Severino Colombo, Macchina del Tempo, maggio 2003 (n.5), 15 novembre 2003
Chissà se in futuro sarà possibile presentarsi sul posto di lavoro o a scuola con un certificato di
Chissà se in futuro sarà possibile presentarsi sul posto di lavoro o a scuola con un certificato di... smemoratezza. In attesa che il Sistema sanitario sia più indulgente con gli smemorati, i quasi 400mila studenti italiani che quest’anno si preparano all’esame di maturità possono consolarsi pensando che se non ricordano proprio tutto potrebbe non essere solo colpa del poco studio. Lo afferma un gruppo di scienziati americani del National Institute of Mental Health (NIMH) di Bethesda, in Maryland negli Stati Uniti, che ha appena dimostrato che il cervello di chi non ricorda potrebbe essere portatore di una mutazione genetica. Nella ricerca - pubblicata sulla rivista ”Cell” - l’imputato sarebbe uno dei geni del ricordo, responsabile della sintesi del fattore neurotrofico (nf) che sovrintende alla memoria recente, proprio quella di cui c’è più bisogno durante un esame. «Questo, che è stato subito definito ”gene degli smemorati”, è un passo avanti importante nello studio di una facoltà affascinante e ancora misteriosa» sottolinea Alberto Oliverio, psicobiologo presso l’Università La Sapienza di Roma, «i geni hanno un ruolo nei processi di codifica delle informazioni e la genetica può essere di grande aiuto per comprendere i meccanismi che sovrintendono alla memoria». Ma come funziona veramente la memoria? In linea di massima, la registrazione di un’informazione o di un’esperienza dipende dalla formazione di sinapsi, cioè collegamenti, tra neuroni. «A grandi linee i meccanismi d’immagazzinamento dei dati sono due» spiega Oliverio, autore del libro ”L’arte di ricordare. La memoria e i suoi segreti” (Saggi Bur; 6,97 euro). «Si parla infatti di una memoria a breve termine e di una a lungo termine. Si potrebbe pensare alla memoria a breve termine come a un loop: un circuito chiuso dove le informazioni rimangono per un certo tempo a disposizione». questa che ci permette, per esempio, di registrare nella mente, come su un bloc-notes, un’informazione, una parola o un numero di telefono. In media ha una capacità di 7 elementi, quindi per ricordare, poniamo, un numero di 9 cifre il consiglio è di scomporlo in gruppi di due-tre cifre: 13-22-61-603 è più facile da ricordare rispetto a centotrentaduemilioniduecentosessantunoseicentotré (132261603). Meglio ancora, se leghiamo i numeri a qualcosa che fa parte della nostra memoria autobiografica: a piacimento, il numero delle scarpe che portiamo, o alla data di un compleanno. «Se un’informazione» prosegue Oliverio «viene utilizzata, ripassata o ripetuta con frequenza si fissa nella memoria a lungo termine che si può paragonare alla sabbia: se ripeto sempre lo stesso percorso lascio un solco più profondo». Nel caso della scoperta del «gene degli smemorati» a essere interessata è la memoria episodica che è quella che utilizziamo quando normalmente lavoriamo o studiamo e che ci serve per collocare un’informazione nel tempo e nello spazio. Delle 641 persone che si sono sottoposte all’esperimento, quelle che risultavano avere più difficoltà a ricordare erano nella maggior parte dei casi quelle che presentavano la mutazione del gene in questione. ancora presto per comprendere la portata di quello che per ora a noi appare soltanto come un handicap poiché gli studi al riguardo sono soltanto all’inizio. Ma non va sottovalutato che la mutazione degli smemorati riguarderebbe una percentuale elevata della popolazione mondiale: circa tre persone su dieci nel campione esaminato. Non solo, essendo il materiale genetico ereditario, se uno o entrambi i genitori hanno il gene della ”memoria corta” anche i figli ne pagherebbero le conseguenze. In attesa però che questo difetto di funzionamento venga riconosciuto - se mai accadrà - come attenuante di chi fa scena muta agli esami, bisogna cavarsela da soli cercando di migliorare la propria memoria. Gli esperti dicono che in generale usiamo non più del 30 per cento delle potenzialità del nostro cervello. E qualcuno ha anche provato a quantificare le informazioni potenzialmente assimilabili della nostra memoria: se volessimo mettere questo numero per iscritto scrivendo uno zero al secondo, non basterebbero novant’anni. Si aggiunga che un recente studio condotto da un’équipe inglese dell’University College di Londra su due gruppi di persone, uno formato da cervelloni in grado di ricordare ogni cosa e uno da soggetti con una memoria nella norma, ha dimostrato che mostri di memoria non si nasce ma si diventa. Ricordare non è quindi un dono di natura, ma un’abilità che tutti possono sviluppare. Certo, poi ci sono le eccezioni: i cervelloni come Einstein o coloro che ricordano tutto come Serasevskij. «Bisogna abituarsi» dice Oliverio, che dal suo sito in tre anni ha risposto ad oltre 50mila email con richieste di consigli su come migliorare la memoria. «Quando siamo sul tram si può provare a guardare i cartelloni pubblicitari cercando di memorizzarne i contenuti. In un’immagine sono molti gli aspetti da osservare: i colori, cosa c’è sullo sfondo, cosa in primo piano... Farsi domande è un ottimo esercizio». Tutto qui, o quasi. «Per i ragazzi» aggiunge Oliverio «sono fondamentali l’attenzione e l’interesse per un argomento. Altrimenti come mai le formule matematiche e le date storiche non entrano in testa mentre si conoscono a menadito le formazioni delle squadre di calcio?». Spesso la causa dei nostri problemi siamo noi stessi perché tensione emotiva e stress possono causare dimenticanze e vuoti di memoria, e via dicendo. Sugli stretti rapporti fra stress e memoria non ha dubbi Miryana Carli, ricercatrice presso l’istituto Mario Negri di Milano: «Il livello di stress e quello di attivazione seguono curve parallele quando si ha a che fare con un compito semplice. Ma quando la difficoltà di un compito aumenta, un eccesso di stress diventa un fattore di disturbo. Il rapporto tra i due livelli segue una curva a ”U” rovesciata: cresce fino a un certo punto oltre il quale inverte l’andamento». Non si tratta purtroppo di condizioni limite o di casi teorici slegati dalla realtà, basta pensare a situazioni quotidiane. Aggiunge Carli: «Quando si affronta un esame si è spesso nella condizione peggiore: quella di iperattivazione e a essere più disturbata è proprio la memoria a breve termine». La soluzione? «Stare tranquilli, mantenere calma e serenità». «La memoria» aggiunge Carli «non esiste come tale, è un sistema che immagazzina informazioni. il modo in cui vengono archiviate e utilizzate che crea la memoria. E infatti le tecniche per la memorizzazione si basano sui metodi usati dal nostro cervello per raggruppare le informazioni in una struttura». Anche in questo caso dimostrazioni non mancano. «S’imparano con più facilità i nomi dei mesi se li raggruppiamo per stagioni; per la stessa ragione è meglio imparare delle poesie, che hanno una struttura ordinata, piuttosto che una pagina di prosa». Insomma, non esiste una regola assoluta per garantire che ricorderemo quello che ci serve quando ci serve, ma con l’esercizio si può imparare un metodo. Sappiate però che i fattori emotivi sono quelli che più incidono sulla capacità di ricordare. Un’ultima raccomandazione per chi si sta preparando agli esami. Il momento più propizio per acquisire informazioni e ricordarle sembra il primo pomeriggio; infine fare pause frequenti è utile, e rispettare il riposo è salutare, come concedersi qualche distrazione che aiuta a mantenere a lungo efficienza e concentrazione. Severino Colombo