettare il 1866 con l’unificazione d’Italia, per la creazione degli archivi laici dello Stato civile. Nel frattempo, dalla seconda metà del ’700 è diventato indeclinabile. Fino a quell’epoca, infatti, era declinato al maschile o al femminile, al singolare o al plurale a seconda di chi lo portava. E, nei secoli, il cognome si è trasformato da descrizione veritiera del portatore a parola priva di significato, un’etichetta sonora che riassume una storia familiare. L’unico modo per trasformare un cognome in una parola dotata di significato è passare alla storia per un’invenzione o una scoperta scientifica: la ”mongolfiera” dai fratelli Montgolfier, ”galvanizzare” dal chimico Luigi Galvani, ”mansarda” dall’architetto François Mansard. Con la cristallizzazione del cognome, si è arrestata anche la nascita di nuovi appellativi familiari: a differenza dei nomi di battesimo, il cognome non si può né scegliere né creare o modificare, ma solo ereditare. Dunque, i cognomi non possono aumentare per qualità, ma solo per quantità (numero di portatori), tanto che quelli più rari rischiano di estinguersi se l’ultimo rappresentante è una donna. In questo caso, la legge consente – presentando una richiesta in Prefettura – di mantenere un cognome a rischio di estinzione, o di cambiarne uno ridicolo o volgare. L’unico motivo per cui può nascere un nuovo cognome è per i trovatelli: a loro, finché non vengono adottati, l’ufficiale di Stato civile attribuisce un cognome di fantasia. è così che sono nati i cognomi Colombo (dall’ospizio milanese di Santa Caterina della Ruota, che aveva come simbolo una colomba) ed Esposito (che significa bimbo abbandonato). Perché senza cognome non si può stare: il personaggio pirandelliano Mattia Pascal, ritenuto morto, si rifà una vita col nome fasullo di Adriano Meis. Ma con questo nome, non registrato in alcuna anagrafe, non può denunciare le ingiustizie nè sposarsi. Non può nemmeno vivere. Vito Tartamella* * autore del libro Nel cognome del popolo italiano, Viennepierre