16 novembre 2003
Tags : Jordi. Pujol
Pujol Jordi
• Nato a Barcellona (Spagna) il 9 giugno 1930. Politico. Dal 1980 presidente della Catalogna. "Ha presentato un libro che si può considerare il suo testamento politico. Titolo: Il libro rosso di Jordi Pujol. Scrive l’autore: ”Ammiro Mao Tse-Tung per la sua capacità di restituire la dignità al popolo cinese”. Poi, più avanti, continua: ”Uno dei miei riferimenti è Mosé, perché riuscì a guidare il suo popolo alla terra promessa, che il patriarca biblico non riuscí a vedere. La Catalogna ha fatto un lungo cammino, ma gliene resta molto da percorrere. Non sarà Pujol-Mosé a vedere la terra promessa, ma il mio sucessore Artur Mas ha l’entusiasmo del successore di Mosé, Giosuè”. [...] In politica dagli Anni ’50, quando la Spagna e la sua ”Catalunya” erano sotto il tallone di ferro della dittatura franchista (durante la quale passò 2 anni di galera per aver lanciato manifestini catalanisti durante una visita del dittatore). ”Pujol ha patentato un modello di governo autonomo che è servito di riferimento non solo alle altre regioni spagnole, bensí a buona parte delle regioni europee”, chiosa il magazine della sua amata ”La Vanguardia”, che gli ha dedicato un lungo reportage dal titolo: ”Il nazionalista tranquillo”. Dopo una militanza clandestina nelle formazioni antifranchiste fiancheggiate dalla chiesa catalana ”engagé” (si riuniva nell’abbazia di Montserrat, uno dei simboli della catalanità come il ”Barça” o la banca ”La Caixa”), durante la transizione democratica, nel ’78, fondó la coalizione che è il suo capolavoro politico, ”Convergéncia i Unió”. Una fusione tra la sua autonomista ”Convergéncia Democràtica” e la democristiana ”Unió Democratica”. Si presentò alle prime regionali dall’80, che vinse, e da allora è uno dei punti di riferimento fondamentali della vita politica spagnola (e di quella europea, federalista o solo autonomista). Pujol, pur essendo coltissimo e poliglotta, non è però un raffinato intellettuale come il suo avversario catalano di sempre, Pascual Maragall, ex sindaco della Barcellona olimpica, proveniente da una ricca borghesia e nipote del mitico poeta nazionale catalano Joan Maragall. Il ”Molto Honorable President” è sempre stato legato più alla sua missione che alla classe imprenditoriale, che pure ha aiutato sempre a decollare e a conquistare mercati. Benchè sia stato anche banchiere, si è sempre sentito un padre o un pastore. Dei Catalani, naturalmente. Gli spagnoli centralisti lo odiano da sempre. ”ra i catalani è un rigoroso genitore che suscita amore o timore, ma che si rispetta, il leader politico che è capace di conquistarsi la gente. Un gran pragmatico rivestito dal suo vestito nazionalista”, riconosce il filo-socialista ”El País”. I suoi principi li ha vergati in un famoso articolo pubblicato da ”La Vanguardia” nel ’79 e da lui titolato: ”San Pancrazio, dacci salute e lavoro”. Il suo periodo d’oro - quando il direttore di ”La Vanguardia” José Antich lo definiva in una biografia ”Il Vicerè” - fu tra il ’93 e il 2000, quando in cambio del suo indispensabile appoggio esterno prima ai socialisti di González poi ai popolari di Aznar è riuscito a scucire il 30 per cento dell’Irpef. Allora lui, grande ideologo della lingua catalana, si divertiva a parlare in lingua vernacola nella tv statale, che traduceva simultaneamente in spagnolo come fosse un karaoke. Poi, pragmatico come sempre, ha obbedito ai votanti popolari che gli ingiungevano, quando Aznar ottenne nel 2000 la maggioranza assoluta, ”Pujol, nano, parla castigliano”. Infatti, da 3 anni, ai tg di Madrid parla solo nella lingua di Cervantes. Ma, come Mosé, ha guidato la sua regione verso un traguardo che oggi condivide l’88 per cento dei partiti regionali: una Catalogna co-sovrana di una Spagna federale. Perché è sempre stato un acerrimo indipendentista. Anche se, come Mao, è stato il timoniere di una ”lunga marcia”" (Gian Antonio Orighi, ”La Stampa” 16/11/2003).