Antonio Armano, Macchina del Tempo, maggio 2003 (n.5), 15 novembre 2003
La mattina dell’11 settembre 2015, se i lavori procedono secondo le più rosee previsioni e il cielo di New York non sarà troppo nuvoloso, i raggi del sole illumineranno i Giardini del Mondo, Gardens of the World, complesso architettonico che per quella data dovrebbe essere completato dove adesso c’è Ground Zero
La mattina dell’11 settembre 2015, se i lavori procedono secondo le più rosee previsioni e il cielo di New York non sarà troppo nuvoloso, i raggi del sole illumineranno i Giardini del Mondo, Gardens of the World, complesso architettonico che per quella data dovrebbe essere completato dove adesso c’è Ground Zero. E tra le 8.46, ora del primo attacco aereo alle Twin Towers, e le 10.28, ora del crollo della seconda torre, la luce sarà tale da spazzare via ogni ombra. L’edificante simbologia luminosa si ripeterà l’11 settembre, grazie alla disposizione degli edifici in vetro, cemento e acciaio, progettati da Daniel Libeskind. L’annuncio che l’architetto americano, d’origine polacca e con studio a Berlino, ha vinto il concorso per la costruzione che prenderà il posto del World Trade Center è stato dato in una ricorrenza significativa, il 26 febbraio scorso: dopo dieci anni dal primo attentato contro le Torri, quando un’automobile con un quintale d’esplosivo al plastico scoppiò nel parcheggio sotterraneo causando cinque morti e 400 feriti. Ma in che cosa consiste il progetto di Libeskind? La parte più spettacolare è la torre a spirale alta 541,3 metri (1.776 piedi), molto più delle Twin Towers (415 e 417 metri) e persino della torre più alta del mondo, la CN Tower di Toronto (Canada), se non si considerano le antenne. La scelta dei 1.776 piedi non è una misura casuale: richiama la data della proclamazione dell’Indipendenza degli Stati Uniti. La citazione patriottica si accompagna ad altri aspetti architettonici importanti dal punto di vista memorialistico. Primo fra tutti, quello delle fondamenta. Il cratere lasciato dal crollo delle Twin Towers resterà in parte scoperto nel lato sudoccidentale, per ricordare la tragedia costata la vita a 2.800 persone. In cima alla torre saranno realizzati giardini pensili. Di qui la denominazione ”Gardens of the World”, Giardini del mondo. «I giardini sono una costante affermazione della vita», ha dichiarato Libeskind, dimenticando che i greci li chiamavano paradeisos, da cui deriva il termine paradiso. Ma la parte più di sostanza del progetto è che intorno sorgeranno sei edifici, disposti in semicerchio. Decisamente più bassi, dovrebbero garantire la rinascita funzionale ed economica del sito. Ospiteranno alberghi, uffici, negozi, banche, musei e una nuova stazione ferroviaria. Ci sarà poi una toponomastica ad hoc, da piazza 11 Settembre a piazza del XXI Secolo. Secondo il sindaco, Michael Bloomberg, il progetto di Libeskind soddisfa le linee guida che i 407 studi partecipanti al concorso dovevano seguire: «Fissare per sempre ciò che accadde l’11 settembre, ricostruire l’area come centro culturale e commerciale». ’Gardens of the World” dovrebbe essere portato a termine entro 10/12 anni dalla data d’inizio dei lavori, fissata indicativamente per il 2005. Ma un posticipo sarebbe nell’ordine delle cose dato il costo, calcolato sui 330 milioni di dollari, per un totale di 30 mila metri quadrati in un’area interessata di 6,5 ettari. Una somma che, con la crisi dell’economia americana, non sarà facile mettere insieme. Alla vigilia della finale del concorso, non sono mancate le polemiche che hanno gettato qualche schizzo di fango su un’operazione che dovrebbe commemorare non solo i morti delle Torri, ma tutti quelli dell’11 settembre. Gli altri finalisti, Rafael Vinoly e Frederic Schwartz dello studio Think di New York, hanno accusato l’avversario di fare una «architettura di morte, lugubre, morbosa». Loro avevano proposto due torri vuote con struttura in metallo, tipo torre Eiffel. Non erano stati gli unici a criticare il Gardens of the World: «Il progetto di Libeskind trasforma un luogo di lutto in un luna park incredibilmente kitsch», ha scritto Herbert Muschamp sul ”New York Times”. Vittorio Gregotti ha concordato parlando di «assenza di ogni sobrietà espressiva». E anche Massimiliano Fuksas, che accusa la giuria popolare di essere priva delle sufficienti competenze culturali data la esiguità del numero di architetti che ne facevano parte. Comunque la si giudichi, l’opera di Libeskind sembra essere tutt’uno col suo passato edificante da sogno americano. Nato in Polonia nel 1946, il padre è un ebreo scampato allo sterminio. Con l’avvento del comunismo, i Libeskind emigrarono in America nel 1965. «Sono arrivato a New York in nave», ricorda, «da ragazzino, immigrante, la prima cosa che ho visto è stata la Satua della Libertà e la spettacolare skyline di Manhattan. Non ho mai dimenticato quello che ho visto e ciò che rappresenta. E mi ha ispirato per il progetto». Dopo l’11 settembre e i ripensamenti sull’opportunità di costruire palazzi con centinaia di piani vulnerabili e difficili da evacuare, la voglia di grattacielo pare conoscere una nuova primavera. Proprio mentre l’America annunciava la costruzione del World Gardens di Libeskind, una nuova torre era già pronta a soffiargli il primato di altezza. Il gruppo australiano Grocon realizzerà, con l’Emaar, la più grande impresa edile degli Emirati Arabi, il Burj Dubai (Torre di Dubai): 560 metri, 19 più del progetto di New York. Grocon sta per Grollo Construction, impresa fondata nel 1928 da un immigrato trevigiano, Luigi Grollo. Il figlio, uno degli uomini più ricchi d’Australia, ha detto che la torre «doveva essere costruita a Melbourne, nel ’99 e si doveva chiamare Grollo Tower. Ma fu rifiutata dalle autorità locali per disaccordi sull’erogazione dell’anticipo sui lavori». La morte della moglie nel 2001 spense gli entusiasmi del patriarca che passò il timone dell’azienda ai figli. Adam e Daniel hanno firmato il contratto da 3 miliardi di dollari australiani (1,68 miliardi di euro) e stabilito il nuovo primato di altezza edilizia. «Sarà una città nella città», ha detto il presidente della Emaar, Mohammed Ali Alabbar, «unirà abitazioni e negozi, con hotel, boulevard e zone verdi, oltre a uno dei più grandi centri commerciali del mondo». Un progetto ambizioso, ma non quanto quello dell’architetto spagnolo Javier Pioz, che ha progettato la Torre bionica: un palazzo alto 1.228 metri, 300 piani, capace di ospitare 100 mila persone. Realizzato in metallo e vetro, conterrà 12 quartieri. Potrebbe sorgere a Hong Kong o Shanghai, se si troveranno finanziatori disposti a sborsare 10 miliardi di dollari. Altrettanto curioso un progetto previsto a Shanghai: il Financial Center avrà un foro in cima, per limitare le oscillazioni dell’edificio causate dal vento. Sono propro le dimensioni, oltre alla sicurezza, i due parametri critici di un grattacielo. L’elasticità è, entro certi limiti, uno dei fattori chiave: basti pensare che d’estate un grattacielo di 400 metri può allungarsi di 20 cm. In alcuni edifici è previsto un pendolo o un sistema computerizzato per controbilanciare le oscillazioni. Quanto alla sicurezza, la tragedia dell’11 settembre ha spinto gli architetti a progettare palazzi in materiale ignifugo, moltiplicando le scale di sicurezza. Antonio Armano