Marguerite Yourcenar, Macchina del Tempo, maggio 2003 (n.5), 15 novembre 2003
La mia vita era rientrata nell’ordine, non l’impero. Il mondo che avevo ereditato somigliava a un uomo nel fiore degli anni, ancora robusto, nel quale però l’occhio del medico scorge indizi impercettibili di logorio, come chi è appena uscito dagli spasimi d’una malattia grave
La mia vita era rientrata nell’ordine, non l’impero. Il mondo che avevo ereditato somigliava a un uomo nel fiore degli anni, ancora robusto, nel quale però l’occhio del medico scorge indizi impercettibili di logorio, come chi è appena uscito dagli spasimi d’una malattia grave. S’intavolarono nuovi negoziati di pace, ormai alla luce del sole; feci diffondere per ogni dove la voce che Traiano stesso me ne avesse affidato l’incarico prima di morire. Cancellai con un tratto di penna le annessioni pericolose: non soltanto la Mesopotamia, dove in ogni caso non avremmo potuto restare, ma anche l’Armenia, troppo eccentrica e lontana, che serbai solo al rango di Stato vassallo. Due o tre difficoltà, un po’ spinose, che avrebbero fatto durare per anni una conferenza della pace, se i principali interlocutori avessero avuto interesse a tirarla per le lunghe, furono appianate grazie all’abilità del mercante Opramoas, il quale godeva la fiducia dei satrapi. Cercai d’infondere, nell’avviare i negoziati, quell’ardore che altri riservava al campo di battaglia: forzai la pace. Il mio competitore, d’altro canto, la anelava quanto me: i Parti non aspiravano ad altro che a riaprire le loro strade ai grossi traffici tra l’India e noi. Pochi mesi dopo la grande crisi, ebbi la gioia di vedere formarsi nuovamente la fila delle carovane in riva all’Oronte; le oasi si ripopolavano di mercanti che commentavano le notizie alla luce dei bivacchi, e che ogni mattina, insieme alle loro merci, starei per dire caricavano, per trasportarle in paesi sconosciuti, parole, pensieri, costumi intimamente nostri, che poco a poco avrebbero dilagato nel mondo in modo più sicuro che non le legioni in marcia. La circolazione dell’oro, il passaggio delle idee, sottile come quello del sangue nelle arterie, riprendevano nel grande corpo del mondo: ricominciava a battere il polso della terra. A sua volta, la febbre della ribellione cedeva. In Egitto, era stata così violenta che era stato necessario reclutare in tutta fretta una milizia tra i contadini, in attesa delle nostre truppe di rinforzo. Incaricai immediatamente Marcio Turbo di ristabilire l’ordine in quelle contrade, ed egli lo fece con saggia fermezza. Ma non mi bastava l’ordine per le strade; volevo, se possibile, ristabilirlo negli animi, o meglio, farcelo regnare per la prima volta. Un soggiorno d’una settimana a Pelusa fu interamente dedicato a equilibrare i rapporti tra Greci e Giudei, in uno stato d’incompatibilità perenne. Non vidi nulla di quel che avrei desiderato vedere: né le sponde del Nilo, né il Museo di Alessandria, né le statue del tempio; trovai a malapena il modo di consacrare una notte alle gradevoli orge di Canopo. Sei giornate interminabili trascorsero in quella specie di tino bollente del tribunale, a malapena protetto dal caldo da lunghi tendaggi di canne che frusciavano al vento. La notte, zanzare enormi ronzavano intorno alle lampade. Tentai di dimostrare ai Greci che non sempre erano i più saggi, ai Giudei che non erano affatto i più puri. Le canzoni satiriche con le quali quegli elleni di bassa lega tormentavano gli avversari erano stupide né più né meno come le grottesche imprecazioni degli Ebrei. Quelle razze che vivevano porta a porta da secoli non avevano avuto mai né il desiderio di conoscersi, né la dignità di sopportarsi a vicenda. I difensori che, stremati, a tarda sera abbandonavano il campo, all’alba mi ritrovavano al mio banco, ancora intento a districare il groviglio di sudicerie delle false testimonianze; i cadaveri pugnalati che mi venivano offerti come prove a carico, erano spesso quelli di malati morti nei loro letti e sottratti agli imbalsamatori. Ma ogni ora di tregua era una vittoria, anche se precaria come tutte; ogni dissidio sanato creava un precedente, un pegno per l’avvenire. M’importava assai poco che l’accordo ottenuto fosse esteriore, imposto, probabilmente temporaneo; sapevo che il bene e il male sono una questione d’abitudine, che il temporaneo si prolunga, che le cose esterne penetrano all’interno, e che la maschera, a lungo andare, diventa il volto. Dato che l’odio, la malafede, il delirio hanno effetti durevoli non vedevo perché non ne avrebbero avuti anche la franchezza, la giustizia, la benevolenza. A che valeva l’ordine alle frontiere se non riuscivo a convincere quel rigattiere ebreo e quel macellaio greco a vivere l’uno a fianco all’altro tranquillamente? La pace era il mio traguardo, ma non il mio idolo; e persino la parola ”ideale” mi spiace perché troppo lontana dal reale. Avevo pensato di spingere sino all’estremo il mio rifiuto delle conquiste, abbandonando la Dacia, e l’avrei fatto se avessi potuto capovolgere bruscamente la politica del mio predecessore senza turbamenti; ma era meglio fare il miglior uso possibile di quei profitti anteriori al mio regno e già entrati nella storia. Il bravissimo Giulio Basso, primo governatore di quella provincia recentemente organizzata, era morto sfibrato, e anch’io ero stato sul punto di soccombere durante l’anno trascorso alle frontiere sarmate, sopraffatto da quell’impresa senza gloria che consiste nel pacificare instancabilmente un paese che si crede sottomesso. Gli ordino, a Roma, esequie trionfali, quali si usano soltanto per gli imperatori; questo omaggio a un subalterno fedele, morto d’un sacrificio oscuro, fu la mia ultima e discreta protesta contro la politica di conquiste: non serviva più che la denunciassi clamorosamente, dal momento che ero padrone di farla cessare di punto in bianco. Purtroppo, s’imponeva una repressione militare in Mauretania, dove gli agenti di Lusio Quieto fomentavano disordini; la mia presenza non era, però, immediatamente necessaria. Lo stesso accadeva in Bretagna, ove i Caledoni avevano profittato del ritiro di truppe avvenuto in occasione della guerra d’Asia per decimare le guarnigioni insufficienti lasciate alle frontiere. Giulio Severo s’incaricò dei problemi più urgenti creati da quei torbidi, in attesa che la sistemazione degli affari di Roma mi consentisse di intraprendere quel viaggio lontano. Ma mi stava più a cuore portare a termine personalmente la guerra sarmata ch’era in sospeso e, questa volta, impiegarvi truppe quante ne servivano per farla finita con le scorrerie dei barbari. Dato che anche in questo caso, come in tutti gli altri, mi rifiutavo di sottomettermi a un sistema. Accettavo la guerra come un mezzo per giungere alla pace, se i negoziati non potevano bastare, come fa il medico, che si risolve a cauterizzare un tumore dopo aver sperimentato i semplici. Tutto è così complicato negli affari degli uomini, che anche il mio regno, così pacifico, avrebbe avuto i suoi periodi di guerra così come la vita d’un grande capitano, si voglia o no, ha i suoi intervalli di pace. (dal capitolo ”Tellus stabilita”, pagine 93-96, edizione Einaudi)