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 2003  novembre 15 Sabato calendario

Polmonite killer, atipica e misteriosa: la Sars, sindrome acuta respiratoria grave, è stata chiamata in tanti modi e la sua identificazione è costata la vita a Carlo Urbani, il responsabile dell’Organiz- zazione mondiale della sanità ad Hanoi, in Vietnam, che per primo l’ha descritta e ne ha compreso l’alta contagiosità, ma è veramente così terribile come l’ha dipinta la stampa di tutto il mondo? Di primo acchito sembra certamente insidiosa: si trasmette per via aerea, provoca un’infiammazione dei polmoni che riempie gli alveoli di muco compromettendo la respirazione e causando febbre alta oltre i 38 °C, tosse, dolori muscolari e cefalee

Polmonite killer, atipica e misteriosa: la Sars, sindrome acuta respiratoria grave, è stata chiamata in tanti modi e la sua identificazione è costata la vita a Carlo Urbani, il responsabile dell’Organiz- zazione mondiale della sanità ad Hanoi, in Vietnam, che per primo l’ha descritta e ne ha compreso l’alta contagiosità, ma è veramente così terribile come l’ha dipinta la stampa di tutto il mondo? Di primo acchito sembra certamente insidiosa: si trasmette per via aerea, provoca un’infiammazione dei polmoni che riempie gli alveoli di muco compromettendo la respirazione e causando febbre alta oltre i 38 °C, tosse, dolori muscolari e cefalee. A guardare le cifre, però, i morti non sono così tanti: tra i circa 2.600 casi segnalati in tutto il mondo fino all’inizio di aprile i decessi oscillavano intorno ai 90 casi. Questo indicherebbe una mortalità del 3,5%: molto meno pericolosa delle normali polmoniti virali che ogni anno colpiscono il nostro Paese e la cui mortalità è di almeno il 5%. «Ciò che fa paura è la novità» spiega Dante Bassetti, responsabile dell’Unità di malattie infettive dell’Ospedale San Martino di Genova, dove è ricoverato il più grave dei tre casi finora segnalati in Italia (gli altri due sono a Roma e a Milano). «La sindrome è ancora una malattia orfana» osserva Bassetti «perché nonostante sia stata segnalata dallo scorso novembre, non si riesce a individuare l’agente patogeno responsabile dell’infezione, ma francamente non vedo perché ci si sia allarmati così tanto». Gli agenti infettanti più probabili sono i coronavirus e i paramyxovirus, capaci di infettare anche specie animali come i polli. «Il miglior capo d’imputazione è il modo di propagazione della malattia» osserva Donato Greco, epidemiologo per le malattie infettive presso l’Istituto superiore di Sanità a Roma «il coronavirus, che oggi è il più accreditato, è un parassita obbligato che ha bisogno di una cellula vivente per sopravvivere. Un solo colpo di tosse rilascia nell’ambiente miliardi di particelle infettive in grado di moltiplicare il contagio». Una propagazione attraverso oggetti toccati dalle persone infette non è provata, ma non la si può escludere. «Ciò potrebbe avvenire» ammette Greco «se si trattasse di un coronavirus che rimane presente nelle feci, come succede per la propagazione delle malattie nei polli. La soluzione a questo però è semplice. Basta una buona pulizia degli ambienti in cui viviamo. Non si deve comunque pensare che gli ambienti rimarrebbero contaminati indefinitamente giacché questo tipo di virus, proprio perché ha bisogno di abitare una cellula animale per sopravvivere, resiste poche ore nell’ambiente esterno e perde quasi subito la sua capacità di infettare». Oggi il miglior modo di combattere il virus resta la protezione del personale ospedaliero attraverso le mascherine chirurgiche, la pulizia degli ambienti e l’isolamento dei malati e dei casi sospetti che sono però in attesa di un trattamento specifico. «Una vera e propria terapia sarà possibile solo quando avremo identificato la struttura del virus e sapremo come attaccarlo». Oggi ai pazienti si dà un sussidio respiratorio con maschere a ossigeno e drenaggi per liberare i polmoni dal muco: è perciò importante farli arrivare in un centro attrezzato prima possibile. Qualche risultato però già c’è: antivirali come la ribavirina, già utilizzata contro l’Aids, hanno dato buoni risultati. I ricercatori sono ottimisti: «anticorpi alla Sars sono stati trovati in persone senza la malattia» osserva Greco: «è il primo passo verso una vera e propria terapia e magari l’elaborazione di un vaccino». Se i ricercatori hanno ragione, quest’epidemia sarà ricordata più per il panico mediatico che per le vittime. Guido Romeo