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 2003  novembre 15 Sabato calendario

Sarà l’estate di Marte. In queste settimane inizia il conto alla rovescia per tre sonde destinate al pianeta rosso a partire da giugno: la missione europea Mars Express (una sonda orbitante e una stazione fissa che analizzerà il terreno), e due rover americani della Nasa che si muoveranno sulla superficie del pianeta

Sarà l’estate di Marte. In queste settimane inizia il conto alla rovescia per tre sonde destinate al pianeta rosso a partire da giugno: la missione europea Mars Express (una sonda orbitante e una stazione fissa che analizzerà il terreno), e due rover americani della Nasa che si muoveranno sulla superficie del pianeta. L’obiettivo è risolvere i molti misteri che tuttora circondano il pianeta: quanta acqua c’è lassù? E in passato c’erano veramente fiumi e laghi? La risposta a queste domande sarà fondamentale per stabilire se gli uomini potranno scendere sul pianeta rosso e se un tempo abbia avuto le condizioni favorevoli alla nascita della vita. In attesa dei dati dalle sonde, Marte riserverà sorprese anche dal nostro giardino di casa. La Terra sarà infatti così vicina al pianeta rosso come non lo è stata da molte migliaia di anni. Quel puntino luminoso nel cielo, che nei prossimi mesi passerà dalla costellazione del Capricorno a quella dell’Acquario, si troverà il 27 agosto ad appena 55,8 milioni di km dalla Terra, risultando uno degli oggetti più luminosi del cielo. L’ultima volta che è successo, circa 73.000 anni fa, sulla Terra camminava ancora l’uomo di Neanderthal. Un tempo visto come culla di un’ipotetica civiltà aliena (vedi box a pag. 129), poi declassato a deserto di polvere rossa spazzata dal vento, Marte è al centro di tutti i principali programmi di esplorazione spaziale. La sua storia è stata riscritta centinaia di volte, man mano che i dati scientifici arrivavano sulla Terra. E, grazie alle ultime osservazioni delle sonde americane Mars Global Surveyor e Mars Odyssey, tuttora in orbita attorno al pianeta, emerge un quadro enigmatico, ma denso di promesse. Quando arriverà il giorno dello sbarco umano, la prima occhiata che un astronauta darà dalla visiera del casco gli mostrerà un panorama simile a certi deserti terrestri. Una tranquillità solo apparente: quel paesaggio è continuamente spazzato da radiazioni molto pericolose, come la stessa Odyssey ha confermato. La mancanza di un campo magnetico come quello terrestre, che riesca a deviare le particelle atomiche provenienti dal Sole, assieme a un’atmosfera molto tenue (lo 0,7% di quella della Terra) espongono Marte a radiazioni e raggi ultravioletti. La sua superficie viene letteralmente sterilizzata ogni giorno. Ecco perché la vita, se c’è, andrà cercata sottoterra. In passato la situazione era diversa. Gli scienziati pensano infatti che l’atmosfera marziana fosse molto più densa, quindi con maggiore effetto protettivo, e che l’anidride carbonica riuscisse a causare un effetto serra, riscaldando notevolmente il pianeta (che essendo più lontano riceve meno energia dal Sole rispetto alla Terra). E acqua ce n’era, forse in abbondanza. «Secondo i dati raccolti fino a oggi» dice Gian Gabriele Ori, dell’International Research School of Planetary Sciences di Pescara «su Marte c’è stata una grande quantità di acqua in passato, sotto forma di ghiaccio, ma anche allo stato liquido. E c’erano precipitazioni: probabilmente un tempo Marte aveva ghiacciai, che si formano proprio grazie alle piogge». Ulteriori conferme sono arrivate dalle ultime osservazioni della Mars Odyssey. Grazie a uno dei suoi strumenti di bordo, gli scienziati hanno scritto una mappa della distribuzione di acqua su tutto il pianeta. Il risultato è sorprendente: esistono grandi riserve. Ce n’è al polo nord, e si sapeva, ma anche al polo sud: finora si pensava fosse anidride carbonica ghiacciata. Anche in altre regioni, alcune vicino all’equatore, vi sono zone ricche di questo prezioso elemento, ghiacciato e intrappolato nelle rocce a qualche metro di profondità, forse a portata di trivella. Una notizia importante per le future esplorazioni umane. Ma, prima di nascondersi, quanta di questa acqua, e per quanto tempo, ha formato laghi e fiumi nel passato di Marte? Domanda cruciale per conoscere le possibilità che un tempo si siano potute sviluppare forme viventi elementari, forse batteri o alghe. «Possiamo concludere che l’acqua allo stato liquido» commenta Ori «sia esistita in un tempo che, dal punto di vista geologico possiamo definire molto recente». Con queste premesse l’assalto a Marte continuerà con il lancio di tre sonde, una dell’Agenzia spaziale europea (Esa) e due della Nasa. La prima è la Mars Express, che sarà lanciata a giugno dal poligono spaziale russo di Baikonur: raggiungerà Marte a dicembre. Sarà composta da un orbiter e un lander, chiamato Beagle 2. L’orbiter userà un radar che darà dettagliate informazioni sul sottosuolo marziano (soprattutto sulle zone che nascondono acqua), mentre una fotocamera tridimensionale osserverà particolari della superficie e della geologia del pianeta con una precisione mai raggiunta finora. Altri test esamineranno il clima, con un’analisi dettagliata della composizione dell’atmosfera e della sua circolazione. Il Beagle 2, invece, scenderà su Marte usando dei palloni per attutire l’impatto con il suolo. Con una serie di sensori la sonda, piazzata in una zona dove probabilmente esisteva un lago, cercherà nel suolo e nell’aria elementi chimici che testimonino la presenza, passata o attuale, di forme di vita. Il tutto con un importante contributo italiano. «In questa missione», dice Ori, che coordinerà l’analisi geologica dei dati trasmessi a Terra «ogni strumento vede la partecipazione italiana, nella costruzione o nell’analisi scientifica delle informazioni». Due strumenti dell’orbiter, poi, sono sotto la supervisione di scienziati italiani: Giovanni Picardi, dell’Università La Sapienza di Roma, per il radar Marsis e Vittorio Formisano, dell’Istituto di Fisica dello Spazio Interplanetario di Roma, per lo spettrometro che analizzerà l’atmosfera. La corsa su Marte vedrà impegnati anche gli americani, che tra il 30 giugno e il 12 luglio lanceranno due ”Mars exploration rovers”, robot a ruote che raggiungeranno Marte nel gennaio 2004. Dovranno analizzare la composizione di rocce e polvere, aiutate da un braccio meccanico capace di frantumare le rocce per studiarne l’interno. Anche loro, come la Beagle 2, scenderanno in zone probabilmente ricche d’acqua in passato. A queste missioni si affiancherà una sonda dimenticata: la Nozomi, dell’Agenzia spaziale giapponese. Lanciata nel 1998, si ritrovò su una traiettoria sbagliata, e finora è rimasta in orbita attorno al Sole. Grazie agli sforzi dei tecnici giapponesi ora punta verso Marte, per studiarne l’atmosfera e alcune caratteristiche della superficie. E il futuro? Se tutto andrà come previsto, sciami di nuove sonde prepareranno la strada allo sbarco dell’uomo. In prima fila ci sarà il nuovo programma Aurora dell’Agenzia spaziale europea, che ha come obiettivo una missione umana su Marte nel 2030. La durata del viaggio (circa 9 mesi usando i sistemi di propulsione attuali) e le difficoltà di operare in un ambiente ostile richiederanno tecnologie completamente nuove. «Dobbiamo guardare al futuro» dice Franco Ongaro, capo del programma Aurora, «ma nei limiti di ciò che può essere realizzato nell’arco dei prossimi 15-20 anni. Dubito che potremo considerare soluzioni come la propulsione ad antimateria». Saranno due le prime missioni del progetto: Exo-Mars, composta da una sonda in orbita e un laboratorio mobile al suolo che studierà l’ambiente marziano alla ricerca di indizi sulla presenza di vita, e Mars Sample Return (MSR), che riporterà per la prima volta sulla Terra campioni di terreno marziano raccolti da un robot, con gli annessi timori che la Terra sia contaminata da eventuali microrganismi marziani. Per evitare questo rischio sono state prese le massime cautele: «I campioni», precisa Ongaro, «saranno conservati in contenitori sigillati a più livelli. E torneranno sulla Terra solo quando sarà verificata la perfetta tenuta dei contenitori. Infine la capsula rientrerà come un meteorite: sarà sterilizzata esternamente dal calore sviluppato dall’ingresso nella nostra atmosfera, e verrà aperta solo in un laboratorio di massima sicurezza». Ma prima di arrivare su Marte l’uomo dovrà tornare sulla Luna: «è un passaggio obbligato» conclude Ongaro «per provare sul campo operazioni e sistemi che dovranno poi funzionare a una distanza mille volte superiore». Americo Bonanni