varie, 17 novembre 2003
AMORUSO2
AMORUSO Nicola Cerignola (Foggia) 19 agosto 1974. Calciatore. Dal gennaio 2010 all’Atalanta. Più di 100 gol in serie A segnati con Sampdoria, Padova, Juventus, Perugia, Napoli, Como, Modena, Messina, Reggina, Torino, Siena, Parma. Con la Juventus vinse tre scudetti (1996/1997, 1997/1998, 2001/2002) e fu due volte vicecampione d’Europa (1997, 1998) • «Un enorme talento mai pienamente realizzato: un po’ per colpa sua e molto per un infortunio che ha penalizzato tutta la sua carriera. Colpa di una zolla di San Siro, che al 31’ di un Milan-Juventus ne bloccò la splendida corsa. Quella sera Nick era titolare al fianco di Del Piero. Fece uno scatto, ma lasciò il piede e molti sogni in una zolla. Al suo posto entrò Pippo Inzaghi, che meno di sessanta secondi dopo si vide recapitare dallo sbadato Taibi il più bel regalo di benvenuto: un pallone da spingere nella porta vuota. Così cambia la storia: un infortunio può rendere tutto difficile, farti perdere mesi decisivi e soprattutto costringerti a scendere dal treno che poi non passerà più. A San Siro Amoruso aveva segnato pochi mesi prima, durante il famoso 6-1 rifilato dalla Juve di Lippi al Milan di Sacchi [...]» (G.B. Olivero, ”La Gazzetta dello Sport” 23/9/2004) • Sull’esperienza alla Juventus: «’Sono arrivato lì giovanissimo, sono rimasto quasi cinque anni, ho vissuto tante emozioni, vincendo tanto...”. Sì, giovanissimo eppure già rodato, l’Amoruso che approdò alla Juve nel 1996/1997. Precoci assaggi di prima squadra già in serie A con la Sampdoria, poi un campionato in B da titolare con la miracolosa Fidelis Andria dei primi anni Novanta (15 reti), quindi di nuovo la A con un’altra squadra in irripetibile stato di grazia, il Padova, al quale regala 14 gol. Segnati, però, perché altri intendessero: ”Già dalle prime giornate in Veneto sapevo che da Torino mi seguivano, me lo avevano detto addirittura i dirigenti padovani”. Ed eccola, la Juve. Quella del primo Lippi. [...] Quella con cui ha vinto due scudetti, due Supercoppe (una italiana e una europea) e una Coppa Intercontinentale. E quella che ha impresso nel suo album dei ricordi le reti più belle: ”Non è facile scegliere ma se devo citare un gol dico quello contro contro l’Ajax in Champions League nell’aprile del 1997”. Quello, cioè, che aprì le marcature del 2-1 inflitto all’Ajax in Olanda. Con la Juve Amoruso ne ha passate tante, compreso l’infortunio brutto, quello che ti può condizionare una carriera. Perché l’incidente del 30 novembre 1997, Milan-Juventus 1- 1, gli costò un perone e quattro mesi decisivi nella lotta per un posto da titolare. Quel giorno al suo posto entrò Pippo Inzaghi, segnando un minuto dopo: per Nick fu l’addio alla pole position nell’attacco bianconero. Ma lui non cerca alibi:”Sono cose che capitano facilmente nella vita di un calciatore, alla Juve è successo anche a gente come Ale Del Piero”. Fatto sta che il vero ritorno a disposizione di Amoruso avviene nella (delicata) stagione successiva: ”Fu un’annata difficile per la Juve, col cambio di allenatore in corso d’opera...”. E fu un’annata difficile per Amoruso: perché la partenza di Lippi (sbattendo la porta) significò l’avvento di Carlo Ancelotti, che non dimostrò di credere fino in fondo nel suo recupero. Ma non chiedete a Nick di rivendicare, per esempio, le ”robuste” parole che rivolse alla panchina quella volta che, mandato in campo a gara in corso contro la Samp, segnò dopo una manciata di secondi. No, è ancora un sincero stile Juve: ”Non ho mai avuto nulla contro Ancelotti, nemmeno quella volta. Avevo solo dentro tanta tensione, e l’ho tirata fuori così”. Sta di fatto che nelle due stagioni successive, guidate dall’attuale tecnico del Milan, Amoruso si allontana da Torino (è prima a Perugia, poi a Napoli). Mentre il ritorno di Lippi in bianconero coincide con il suo. In questo caso, però, la prospettiva di Nick è da subito la cosiddetta ”partenza dalla panchina”: l’ingresso in campo in campionato arriverà 9 volte, il gol mai. Per contro, la stessa stagione lo vede capocannoniere in coppa Italia con 6 reti. E lui trae le conclusioni senza problemi: ”Io non sono il giocatore tutto potenza, diciamo come il Kovacevic di quegli anni, che entra in campo dalla panchina e fa gol – spiega – . Ho bisogno del ritmo, della partita, della manovra”. Nessun rimpianto, dunque, nessun errore che non rifarebbe potendo tornare indietro... ”No – taglia corto – e poi non piace recriminare sul passato, io amo guardare avanti”» (Pier Luigi Todisco, ”La Gazzetta dello Sport” 17/11/2003).